(dagospia.com) – I cosiddetti “ribelli leghisti” ormai sono un genere cinematografico. Comico. Scalpitano, fanno trapelare, brigano, ma nel momento della verità si dimostrano sempre dei “caghetta”. Il congresso straordinario della Lega, che si è svolto nel weekend a Milano, è l’ultimo, lampante esempio.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha mandato avanti il suo fedelissimo Massimo Garavaglia, presidente della Commissione finanze del Senato ed ex ministro del Turismo, che ha ottenuto 146 voti su 465 (il 24% dei consensi).
Garavaglia non era solo il candidato di Giorgetti, ma anche di tutto il fronte nordista (lo sostenevano anche i “lumbard” Attilio Fontana e Massimiliano Romeo).
L’ex governatore del Veneto, Luca Zaia si è presentato, ha fatto da lontano ciao-ciao con la manina a Garavaglia e si è lasciato chiamare in causa da Durigon per un ruolo nella nuova segreteria politica (massimo nove membri nominati dal segretario). Ma, pavido come sempre, non ha affondato il colpo. Il suo “collega” Massimiliano Fedriga non si è nemmeno presentato, con la scusa della cresima del figlio.
Attilio Fontana ha firmato per Garavaglia e ha rivendicato di aver visto accolte le istanze del territorio, ma nulla più. Alla fine Matteo Salvini ha ottenuto la sua vittoria, che gli permetterà un controllo ancora più stretto del partito.
Oltre alle piccole beghe interne, la notizia più rilevante del congresso leghista è stata la frase del segretario sull’Ucraina: “Al prossimo consiglio dei ministri chiederò lo stop agli aiuti a Kiev”. Una frase poi corretta, dopo una telefonata furiosa di Giorgia Meloni.
Il prossimo pacchetto di aiuti dovrà essere votato presto: l’autorizzazione alle forniture scade a fine 2026 e servirà un nuovo atto parlamentare per il 2027. L’Italia è tra i contributori più bassi sul piano bilaterale militare (stime IAI e Kiel collocano gli aiuti militari diretti intorno ai 3-4 miliardi, con il Paese spesso in fondo alle classifiche).
Nella Lega la maggioranza dei dirigenti e dei parlamentari, sul piano pragmatico di governo, è più vicina alla linea di continuità che allo stop secco. Salvini però ha usato il congresso per titillare la base e inseguire quello spara-putinate di Roberto Vannacci, che l’ha superato a destra.
Ma la percezione è comune un po’ a tutti i partiti: la popolazione italiana, in maggioranza, è scettica sugli aiuti all’Ucraina e ha in forte antipatia Zelensky.
Dimenticando la storia, peraltro: se durante la seconda guerra mondiale i cittadini americani si fossero opposti ad aiutare militarmente (anche al costo di migliaia di morti) il nostro Paese, il fascismo non sarebbe mai caduto.
Ma evidentemente l’esperienza non insegna. E così, anche la gran parte dell’elettorato Pd è contraria a fornire aiuti all’Ucraina (soprattutto i vetero-comunisti, rimasti ancora fedeli all’Unione sovietica che ha foraggiato il Pci per mezzo secolo).
In Fratelli d’Italia la leadership (Meloni-Crosetto e Fazzolari, sposato con una donna ucraina) tiene la linea atlantista, ma anche lì la base è più fredda. Il Movimento 5 Stelle è nettamente contrario.
Sondaggi recenti (Eumetra settembre 2026: 61% no alle armi; Ixè: solo 18% per il sostegno militare «finché necessario») mostrano una netta maggioranza contraria.
Crosetto stesso, in un’intervista alla BBC, ha ammesso che «la maggioranza dell’opinione pubblica è contro». È passata la narrazione dei «cessi d’oro» e degli sprechi a Kiev, mentre in Italia si discute di sanità, liste d’attesa e priorità domestiche. Ed è su questo scollamento che si gioca tutta la propaganda “pacifista” by Conte-Travaglio.



Ma è chiaro che con tutto lo sfascio che c’è in Italia il popolo molto più realista dei malfattori del governo è contrario a continuare e a incrementare le spese per sostenere una guerra in Ucraina già persa, arricchire le lobby delle armi e i vertici corrotti della stessa
"Mi piace""Mi piace"
"Mi piace""Mi piace"