
(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Grande performance investigativa dei giornali e dei giornalisti volenterosi – i Polito, i Rampini, i Sallusti e un Cerno da sballo – che alla prima occhiata del viso triangolare di Youssef Siher hanno stabilito che sia lui il mandante delle devastazioni del 17 ottobre, imbracciando proprio il suo sito intitolato a quella data, il 17 ottobre, indizio elementare Watson. Il quale sito – potenza dell’algoritmo rivoluzionario – pur nascendo il 18 ottobre, ha diretto gli scontri e gli assalti del giorno prima.
Al secondo sguardo, i nostri volenterosi hanno analizzato i labirinti mentali dei maranza, la loro dispiegata violenza, gli alibi che si concedono, l’anomia che praticano, l’inaudita prepotenza di desiderare un paio di Nike senza avere i soldi per permettersele, e l’aggressività di usare la violenza che noi adulti abbiamo abolito. O quasi. Salvo le bombe qui e là, i campi profughi quando servono e i genocidi quando la vendetta comanda. Chissà da dove viene quella “religione della violenza” che sconcia e arma i ragazzi. Descritti per filo e per segno anche se un maranza in purezza i nostri volenterosi non lo hanno mai visto in vita loro, forse in certi documentari, quando nella stagione secca vanno ad abbeverarsi nelle pozze dei centri commerciali, insieme con i leoni e gli erbivori. L’inaudito, per loro, è che i ragazzi sfascino vetrine per prendersi le felpe, le borse, i giubbotti, le sacre merci, rivelando di non essere ribelli, ma ladri. Non contestano il capitalismo, vogliono partecipare gratis al suo banchetto.
Ma chi ha insegnato loro che la felicità si misura in denaro, il prestigio e il successo in marchi? Chi ha trasformato il consumo in identità, la ricchezza in virtù, la povertà in colpa personale? Chi programma milioni di spot per rendere ogni merce unica, desiderabile, vicina, vicinissima, salvo vietare di toccarla a chi non possiede il credito necessario? Già mezzo secolo fa, Nanni Balestrini, nel suo preveggente Vogliamo tutto, raccontava un giovane proletario che non voleva più obbedire, aspettare, sacrificarsi per un domani promesso dal partito, amministrato dal sindacato, deciso dal padrone. Voleva tutto subito. Si rendeva autonomo, anche nella rivolta, perché non si riconosceva più nelle istituzioni incaricate di rappresentarlo. Era una frattura politica, sociale, esistenziale. Non un equivoco da risolvere in commissariato.
Naturalmente le epoche sono diverse. E nessuna ingiustizia autorizza a spaccare la testa a un poliziotto, incendiare un’automobile, terrorizzare un passante. Nessuno giustifica la violenza. Nessuno la vuole. Benissimo. Ma quanta ipocrisia si nasconde in questa condanna perentoria, pronunciata da una società che della violenza ha fatto il principale regolatore dei rapporti tra Stati, popoli, religioni, interessi economici? E che sistematicamente irride i pacifisti? L’Occidente che Rampini e gli altri si ostinano a difendere senza troppe distinzioni è lo stesso che moltiplica gli arsenali e addestra l’Intelligenza artificiale a uccidere in automatico. Che progetta, in Europa, di investire fino a 800 miliardi per il riarmo, in nome della pace e del Pil. Che guarda con occhi assopiti la perpetua distruzione di Gaza, le micidiali prepotenze militari di Trump e di Putin. La violenza degli Stati esibisce bandiere, generali foderati di medaglie, eserciti in marcia. Quella dei ragazzi usa pietre e bottiglie incendiarie. Non sono la stessa cosa. Ma davvero non hanno niente in comune? Quando la forza viene celebrata come coraggio, il dominio come sicurezza, l’annientamento del nemico come patriottismo, quale lezione stiamo impartendo? Che la violenza è proibita ai deboli e consentita ai forti?
La responsabilità individuale resta intera. Chi aggredisce, saccheggia, ferisce deve risponderne. Ma la responsabilità collettiva non scompare per questo. Capire non significa assolvere. Significa almeno domandarsi perché una società che celebra quotidianamente il denaro, la competizione, il successo e la forza, produca ragazzi che prendono sul serio quella lezione, fino alle sue conseguenze più brutali. Invece i nostri volenterosi hanno già capito tutto. Hanno trovato il cattivo maestro, il movente, la cura. E tutto senza nemmeno sporcarsi le scarpe. Resta un particolare. Da settimane, in decine di piazze italiane e in altrettante città europee, la stessa rabbia, gli stessi incendi, gli stessi slogan assaltano il presente. Generazioni diverse, lingue diverse, identica frattura tra chi possiede il mondo e chi può soltanto guardarlo attraverso una vetrina. Qualcuno si incarica di accorciare questa distanza o basta uno Youssef a spiegare tutto? Davvero la grande soluzione del mistero è un trentenne che insegna a usare l’aceto contro il fumo dei lacrimogeni? Forse dovremmo concedere una seconda occhiata alle ragioni e ai torti di un mondo che si sta incendiando, mentre beviamo l’aperitivo.
Semplicemente perfetto. Bravo Corrias!
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Saggio Corrias. Peccato che in pochi leggeranno questo articolo e tra questi, ancora meno, lo capiranno.
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