Medici e infermieri, le carte riservate: cosa serve per fermare la fuga dagli ospedali

(di Simona Ravizza – corriere.it) – Fermare la fuga di medici e infermieri dagli ospedali pubblici è un problema che non può più essere rimandato. La gravità della situazione stavolta viene denunciata, attraverso documenti che Dataroom ha recuperato, proprio da chi ha la responsabilità di governare la Sanità: Regioni (unite in modo bipartisan) e Ministero della Salute. Il quadro che emerge, in vista della Legge di bilancio 2027, è drammatico.

Il problema lo conosciamo a memoria: gli ospedali pubblici faticano ad assumere medici e infermieri. Ma ora devono affrontarne un altro: trattenere chi già ci lavora. Quando qualcuno se ne va, le mansioni ricadono sui colleghi, i turni diventano più pesanti, si fa più fatica a garantire visite e interventi chirurgici e le liste d’attesa rischiano di allungarsi. Se ne vanno persone esperte, e i reparti perdono competenze che non si sostituiscono in poco tempo. Cerchiamo, allora, di capire che cosa serve per fermare questa fuga.

In quanti se ne vanno

Nel 2025, per la prima volta, le dimissioni dei medici ospedalieri hanno superato i pensionamenti: 3.767 contro 2.876 (qui). Significa che gli ospedali devono sostituire non soltanto chi va in pensione, ma anche chi decide di andarsene prima. La carenza si concentra soprattutto in alcune specialità. Nei Pronto soccorso ne mancano 3.500, il 38% del fabbisogno stimato, e il 35% delle borse di specializzazione resta vuoto. Gli anatomopatologi, in cinque anni, sono scesi da 1.500 a 1.100 e il 13% delle borse è vuoto (qui)
Lo stesso accade tra gli infermieri. Nel 2025 le dimissioni anticipate sono state circa 6 mila (qui pag. 59). In Lombardia 1.605; circa 800 in Toscana e altrettante in Veneto; circa 600 in Emilia-Romagna e in Piemonte; 345 in Campania. Circa 200 ciascuna in Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Marche, Puglia e Sardegna; 80 in Umbria, 85 a Bolzano, 51 in Abruzzo, 29 in Valle d’Aosta e 16 in Basilicata. E in Italia mancano già oltre 80 mila infermieri: ne abbiamo 6,86 ogni mille abitanti, contro una media europea di 8,26. Anche se nessuno se ne andasse più, saremmo comunque sotto.

Quanto vanno aumentati gli stipendi

Come si ferma la fuga? Il governo Meloni dovrà decidere quanto destinare alla Sanità nella legge di Bilancio 2027. Un primo problema sono gli stipendi. Nel 2026 la busta paga di un medico del Servizio sanitario nazionale è di 70.489 euro lordi l’anno, 44.287 netti. È una cifra calcolata sui minimi contrattuali (comprese le indennità), non la retribuzione di tutti: anzianità e incarichi cambiano gli importi. Ma rispetto al 2019 un medico perde 584 euro netti annui di potere d’acquisto, anche tenendo conto delle riforme fiscali dei governi Draghi e Meloni. Vuol dire che con il suo stipendio compra meno. I conti sono stati eseguiti dagli economisti Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi dell’ Università di Ferrara.

Recuperare questi 584 euro, però, non basta a colmare il divario con l’Europa. In Germania, Francia, Austria e Olanda, nel 2025, le buste paga si aggirano tra 5 mila e oltre 6 mila euro netti al mese (qui). Un divario che rende più difficile trattenere chi può lavorare all’estero.
Per gli infermieri, nel 2026, il minimo contrattuale è di 31.917 euro lordi l’anno (indennità comprese), 25.044 netti. Anche loro hanno perso potere d’acquisto: 864 euro netti annui rispetto al 2019.

Una proposta su quanto aumentare le retribuzioni arriva, dunque, dalla Commissione Salute delle Regioni, sia di centrodestra sia di centrosinistra.

Per i quasi 110 mila medici del Ssn le Regioni chiedono un aumento di 10.122 euro lordi l’anno. Stanziamento richiesto per il 2027: 474 milioni di euro. Per due specialità particolarmente in difficoltà le Regioni chiedono di più: 15.183 euro lordi annui ai medici dei Pronto soccorso (costo 114 milioni l’anno) e agli anatomopatologi (23 milioni). C’è da tenere in considerazione, però, che dal 2026 i 10 mila medici di Pronto soccorso hanno a disposizione circa 6.500 euro lordi annui in più. Questo importo, secondo i conti dell’Agenzia per la rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni (Aran) è il risultato di stanziamenti progressivi avvenuti dal 2023 in poi con il governo Meloni.
Per 277.138 infermieri l’aumento chiesto è di 8.778 euro lordi l’anno. Stanziamento: 1 miliardo e 111 milioni (Commissione Salute delle Regioni, proposta per la legge di Bilancio 2027, pp. 3-4). Dal 2026 anche i 20 mila infermieri di Pronto soccorso hanno a disposizione circa 7.500 euro lordi annui in più.

Quante assunzioni servono

Ma stipendi più alti, da soli, non riducono i carichi di lavoro: servono più colleghi. Un documento interno del ministero della Salute, guidato da Orazio Schillaci, propone per il 2027 mille assunzioni di medici nelle specialità più carenti e 6 mila infermieri, per 450 milioni di euro l’anno. Le priorità sono l’assistenza sul territorio e le liste d’attesa.
C’è però un ostacolo alle assunzioni: il tetto alla spesa per il personale. Per anni il limite è stato la spesa del 2004, ridotta dell’1,4%, al netto dei rinnovi contrattuali. Dal 2019 è più flessibile: considera anche la spesa del 2018 e consente alcuni aumenti. Ma resta legato ai conti di molti anni fa, non soltanto al personale che serve oggi. Le Regioni chiedono di superare questi vincoli storici e stabilire gli organici in base alle cure da garantire, rispettando gli equilibri di bilancio. Prima si conta chi serve, poi si pianifica come pagarlo.

Quanti soldi servono

Quanto costerebbe? Per il 2027, 474 milioni per gli aumenti ai medici, 1 miliardo e 111 milioni per quelli agli infermieri e 450 milioni per le assunzioni. Totale: 2 miliardi e 35 milioni di euro. Aggiungendo i 114 milioni per i Pronto soccorso e i 23 per gli anatomopatologi, si arriva a 2 miliardi e 172 milioni. Gli aumenti di stipendio non sono una spesa una tantum: serviranno finanziamenti anche nel 2028 e nel 2029.

Il ministero dell’Economia indica 3,4 miliardi di euro in più per la Sanità nel 2027, tra risorse già programmate e quelle riportate nel Documento programmatico di bilancio del 15 ottobre 2026. Secondo le Regioni e il ministero della Salute quei soldi servono solo a garantire le attività attuali, diventate più costose per l’inflazione. I soldi per bollette e forniture rincarate non sono soldi disponibili per nuovi stipendi e assunzioni. Che, quindi, restano da finanziare. E per trattenere medici e infermieri bisogna poi riconoscere davvero anche competenze ed esperienza.