Lo scrittore e l’ambiente. “Eppure per capire basterebbe ascoltare i giovani: gli unici che lanciano allarmi concreti”

(di Antonello Caporale – ilfattoquotidiano.it) – Il caldo avvampa le città, brucia i boschi, asseta le montagne, cambia il senso delle stagioni. Non è già questo l’inizio della più grande e terribile guerra dell’uomo contro l’uomo?
È la tappa precaria e provvisoria dell’indifferenza generale agli effetti dell’oppressione umana sulla natura. Il crollo del ghiacciaio in Nepal aggiorna il bollettino degli eventi dati per inesorabili. Intanto a valle si lavorava a imbrigliare acque di un fiume impetuoso. Ecco la perfetta combinazione dell’inesorabile con la manomissione umana del suolo a fini energetici.
Le colpe sono manifeste.
Causa principale è l’arrembaggio e lo sfruttamento intensivo di ogni risorsa disponibile. Si aggiunge per aggravante l’incapacità di progettare una possibile economia della riparazione. Un esempio virtuoso: il risanamento del fiume Sarno in Campania, il più inquinato d’ Europa. È stato realizzato e fa fiorire l’economia dell’area. Ma è un successo locale, regionale, non percepito dal governo centrale. Si può produrre ricchezza riparando i guasti arrecati al suolo che abitiamo in comune.
Finora il potere politico e quello economico restano muti, inchiodati alle loro altre priorità. L’autodistruzione è dunque messa nel conto?
Sono la rassegnazione e l’assuefazione come programma politico. E questa ha come effetto lo scoraggiamento civile. L’astensione dal voto del corpo elettorale è il risultato contagioso del morbo della rassegnazione. Protervia e arroganza accompagnano il comportamento di chi è incapace di rispondere.
Poche speranze, dunque.
Eppure ci sono anticorpi giovanili che hanno a cuore il clima e il loro futuro minacciato. Non sono profeti, non hanno vocazione al martirio, ma sono lanciatori di allarme. Sono considerati rompiscatole e vengono represse le loro azioni simboliche e inoffensive.
È un fatto che milioni di persone hanno lasciato a una ragazza, Greta Thunberg, quando ancora non era maggiorenne, di farsi carico del più grave problema della storia naturale del mondo. Non dovremmo vergognarcene?
La vergogna è un sentimento nobile e personale. Le gerarchie lo hanno abrogato dalla loro coscienza per continuare a detenere a oltranza il loro potere. Si sente dire continuamente dai loro pulpiti che non accettano lezioni. E perché no? Sono gratuite, possono giovare. Ma il loro rifiuto è irrazionale e patologico. È un disturbo del comportamento. Oggi ogni caso politico è un caso clinico.
Perché non si chiede conto a chi definiva gli allarmi degli scienziati sulla crisi climatica una enorme fandonia di assumere la responsabilità delle proprie incredibili parole?
Siamo coetanei di persone che negano la sfericità della terra, l’efficacia dei vaccini. Siamo coetanei di credulità infantili e incredulità senili. È decaduto e forse deceduto il pensiero, sostituito da un assortimento di malumori. Nel dopoguerra la scuola italiana compì l’epica impresa di vincere l’analfabetismo di massa. L’Italia aveva voglia e bisogno di conoscenza. Oggi con la grande abbondanza di fonti d’informazione alla portata di tutti l’ignoranza è esibita e volontaria, dunque irreparabile.
Ha ascoltato il presidente del Senato dire che, insomma, “Ci adegueremo al clima caraibico. mica i Caraibi sono scomparsi?”.
Questo mese di agosto ha costretto agli arresti domiciliari le persone che non si sono potute permettere l’evasione dalle fornaci di asfalto. Quel presidente con la sua battuta sta dicendo semplicemente: “Me ne frego!”, sillabe assorbite in gioventù.
Cos’altro deve accadere per farci prendere coscienza della tragedia climatica? Le inondazioni devono raggiungere le metropoli? La grandine deve bucare il cemento armato?
La terra sta aumentando di decimi la sua temperatura febbrile. I fenomeni aumenteranno d’intensità e di frequenza.
Qualcuno capirà, infine?
Non credo a conversioni alla San Paolo sulla via di Damasco, dopo opportuna caduta, da parte delle vecchiaie al potere nel mondo. Hanno vissuto la loro vita sotto un altro cielo, sotto un altro genere di catastrofi sospese. Oggi queste vecchiaie hanno per motto la frase attribuita a Luigi XV di Francia: “Après nous le déluge”.
Si protesta.
Ma lo si fa ipocritamente.
Nessuno vuole rinunciare davvero a quella “protesi” chiamata automobile (vedi costo dei carburanti e infinitesimale calo delle auto in circolazione.
Bene fanno a tenere alto il costo dei carburanti, tanto siamo disposti a dissanguarci pur di non rinunciare all’automobilina, giocattolo/conquista sociale troppo recente per abbandonarla.
E che dire dello smartphone, altra protesi indispensabile (per i ripetitori/radiazioni magnetiche/cancro non si protesta nemmeno più). Ma si meglio un cancro che farne a meno.
Mi ricordo sempre della storiella dell’isola di Pasqua i cui abitanti si “mangiarono” tutto e distrussero sino all’ultimo albero per renderla infine inospitale alla vita, MORTE di un ecosistema.
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