Il disastro per il lavoro dipendente

Tutte le omissioni di Giorgia:  come il governo ha aiutato  l’inflazione a tagliare i salari

(di Roberto Rotunno – ilfattoquotidiano.it) – Il no al salario minimo, la spinta al rinnovo dei contratti arrivata in ritardo e ancora inefficace, gli aumenti per i dipendenti pubblici sotto l’inflazione e una rincorsa al taglio del cuneo fiscale che comunque non ha compensato le perdite. I trasportatori e gli agricoltori stanno bloccando il Sud Italia, colpiti dai prezzi di benzina e gasolio, ma in questi anni il governo Meloni non è riuscito a proteggere neppure il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti, penalizzati in quasi tutte le categorie.

Ogni dato a disposizione dice che in Italia i salari reali, lordi e netti, sono scesi. L’Istat l’ha mostrato il 12 ottobre: rispetto al 2021, le retribuzioni sono più basse del 9,3%. Sono cresciute in valore assoluto, ma più lentamente dei prezzi. La fiammata non è colpa del governo, dipende da fattori internazionali; la scarsa capacità di alleviarne gli effetti, invece, dipende anche dalla politica.

La risposta del governo ha avuto due fasi. Nel primo triennio l’unico strumento per aumentare gli stipendi è stato il fisco: decontribuzioni e sconti Irpef per far crescere il netto in busta, anche con una fiacca dinamica dei rinnovi contrattuali. Risultato: le buste paga effettive sono salite comunque meno dell’inflazione per buona parte dei lavoratori. Lo ha stabilito l’Inps analizzando i percentili di reddito di chi lavora full time tutto l’anno. Tra il 2019 e il 2025, l’indice dei prezzi al consumo (Ipca) è cresciuto del 20,5%: nel decimo percentile, i redditi da 23.780 euro lordi, la crescita delle retribuzioni nette è pari al 16,9%, vari punti sotto l’inflazione; nel ventesimo percentile, a quota 26.540 euro, la salita è stata del 16,8%. Malgrado buona parte delle risorse per il taglio al cuneo fiscale siano andate ai redditi medio-bassi, questo ha compensato solo parte delle perdite dovute al carovita.

C’è poi la beffa segnalata dall’Ufficio parlamentare di bilancio: l’aver impiegato tante risorse pubbliche per innalzare direttamente gli stipendi può aver indebolito i rinnovi contrattuali. In sostanza, visto che ci pensava lo Stato, le imprese hanno subito meno pressione nel far salire i salari con le proprie risorse.

Anche lo Stato, peraltro, è un datore di lavoro che non ha permesso ai suoi dipendenti di recuperare l’inflazione: nel triennio 2022-24 agli statali sono stati concessi aumenti del 6% a fronte di un aumento dei prezzi vicino al 17%. Nel triennio 2025-2027, il rinnovo ha portato in busta il 7,6% in più, percentuale che sembrava poco sopra l’inflazione prevista, ma ora rischia di non bastare per i nuovi rialzi. L’effetto combinato nel doppio rinnovo è comunque molto inferiore al carovita dei sei anni. Il privato si è adeguato. A parte metalmeccanici e bancari, tutti i grandi contratti del terziario sono stati rinnovati con aumenti sotto l’inflazione; il turismo ha perso più del 10% di salario reale, il commercio poco meno.

A fronte di questo disastro, le uniche norme per aiutare i rinnovi contrattuali sono arrivate negli ultimi mesi. Una è nel decreto sul “salario giusto” e impone alle imprese di adeguare gli stipendi solo dopo nove mesi dalla scadenza dei contratti, con aumenti pari al 50% dell’inflazione (la norma non vale per settori stagionali e sanità privata). Un’altra norma è la detassazione degli aumenti derivanti dai contratti firmati tra il 2024 e il 2026: il ministero del Lavoro spiega che nella prima metà dell’anno ne hanno beneficiato 3,8 milioni di lavoratori e ora si lavora per estenderla ai contratti rinnovati nel 2027. Forse velocizzerà le trattative, ma rischia di tenere bassi gli aumenti lordi.