Terre rare, cobalto e impero mondiale della finanza. Cosa si muove davvero dietro hi-tech e “green economy”

(Cristiano Puglisi) – Sulla nuova guerra fredda silenziosa (o, per meglio dire, sottaciuta) tra l’Occidente americano e l’Eurasia che guarda a Pechino, si staglia, minacciosa, l’ombra dell’impero globale che valica i confini dei singoli attori statuali in causa. Si tratta dell’impero mondiale della tecno-finanza, frutto del saldamento strategico tra i colossi dell’hi-tech e quelli del denaro, tutti con radici saldamente impiantate negli Stati Uniti d’America, il cuore del capitalismo globale e globalista, ma con una visione di fondo che, a differenza di quella proposta da Donald Trump e dal suo entourage, non ha bisogno, pur essendosi probabilmente comunque servito, a livello tattico, dell’ostilità anti-cinese di questi ultimi, di affermare la supremazia statunitense in termini statuali o nazionali. Perché l’impero, in realtà, sa bene che il suo predominio globale si basa su altro.

E, per far comprendere la complessità di una situazione e l’estensione davvero planetaria di questo dominio totalitario, non c’è forse tema migliore rispetto a quello delle cosiddette “terre rare”, un argomento davvero poco conosciuto al di fuori degli ambienti degli addetti ai lavori degli studi strategici. Questo termine, conosciuto con la sigla REE (Rare Earth Elements) deriva dalla scoperta, fatta sul finire del XVIII secolo, dal chimico e militare svedese Carl Axel Arrhenius. Questi, in una cava, scoprì un minerale, la gadolinite, da cui poteva essere sintetizzato un ossido non comune (da cui l’aggettivo “rare”): il gadolinio. Era la prima delle “terre rare”. Le altre 16 vennero scoperte nel tempo e andarono a riempire le caselle vuote della tavola periodica. Sono tutti metalli lantanidi: lutezio, scandio, itterbio, lantanio, cerio, olmio, praseodimio, neodimio, promezio, samario, disprosio, europio, terbio, erbio, tulio e ittrio.

Perché questi minerali sono così importanti? La risposta è semplice. Senza le “terre rare” l’industria oggi predominante, quella tecnologica, non potrebbe praticamente esistere. Con questi 17 elementi vengono prodotti infatti quegli oggetti che sono entrati nella quotidianità degli esseri umani e senza i quali, forse, l’economia mondiale per come oggi la conosciamo si fermerebbe: dagli smartphone ai tablet, dai computer ai monitor, passando per schede madri, stampanti, televisori, magneti, catalizzatori, laser e fibre ottiche. Ma le “terre rare” sono fondamentali anche in vista di quella “rivoluzione verde” che il capitale globale sostiene a spada tratta nell’ottica di quello che il World Economic Forum di Davos ha recentemente definito “Grande Reset Globale”: turbine eoliche, pannelli fotovoltaici e batterie per veicoli elettrici sarebbero impossibili da produrre senza questi minerali. Infine la tecnologia militare: anche i missili Cruise vengono realizzati grazie alle “terre rare”.

PRODUZIONE ED ESTRAZIONE DI “TERRE RARE” E COBALTO: IL VANTAGGIO SEMBRA NETTAMENTE CINESE…

Ebbene apparirà subito chiaro come chi possieda cospicue riserve di questi materiali abbia, sostanzialmente, in mano i destini dell’umanità. Quello che spesso si racconta, nelle poche volte in cui anche sui media cosiddetti “generalisti” viene affrontato il tema, è che a possedere questo vantaggio competitivo (per usare un eufemismo) sia la Repubblica Popolare Cinese. Il che, in linea di massima, è assolutamente corretto.

La Cina possiede riserve di terre rare per 44 milioni di tonnellate, le più vaste della Terra se si pensa che il Brasile e il Vietnam (al secondo posto a pari merito in questa particolare classifica) ne detengono solamente la metà, 22 milioni. Seguono la Russia, con 12 milioni, l’India con sei, l’Australia con tre e gli Stati Uniti d’America con “appena” 1,4 milioni di tonnellate. Tuttavia, un conto sono le riserve, un altro la capacità produttiva. Anche qui, però, la Cina domina il mercato, producendo 120mila tonnellate l’anno. Seguono, in questa ulteriore graduatoria, l’Australia con 20mila tonnellate, gli Stati Uniti con 15mila tonnellate e la Birmania con 5mila.

Stante questa situazione, attualmente, circa l’80% dei metalli di questo tipo utilizzati dagli Stati Uniti vengono importati dalla Cina. Questo dato, oltre a spiegare ulteriormente la natura delle guerre commerciali che in anni recenti hanno visto opposte Pechino e Washington, danno l’idea di come la partita sia stata già ampiamente vinta dalla prima piuttosto che dalla seconda. Per essere più chiari, citando l’agenzia stampa europea Euronews, “secondo i dati del governo degli Stati Uniti, la Cina ospita circa il 36,7% delle riserve mondiali di terre rare ed è responsabile del 70,6% della produzione globale totale di questi metalli”. E, nella medesima situazione degli Stati Uniti, si trovano altre realtà, come l’Europa e il Giappone.

