La fiducia e quella frase degli olandesi: “Non ce la beviamo”

La fiducia, quando si parla di soldi e di prestiti, è tutto. L’Europa deve mettere sul piatto 500 miliardi di euro per il futuro e la ricostruzione. È una cifra che non ha precedenti.

(Vittorio Macioce) – La fiducia, quando si parla di soldi e di prestiti, è tutto. L’Europa deve mettere sul piatto 500 miliardi di euro per il futuro e la ricostruzione. È una cifra che non ha precedenti. C’è chi li vuole per lo più a fondo perduto e chi dice che in buona parte vanno restituiti. A un angolo del tavolo c’è l’Italia, dalla parte opposta l’Olanda. È qualcosa di più di una trattativa. È riconoscersi e svelare le carte. Qui non ci si sofferma sulla sfida e sui possibili compromessi. L’attenzione è su una manciata di parole, quelle che Mark Rutte, premier olandese, usa per rispondere a Giuseppe Conte: «Non ce la beviamo».

Rutte è il capofila dei Paesi che accusano i governi mediterranei di essere cicale, di spendere soldi per assistere chi non ha voglia di lavorare. Il punto debole, però, è che gli olandesi fanno i furbi sulle tasse. Sono un paradiso fiscale che fa concorrenza sleale per attrarre capitali stranieri. Non ci sono santi in questa storia.

Quella frase però stupisce: da dove l’ha tirata fuori? Quelle parole sono il marchio di un intellettuale italiano, magari anomalo, controcorrente, spigoloso, refrattario, ma senza dubbio italiano. Rutte forse non conosce Giuseppe Prezzolini, ma con quel «non ce la beviamo» si è iscritto alla «congregazione degli apoti».

Apoti è un vecchio neologismo che gioca con l’alfa privativa e il verbo latino «potare». Potare indica l’azione di bere. In italiano lo ritroviamo nel suo senso originale solo nell’acqua potabile. L’acqua, appunto, che si può bere. Il potare dei giardinieri, tagliare i rami secchi e dannosi, viene invece da un altro verbo: putare. Pensare in generale, ma anche pensare sfrondando i pensieri inutili, loschi o troppo furbi. Quante cose Rutte avrebbe potuto sottintendere nella risposta a Conte, ma è più facile ipotizzare che si sia fermato al più diretto «non ci fidiamo».

Prezzolini, comunque, inventa gli «apoti» in una lettera a Piero Gobetti, pubblicata il 28 settembre 1922, un mese prima della marcia su Roma mussoliniana, su «Rivoluzione liberale». La sorte degli apoti, insomma, non è fortunata. Non fanno in tempo a nascere che già si ritrovano circondati dalle camicie nere. Gobetti pagherà con la vita, Prezzolini se ne andrà a vivere a New York.

Gli apoti sono «quelli che non le bevono». Ma cosa? Le prese per i fondelli della politica, le parole vuote dell’ideologia, lo scontro in nome delle masse di chi cerca solo il potere personale. Prezzolini tirava in ballo tutti i protagonisti del tempo. «Fascisti e comunisti, liberali e socialisti, popolari e democratici appartengono a un massimo comune denominatore, quello della media italianità attuale. I loro silenzi e le loro grida, i loro gesti e le loro gesta, le loro idee e la loro complicità, i loro programmi aperti e quelli taciti, i loro sistemi di lotta non variano molto; e quello che gli uni fanno, gli altri magari lo rimproverano, ma lo farebbero se ne avessero la possibilità e segretamente lo invidiano e se lo propongono per un’altra volta».

Qualcuno lo ha accusato di qualunquismo. Prezzolini rivendicava in realtà il diritto di non obbedire alla logica delle fazioni. Era l’orgoglio di sentirsi uno spirito libero. Rutte, chiaramente, non è del tutto un apota. Quello che rimprovera in sintesi al governo Conte è non aver un progetto, salvo poi trattare uno sconto con la Merkel e Macron sul «dumping fiscale» dell’Olanda.

Rutte forse non ha letto Prezzolini e non sa che divideva gli italiani in due categorie. «L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. I furbi, che non fanno nulla, spendono e se la godono». È sempre la stessa favola di formiche e cicale.

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