Le analisi. Saraceno, della porta, barbera e niola. Ma ricolfi: “costruzione dei media”

(estr. di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – ]…] Chiara Saraceno vede avvicinarsi “la soglia”, il raggiungimento cioè del livello di sopportazione oltre il quale anche l’altra Italia, quella che sembra ancora seduta sul sofà di casa, inizierà a farsi sentire. Con Donatella Della Porta, studiosa dei movimenti sociali, arriviamo a prospettare il punto di rottura: un evento, un fatto, una scintilla. “Anche la ribellione fanciullesca senza arte né parte politica di queste ore può innescare la fiammata, essere la miccia per un autunno di proteste portate in piazza dal vento della crisi che spira ovunque”. Nessuno li ha visti arrivare i ragazzini delle periferie milanesi e lontano dal cuore delle lotte operaie sono i blocchi stradali degli autotrasportatori meridionali. Dalle parti di Luca Ricolfi, il sociologo che dà voce a quella porzione di società liberale e benpensante, il Paese è silente appunto perché sazio, e alla piazza preferisce ancora la poltrona di casa. Dice Ricolfi: “A me non pare che l’Italia si dica ‘ferita e in crisi’, questa sensazione è largamente costruita dai media. A mio parere non riguarda più del 20% dell’elettorato. Il resto è società ‘signorile di massa’, che tutto sommato – per ora – se la cava abbastanza bene e già pensa alle prossime vacanze. Eravamo un popolo di lavoratori, stiamo diventando – come il resto dell’Occidente – un popolo di turisti”.
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È “il solito punto di vista di Ricolfi” per Chiara Saraceno. “Lui la chiama società signorile di massa, ma questa società vive una condizione di diseguaglianza così enorme, e la forbice così ampia che neanche ci si accorge più che un pezzo di essa si è inabissato. È talmente povero e scheletrico che ha paura di farsi vedere in piazza perché ha paura, la criminalizzazione è sistematica. A ogni protesta si reagisce con un decreto Sicurezza. Nessuno sforzo per capire le ragioni. L’indice puntato, la denuncia pronta. Ricordate cosa è stato fatto ai giovani ambientalisti che per avere spazio e visibilità denunciavano, attraverso modalità piuttosto estreme (sporcavano con una pittura biodegradabile luoghi e monumenti assai noti, ndr) la nostra indifferenza al clima che ci rovescia addosso un caldo insopportabile? Sono spariti alla nostra vista”. È il fatturato lordo della “politica securitaria”, segna con la penna rossa Donatella Della Porta, che alla Normale insegna e indaga queste pieghe della società. Nelle piazze, oltre alle devastazioni dei ragazzini di Milano, resistono le tende degli studenti. Della Porta: “In Francia la protesta rende di più, spilla soldi ai governi, fa cambiare i progetti di legge, le linee di finanziamento. La tenacia si paga in termini di coesione, ma viene ben remunerata”. In Italia “sembra che non succeda nulla, protesti e nulla cambia”, annota invece, delusa, Saraceno. Ma le piazze si gonfieranno di corpi e di cuori quando verrà erosa quella che l’economista torinese Filippo Barbera chiama “la riserva morale”. “Siamo un popolo di individualisti, un po’ anarchici e ci alleiamo solo quando non sarà possibile restare inermi”. Soglia o scintilla o riserva morale oppure, per dirla con l’antropologo Marino Niola, “apnea”. “L’Italia è in apnea, trascorre sott’acqua, nella bolla familiare in cui nuota, gran parte del proprio tempo. Gli italiani sono fatalisti ma realisti”, spiega Niola.
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“Trovo parecchia negatività e un pessimismo non sempre al suo posto. Solo pochi mesi fa ci siamo destati da una giornata superba, la vittoria del No al referendum sulla giustizia”, ricorda Saraceno avvertendo: “Non vorrei che le cose straordinarie venissero subito rimosse. Gli italiani, giovani e vecchi, sanno quando scendere in piazza”. “Per la Costituzione, la magistratura, la legge: la novità di quel largo popolo ha dimostrato che la società nel profondo vive un sentimento di riscossa, non rinuncia a battersi. È successo con Gaza, ricorda?”. Esistono bisogni che rallentano l’indignazione. “Chi sta male in arnese, il portafoglio con pochi spiccioli in tasca, non scende in piazza anche perché lo sciopero è un costo che non può sopportare. Non ha la forza economica di protestare”, spiega Barbera. È l’Italia con la testa in giù, quella inabissata, quella che, secondo Saraceno, “ha smesso di protestare: penso a chi è senza casa. Non hanno più speranze e non hanno più futuro”. La protesta per adesso non si fa popolo e il popolo non si ritrova. Ecco Marino Niola: “Non c’è più una bandiera, uno slogan, qualcosa che accomuni, leghi, faccia sentire popolo come una volta. Si diceva compagni per definire una comunità di scopo. Compagno ha la sua radice in cum panis, ‘dividere il pane’”. Nell’attesa, la domanda resta: l’Italia è un Paese che soffre.