Abbiamo già sperimentato l’eterodirezione del disordine funzionale solo a scelte repressive

(Enrico Bellavia – lespresso.it) – Cos’è davvero questa sicurezza di cui ci sentiamo orfani di fronte all’incedere di una violenza che non ha nulla di politico, ma contiene i germi di una rivolta? E in che modo le rivendicazioni di studenti, operai, autotrasportatori – tutte con una piattaforma, un indirizzo, un obiettivo, se è possibile – si sovrappongono fino a mischiarsi, nei tempi non nei modi, con l’orda distruttiva che si abbatte sui negozi di Milano? Custodi dei feticci quotidiani dei giovanissimi: smartphone e sneakers. Chi sono i protagonisti di questa furia? Le cronache dicono di ragazzini più disperati che annoiati, italiani figli e nipoti di migranti, abitanti delle periferie che all’accendersi di un messaggio sul display calano in centro incappucciati con una carica di rabbia e frustrazione da sfogare. E una vaga determinazione a impossessarsi di ciò che le famiglie non possono (più?) garantirgli.

Una massa disomogenea, sfuggente. Catalogabile solo nella frettolosa approssimazione del potere. Trasmette però l’idea di un patto sociale che si sgretola nel divario crescente delle diseguaglianze. Apre una crepa tra generazioni. Frustra la possibilità di incanalare tanta energia in un impegno civile. Esibisce l’unica cosa che conta: la rappresentazione. Quel riverbero di notorietà che sottolinea l’esclusione e la normalizza nell’anomalia. Gruppi e singoli il cui percorso si compie in un andare e venire nel recinto dell’algoritmo. Abbacinati dalla finzione di un’equità di contrabbando. Scoperto l’inganno, appiccano il fuoco al carburante del furore. Per poi mostrarne gli effetti. Autoalimentando le fiamme nell’emulazione.

A soffiarci sopra potrebbe esserci qualcosa di organizzato, obbediente a un disegno di destabilizzazione. È l’ipotesi investigativa che ha portato al fermo di Youssef Siher, attivista e giornalista, indicato come una specie di cattivo maestro, ma ex post, della rivolta. Intento a guidarne gli sviluppi più che a promuoverla. Forse. Tanto più che gli elementi noti non ne fanno la mente di una guerra ibrida come quella evocata dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Ne fanno però un ottimo argomento per il pugno securitario del governo.

La storia – piazze armate, bombe, stragi –  ha costruito una letteratura, anche giudiziaria, sull’eterodirezione del disordine funzionale a preparare strette repressive. Un monito. Perché qui siamo all’ottavo intervento sulla sicurezza in quattro anni, tra decreti e disegni di legge. Dai rave ai “maranza”, passando per Cutro e Caivano. A ogni episodio che mini la narrazione corrente di una certa idea di sicurezza si risponde con un inasprimento di pene. Rispetto al welfare, non costa nulla e aggrava un codice che si vorrebbe snello, mentre si affastellano fattispecie di difficile o dubbia contestazione. Tanta dedizione alla tranquillità dei “cittadini della Nazione” non pare però dare frutti, al netto della propaganda di Palazzo. E non sembra incidere sulla prevenzione di queste bolle di violenza. Anzi, rischia di moltiplicarle. E l’ennesimo decreto non è destinato a invertire l’andazzo. Come se di fronte a una ferita infetta ci si preoccupasse della tenuta della benda che la nasconde, invece di verificare la profondità del taglio e il propagarsi della sepsi. Non a caso parliamo di corpi sociali. E i corpi non li rimuovi, non li cancelli con un tratto di penna. E non li occulti alla vista, relegandoli negli anfratti di istituti minorili e carceri. Con i corpi fai i conti al pallottoliere delle necessità. Non a quello degli anni di galera.