(di Michele Serra – repubblica.it) – Non smette di sbalordire la tenacia con la quale i governanti in carica negano questo o quell’aspetto della crisi italiana. Crisi economica, crisi anagrafica, crisi sociale, forse crisi di sistema. A che vale negarla? Che utilità ha, se non la puerile comodità di chiamarsi fuori? Perché non si riesce a udire, dal governo, una sola parola che sia analitica, non assolutoria, non dilatoria?

Non credo che l’opinione pubblica accoglierebbe con diffidenza o con riprovazione un governo che dicesse: «Abbiamo problemi gravi, ce li abbiamo da qualche decennio, si deve lavorare per risolverli ma senza illuderci che sia semplice. Potremmo scaricare la colpa su chi ci ha preceduti ma sarebbe una fuga dalle nostre responsabilità. Rimbocchiamoci le maniche».

Adulti che parlano ad adulti, sarebbe un passo in avanti e soprattutto un cambio di tonalità rispetto alla misera fanfara della propaganda, al «siamo bravi», «siamo i migliori» che entra da un orecchio ed esce dall’altro. Sarà il marketing d’accatto, sarà il livello mediocre dei protagonisti, è sempre più raro udire discorsi politici che catturino l’attenzione, e siano credibili, perché non hanno per solo scopo elogiare se stessi e infamare l’avversario (vale anche per l’opposizione).

Lo si è scritto infinite volte e dispiace davvero ripeterlo, ma il tono del discorso pubblico si è alzato, e il volume si è abbassato, soprattutto quando la politica è stata commissariata dai cosiddetti governi tecnici. Di Draghi e Monti, e delle loro squadre, si ricordano soprattutto l’assenza di quella retorica querula, e di quella aggressività inutile, che ammorbano la politica italiana. Non parlavano per accusare o assolvere, parlavano per dire come — secondo loro — stavano le cose.