Occasione per i piccoli, iattura per i maggiori partiti che si contendono la guida del Paese. Ma lo Stabilicum rischia davvero di lasciare a bocca asciutta chi meditava di fare bottino pieno

(Giuliano Torlontano – lespresso.it) – Un fantasma si è aggirato in una sede accademica legata alla plurisecolare tradizione gesuitica: il pareggio. È ciò che tormenta i paladini del bipolarismo italiano dal 2022 incentrato su Fdi e Pd. Lo spettro è riapparso nelle stanze della più antica università pontificia. La Gregoriana ha ospitato chi immagina per il 2027 un quadro politico che ridisegni gli schieramenti politici. Il sogno settembrino – in vista delle elezioni del prossimo anno – ha accompagnato nelle scorse settimane il convegno organizzato da un politico il cui cognome riporta agli anni della Prima Repubblica. Dilatando il punto più debole della legge all’esame del Parlamento, Giuseppe De Mita (fondatore del partitino centrista, Base Popolare) ha spiegato: «Il mancato raggiungimento del 42 per cento da parte delle due coalizioni sarebbe una grande vittoria». Perché segnerebbe «un ritorno al proporzionale puro e alla centralità del Parlamento». Parole affidate al quotidiano della Cei, Avvenire, che ha dato spazio ai due giorni del convegno anche per la presenza nella lista degli interventi di Mariano Crociata, vescovo di Latina e presidente della Commissione delle Conferenze episcopali europee.

Del resto, è stato il presidente dei Vescovi italiani Matteo Zuppi a stigmatizzare la «polarizzazione» della politica italiana degli ultimi tempi. Non nascondendo una certa allergia alle posizioni leghiste su temi che per il mondo cattolico vanno affrontati all’insegna della solidarietà, come quello dell’immigrazione. Un governo che passi per la scomposizione degli schieramenti e premi le componenti meno populiste è in testa ai desiderata non solo dei nostalgici del proporzionale, spalleggiati da alcuni settori del mondo cattolico. Ad auspicare il pareggio è Carlo Calenda. Il leader di Azione intende affrontare la prossima sfida elettorale al di fuori delle due coalizioni, con l’obiettivo di raccogliere voti che poi pesino. Ovvio che i partiti più grandi la pensino diversamente. Elly Schlein, come Giorgia Meloni, esclude che possano nascere coalizioni trasversali con il Pd. Ma nei partiti il quadro è frastagliato.

La minoranza riformista del Nazareno esclude di puntare sul pareggio, senza però negare  che quella prospettiva potrebbe riaprire i giochi. Così come avverrebbe per Forza Italia, rispetto all’attuale configurazione del centro-destra. «Preferiamo perdere piuttosto che pareggiare», ha tagliato corto il presidente del Senato Ignazio La Russa, riferendosi, in particolare, al proprio partito di appartenenza, FdI.

Salvatore Vassallo, politologo e direttore dell’Istituto Cattaneo, con L’Espresso ragiona in prospettiva: «Mi pare improbabile che in caso di pareggio si possano formare grandi coalizioni. Il partito maggiore del centro-destra, Fratelli d’Italia, sarebbe indisponibile. Non avendo partecipato nemmeno alla maggioranza pro-Draghi e avendo teorizzato la necessità di stabilizzare il bipolarismo, chiederebbe con tutta probabilità di tornare a votare in tempi brevi. Eventualmente, dopo aver fatto logorare un esecutivo sostenuto da una maggioranza debole ed eterogenea. I partiti più a destra, quelli di Matteo Salvini e Roberto Vannacci, difficilmente potrebbero entrare in maggioranze che includano il Pd e viceversa. Potrebbero aderire una manciata di parlamentari centristi, ma la maggioranza rimarrebbe fragile».

Ma qui siamo nel campo del progetto politico o dell’auspicio. C’è però l’ipotesi che al pareggio si arrivi a prescindere dalle intenzioni. E per effetto di uno Stabilicum che non consenta la conquista della maggioranza per governare, sebbene la futura legge elettorale del centro-destra preveda un premio in seggi.

Nel processo di ideazione della riforma si è partiti dalla convinzione che il Rosatellum impedisse la formazioni di coalizioni di governo stabili ed autosufficienti. L’aver rinunciato definitivamente al ballottaggio ha però complicato la situazione. Il sistema di voto, infatti, non permetterebbe una via d’uscita da una eventuale situazione di stallo, favorita da soggetti politici estranei al bipolarismo.

Del resto, la nuova legge elettorale ostacola nuove “discese in campo”. E Beppe Grillo ha escluso di progettare un nuovo partito che sarebbe nato al di fuori degli attuali schieramenti: «Non ho potere e facoltà». Raccogliere le firme (seimila in ogni collegio) per chi non è rappresentato in Parlamento, è, comunque molto complicato. «Se si replicasse sul fianco sinistro quello che è già avvenuto sul fianco destro con Futuro Nazionale, anche il campo progressista scenderebbe sotto la soglia del 42 per cento prevista per la conquista del premio di maggioranza», osserva Lorenzo Pregliasco. Pericolo scampato, forse, per Pd, Cinque Stelle ed altri alleati, dopo le parole del comico genovese. Resta però una questione. «Il dato del centro-sinistra è superiore alla soglia di appena uno o due punti, a seconda dei sondaggi; al massimo, si arriva al 44 per cento», spiega il politologo e direttore dell’Istituto YouTrend, avvertendo che «il rischio del pareggio c’è».

Con Matteo Salvini, sempre più convinto  che si debba «collaborare con Mosca», nonostante Kiev, e Giuseppe Conte pronto a fare «tabula rasa» anche degli aiuti militari all’Ucraina, a Bruxelles si comincia a guardare con apprensione alle elezioni italiane che si terranno nello stesso anno delle “presidenziali” francesi, sulle quali incombe Marine Le Pen. Eletto oltralpe e vicino all’Eliseo, l’europarlamentare Sandro Gozi di Renew Europe esprime la preoccupazione che «l’Italia, oggi in seconda linea rispetto agli impegni europei a favore dell’Ucraina, nel 2027 sia ancora più ambigua ed esitante». Per salvaguardare la politica estera da Lega, Cinque Stelle, Avs e Futuro Nazionale, meglio il pareggio, è la tentazione. Ma resta un azzardo per chi sostiene, in base all’esperienza, che un governo debole a «maggioranza fragile», per dirla con Vassallo, renderebbe debole anche l’azione dell’Italia in Europa.