Per una epidemiologia della stupidità. Arriva l’architetto…

(UGO ROSA – glistatigenerali.com) – So di essere (stato) un architetto e uno scriba d’architettura – che già di per sé costituisce reato nel quadro normativo dell’intelligenza – ma so anche che, a torto o a ragione, perfino ora che sono in disarmo qualcuno potrebbe, per divertirsi alle mie spalle, definirmi nientemeno che un “intellettuale”. In tal caso mi spetterebbe un loculo nel circolo dei chierici traditori cosa di cui mi assumo il rischio e che, a dirla tutta, non mi dispiacerebbe neppure; dal momento che a occhio e croce non mi troverei in cattiva compagnia.

Ma, loculo o non loculo, il catalogo è questo: è in momenti come quello che stiamo passando che la categoria degli intellettuali si mostra per quello che è. Le eccezioni sono sparute per definizione e non c’è pericolo che diffondano contagio perché qui come altrove, vige oramai da un pezzo l’eden, così agognato dai governanti, della immunità di gregge.

La mitizzazione della “cultura”, alla quale siamo quotidianamente sottoposti a fuoco incrociato, è una sovradimensionata scemenza che vale quanto quella del lavoro manuale o, per tenermi all’epoca, degli operatori sanitari e dei pompieri. L’intellighenzia è sempre complice del sistema che le fornisce la sbobba quotidiana.

Questa complicità “sistemica” non ha nulla a che vedere con le posizioni “politiche”: essa riguarda intellettuali di destra, di sinistra e di centro esattamente nella stessa misura. Dal momento che il gioco delle parti è necessario alla loro sopravvivenza e a quella dell’apparato che gli garantisce i privilegi di cui godono.

Così mentre noi, en bas, ci danniamo per trovare la più inutile delle mascherine, combattere il colesterolo facendo flessioni tra il cesso e il bidet e capire come andare a comprare ciò che disgraziatamente abbiamo dimenticato nel fare la spesa – senza farci denunciare dal delatore o sbattere in gattabuia dallo sbirro – loro hanno capito ogni cosa e già pubblicano tomi dai toni lirici o profetici, dai quali non si potrà più prescindere.

Les architectes, va detto, sono sempre in prima linea. Uno cala l’asso: le case più piccole di 60 mq vanno proibite per legge! Un altro alza la posta: ogni casa abbia spazi verdi, per l’attività fisica e per lo smart working! E un terzo, il cui sguardo lungimirante non si limita alle mura domestiche ma già ragiona in termini metropolitani, spiega al mondo attonito quale configurazione planimetrica dovremo dare in futuro alle “nostre” fabbriche, ai “nostri” ospedali e anche, con rispetto parlando, alle “nostre” galere.

Sempre a disposizione: matitone dietro l’orecchio, mano destra sul pc e sinistra – si deve pur vivere – sul portafoglio (o magari viceversa). Di pane non ce n’è e non ce ne sarà, se non per i clienti di sempre, ma le brioche di Maria Antonietta, loro, te le servono a colazione, a pranzo e a cena. Calde calde. Perché la complicità si rivela sia nel tacere l’essenziale che nel dire il superfluo; cose – entrambe – nelle quali gli architetti sono tradizionalmente edotti.

Categorie:Cronaca, Cultura, Interno

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