La logica del branco

(Mattia Feltri – huffingtonpost.it) – La cronaca spesso spiega bene il paese, ma due casi recenti, più dell’orrendo massacro di Colleferro, lo spiegano meglio.

La seconda è più recente. Siamo in una media città toscana. Una donna ha una relazione con un bambino, o poco più: ha tredici anni. Lei, sposata, con un figlio alle elementari, rimane incinta. Una storia invincibile, secondo le regole della domanda e dell’offerta: qualcuno scrive e molti leggono, gli uni e gli altri con l’inconsapevole leggerezza di chi si trastulla, come su Netflix, con le vite e le sventure degli esseri umani. Lasciamo perdere gli adulti, non muovono nessuna pietà. Abbiamo tre bambini. Di uno tutta la città sa che è il giovanissimo padre. Dell’altro tutta la città sa che ha una madre poco di buono. Del terzo, neonato, tutta la città sa che è il figlio dello scandalo. Noi intanto ci siamo ritirati, i colpi di scena sono finiti, l’intreccio ci è venuto a noia. Rimangono i tre bambini, serviti per l’intrattenimento morboso di una breve stagione, nella loro città, coi loro nomi e la loro biografia da additare per strada.

Il primo è di pochi anni fa. In un paese della campagna laziale, una ragazzina scrive un tema per scuola in cui racconta, senza dovizia di dettagli, degli abusi subiti dal padre. La professoressa avverte la preside, la preside avverte i servizi sociali, i servizi sociali avvertono i carabinieri. L’uomo è convocato in caserma e – in attesa che le indagini chiariscano le sue eventuali colpe, o gli eventuali disagi della figlia – è invitato a stare lontano da casa e controllato con un braccialetto elettronico. Per due settimane nessuno sa niente. La delicatezza della situazione è amministrata con pari delicatezza finché, chissà come, la notizia arriva ai giornali. Partono gli inviati e partono gli articoli. Le regole deontologiche, che impongono di non svelare l’identità della ragazzina, sono aggirate con l’abile (insomma) trucchetto. Si scrive l’età, il nome della scuola, la professione dei genitori, il numero delle sorelle, le minori e le maggiori. Di quegli indizi l’Italia intera non se ne fa nulla, ma in un quarto d’ora il paese capisce perfettamente di chi si sta parlando. La privatezza è violata proprio laddove andava protetta con più cura: nella comunità in cui vive la famiglia. La faccio breve: dopo qualche giorno di trattamento, quello del diritto di cronaca, diciamo così, con qualche agile scialo di pigra ferocia, un mostro qui, un bestia là, con qualche trattatello di sociologia del dopocena a corredo, l’uomo s’ammazza. Per colmo di beffa, la moglie e le figlie vengono a saperlo da un sito. La vedova esce al cancello, dove sono assiepati i giornalisti, e gli rifila, dolente, una vana lezione di garantismo (parola antipatica, eh?): “Non si sa nemmeno se era vero”.

La carta di Treviso, il protocollo firmato trent’anni fa a difesa dei minori, quella roba per cui sui giornali si pixellano gli occhi dei bambini, non funziona più. Nella sua velleità fa persino ridere. In un dibattito pubblico l’ho detto al presidente dell’Ordine dei giornalisti, ma evidentemente ci sono altre priorità, che io del resto ignoro.

A Colleferro è stato tutto più facile: i fatti sono di una brutalità non trascurabile, non c’è di mezzo alcun bambino, resta solo da stabilire il grado di responsabilità degli indagati, e comunque non è faccenda da poco. Ma una foto ci è piaciuta parecchio: quella dei due fratelli Bianchi, muscolosi, tatuati, fisiognomicamente perfetti per l’esercizio dei più automatici pregiudizi e delle teorie più alla mano, su cui non ci si deve pensare neanche trenta secondi: la manna al tempo dei social. Al secondo giorno è uscita la notizia – irresistibile! – di uno dei parenti degli indagati trasecolante: che sarà mai, hanno solo ucciso un immigrato! Capite che i parenti di cinque indagati saranno potenzialmente un centinaio? Chi l’ha pronunciata quella frase? Dove? A chi? Sta in qualche verbale? Boh. Ma è diventata la catapulta per i commenti e gli editoriali su una società sfibrata, senza valori, razzista, fascista e così via. Non è giornalismo, ragazzi, è entertainment.

Stamattina ho letto, su Colleferro e su uno stupro collettivo (che promette di diventare la nuova imperdibile serie), una citazione di Elias Canetti e del suo formidabile Massa e Potere, a proposito della logica del branco. Nel branco ci si fa forza l’uno con l’altro, ci si sente al di sopra delle regole e della legge, si infierisce rinfocolandosi a vicenda, lo stato di fragilità della vittima paradossalmente moltiplica la crudeltà, e la vittima diventa oggetto dell’autosoddisfazione e dell’autoaffermazione del branco. E’ in quel momento lì, mentre si colpisce chi non può difendersi, che il branco si riconosce non soltanto una forza fisica ma anche una forza morale superiore.

Bene, io un’idea su quale sia il branco ce l’ho

Categorie:Cronaca, Editoriali, Interno

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5 replies

  1. Decine di testimoni di età compresa tra i 19 e i 24 anni stanno sfilando nella caserma dei Carabinieri, le loro dichiarazioni sembrano confermare la versione di un omicidio volontario. Intanto i 4 eroi a rovescio, piagnucolano in carcere per non essere messi insieme ai detenuti comuni, lo sanno bene che diventerebbero oggetto delle peggiori violenze fisiche e torture psicologiche. Potevano anche pensarci prima di uccidere deliberatamente un ragazzino.

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  2. Feltri parte alla lontana per incolpare la stampa che fa scempio della verità per avere la maggiore visibilità e vendite, nello stesso tempo cerca un’improbabile difesa dei carnefici.
    1) lui fa parte della stampa o no?
    2) mica ha detto la stessa cosa quando la persona indagata era di colore, vi ricordate Macerata?
    3) ma il padre non è stato sospeso per aver pubblicato foto di bambini ricavate da un «sito pornografico reso disponibile dai pedofili russi», e di una fotografia raffigurante «una scena di violenza tratta dal video di pedofilia sequestrati dalla magistratura»di una bambina?

    Si parla di deontologia professionale e di garantismo con chi ha stomaco per dire e fare qualsiasi cosa, anche la più turpe.

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  3. Non vorrei disilludere nessuno ma la richiesta dei beltomi di essere sottoposti a regime carcerario protetto, mi appare strumentale e finalizzata ad operare un distinguo rispetto alla criminalità organizzata e comune.
    È qualcosa che su suggerimento dei legali tende ad alleggerire la responsabilità dei soggetti.
    Se sono a rischio ritorsioni vuol dire che non sono criminali abituali in carriera,questo sarebbe il teorema posto in essere.
    Ora, chi conosce un minimo le logiche che regolano la vita nelle carceri, sa benissimo che la tipologia del reato in questione, non viene considerato particolarmente abietto dai detenuti.
    Diverso sarebbe nel caso la vittima fosse stato un bambino o nel caso di pedofilia.
    L’uccisione volontaria o meno, in un contesto di rissa o scontro di un adulto per giunta non italiano, lascerebbe il tempo che trova.
    Oltretutto i soggetti sono in odore di criminalità organizzata e godrebbero del “rispetto” dovuto a chi milita anche saltuariamente in una organizzazione.
    Mi sembra una furbata leguleia per far credere quello che non è ed eventualmente attenuare i carichi.

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