Si aggiunga a queste considerazioni che, oltre alle “terre rare” per supportare la produzione degli oggetti elettronici prima citati, servono altri materiali. Tra tutti, uno dei più importanti è il cobalto. Ebbene, questo minerale si trova stipato in grandi quantità in Africa, per la precisione soprattutto nella Repubblica Democratica del Congo, fornitore, nel 2017 per quasi il 70% della domanda globale complessiva. Numeri da capogiro, destinati ad aumentare. Riporta un articolo di inchiesta, datato 2018, di Saverio Pipitone che il prezzo del cobalto “da gennaio 2016 a luglio 2018 è triplicato passando da 10 a 32 dollari la libbra, con ingenti guadagni che in Congo vanno a vantaggio di governanti o signori della guerra in combutta a corporation straniere e a svantaggio di almeno 100.000 lavoratori, di cui 40.000 bambini – dato UNICEF del 2014 – che lo estraggono a mano o con strumenti rudimentali per 12 ore al giorno alla misera paga di 2 dollari”. Tuttavia anche in questa nuova “corsa all’oro” per il cobalto africano e, nella fattispecie, congolese, la Cina sembra primeggiare e, attraverso società come il colosso China Molybdenum, che ha recentemente acquisito la miniera di Tenke, proprio in Congo, per la cifra di 2,6 miliardi di dollari, o la Zhejiang Huayou Cobalt, punta con decisione all’egemonia sul mercato.

… MA DIETRO LE QUINTE SI MUOVE LA SOLITA FINANZA AMERICANA, CHE SPINGE PER L’ECONOMIA “VERDE”

C’è, tuttavia, un grosso “ma” da posporre a quanto appena scritto. Perché, anche dietro le quinte di questi colossi cinesi, si muovono i fili dei burattinai della finanza internazionale. Cioè occidentale. Cioè americana. Sì, perché tutte le principali aziende cinesi (e non solo) coinvolte nel business dell’estrazione hanno in comune la presenza massiva, nel proprio capitale azionario, dei grandi fondi di investimento. Si tratta di realtà come Vanguard Group, di fatto il più grande gruppo mondiale del risparmio gestito, con un ammontare complessivo di 5mila miliardi di dollari, che ha sede in Pennsylvania, ma anche di BlackRock, un fondo di private equity che, oggi, gestisce investimenti per 6mila miliardi di dollari, tre volte l’ammontare del debito pubblico di una nazione come la Gran Bretagna. Ma, nella partita, ci sono altre realtà, come Fidelity Investments. Gruppi, tutti americani, che hanno scommesso sull’economia green. E che, dopo essere stati accusati pesantemente di investire nelle attività più anti-ecologiche (come appunto l’estrazione di minerali) appaiono molto preoccupati dalla sostenibilità ambientale dei propri investimenti. Tanto che lo stesso fondatore e CEO di BlackRock, Larry Fink ha spiegato le motivazioni per cui la sua azienda è stata tra quelle che hanno dato vita alla “Task Force on Climate-related Financial Disclosures” (TCFD): “Per la valutazione e la rendicontazione dei rischi legati al clima, nonché le relative questioni di governance che sono essenziali per gestirli, il TCFD fornisce un quadro prezioso”.

IL NODO DEI GIUDICI DELLA SOSTENIBILITA’

Spiega al proposito l’analista William F.Engdahl che il TCFD “è stato creato nel 2015 dalla Bank for International Settlements, presieduto dal collega e membro del consiglio di amministrazione di Davos e capo della Bank of England Mark Carney. Nel 2016 il TCFD insieme alla City of London Corporation e al governo del Regno Unito ha creato la Green Finance Initiative, con l’obiettivo di incanalare trilioni di dollari in investimenti ‘verdi’. I banchieri centrali dell’Financial Stabilty Board hanno nominato 31 persone per formare il TCFD. Presieduto dal miliardario Michael Bloomberg, include oltre a BlackRock, JP MorganChase; Barclays Bank; HSBC; Swiss Re, la seconda più grande agenzia di riassicurazione al mondo; Banca ICBC; Tata Steel, ENI, Dow Chemical, il gigante minerario BHP e David Blood di Al Gore’s Generation Investment LLC”.

C’è poi un’altra realtà che valuta l’azione delle multinazionali relativamente alla sostenibilità ambientale. Si tratta del Sustainability Accounting Standards Board (SASB), un’organizzazione no-profit che fornisce standard contabili di sostenibilità. “Questo – spiega però ancora Engdahl – appare rassicurante fino a quando non guardiamo a chi siano i membri del SASB che darà l’imprimatur favorevole al clima. I membri includono, oltre ovviamente a BlackRock, Vanguard Funds, Fidelity Investments, Goldman Sachs, State Street Global, Carlyle Group, Rockefeller Capital Management e numerose banche importanti come Bank of America-ML e UBS. Cosa sta facendo questo gruppo quadro? Secondo il loro sito web, ‘Dal 2011 lavoriamo per un obiettivo ambizioso di sviluppare e mantenere standard contabili di sostenibilità per 77 settori’. Quindi gli stessi gruppi finanziari che oggi dirigono i flussi di capitale globali verso importanti progetti minerari e di carbone e petrolio da decenni diventeranno ora gli arbitri” della sostenibilità.

Il futuro dell’economia mondiale, di quello che viene definito “Grande Reset Globale”, insomma, appare, alla luce di quanto detto sopra, saldamente nelle mani dei colossi della finanza occidentale. Non è dunque eccessivo affermare che questi stessi colossi, detenendo investimenti in attività industriali quali l’estrazione dei minerali che servono a produrre tutto ciò che, al giorno d’oggi, è divenuto indispensabile per la vita sulla Terra, detengono, di fatto, un potere quasi assoluto sull’umanità. Una situazione che, se non si è del tutto incapaci di intendere e di volere, così come l’attuale sistema consumista vorrebbe forse che fossero gli esseri umani, è impossibile non ritenere terrificante. Distopica. Angosciante.

Un tempo si credeva che potesse esistere un “capitalismo dal volto umano”. Crederlo, alla luce di questi dati, oggi appare francamente difficile. Se non impossibile.

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