Impressiona l’assoluto silenzio della premier sul mondo in guerra tutt’intorno a noi. Quasi fossimo sulla Luna

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – «Se c’è un segreto, cercalo nel silenzio. Perché il silenzio è musica, almeno quanto i suoni, forse di più. Se vuoi entrare nel cuore della mia musica, cerca tra i vuoti, tra le pause. Ogni suono è soltanto la pausa di un silenzio». Il genio di Ennio Morricone può aiutarci a cogliere la cifra nascosta nell’autoritratto che Giorgia Meloni ci ha offerto celebrando il suo record di durata a palazzo Chigi.
Rileggendolo — è un testo scritto e riscritto — colpisce il tono rivendicativo ma tutt’altro che trionfalistico. Più bemolle che diesis. Parlare di estensione della Zona economica speciale e del petrolio in Basilicata, avvertire che «chi vi propone soluzioni facili (ergo: Vannacci) non vi dice la verità», offrire scuse non richieste («le liste d’attesa per la sanità non le ho inventate io») sono stilemi che difficilmente rientrano nella retorica del trionfo.
Il tutto accompagnato dalle struggenti note di A mano a mano cantata da Rino Gaetano… Ci saremmo aspettati l’Elton John di I’m still standing. Ma più del minimalismo domestico impressiona l’assoluto silenzio sul mondo in guerra tutt’intorno a noi. Quasi fossimo sulla Luna.
Eppure la presidente del Consiglio parlava dal molo borbonico di Bari, affacciato sul Mediterraneo in fiamme che minaccia di chiuderci gli sbocchi all’oceano, da cui traiamo le materie prime che non abbiamo e per cui viaggiano le merci che produciamo. Non una parola su Trump o Putin, sulle guerre di Israele, sul riarmo degli europei. Silenzi interpretati dai fini esegeti del melonismo come «effetto Vannacci».
Leggendo nei sondaggi il crescente disincanto per il nostro pur modesto appoggio all’Ucraina, Meloni avrebbe preferito tacere per non dare altri argomenti al generale più russo che filorusso, unico vero ostacolo fra lei e un altro quinquennio di governo. Sarà. Ma quel silenzio rivela, forse inconsciamente, qualcosa di più profondo: oggi l’Italia non fa politica estera. E questo, con tutto il rispetto, è molto più importante del duello Meloni-Vannacci.
La nostra inerzia non è nata ieri ma oggi rischia di compromettere il futuro dell’Italia. In tempi di rivoluzione chi sta fermo è finito. Può al massimo sperare nella benevolenza dei protagonisti delle partite che stanno riscrivendo il profilo del pianeta, per i quali semplicemente non esistiamo. Se non come area di ameno parcheggio e svago per militari stanchi (una delle priorità del Pentagono dopo gli ammutinamenti sulle portaerei Ford e Lincoln, per informazioni rivolgersi a Croazia e Thailandia) o stazione di rifornimento per bombardieri, senza pedaggio.
Leggenda vuole che l’Italia sia troppo piccola per pensare il mondo e agirvi. La coscienza dei propri limiti non esenta nessuno Stato dal partecipare al sistema internazionale. Ne è anzi la premessa per contarvi. E se nella bonaccia il prezzo dell’introversione appare impalpabile, quando soffiano venti di tempesta manovrare è necessario. Altrimenti sprofondiamo. Da soli. Senza nemmeno bisogno che qualcuno ci affondi.
Con tutto il rispetto per le rivalità fra destra e ultradestra, la tabe che gli omissis di Meloni — ma vale per entrambi gli schieramenti, perché è questione culturale prima che politica — squadernano sotto i nostri occhi è emergenza nazionale. Se ne esce solo prendendo coscienza della realtà, per quanto sconfortante.
Impressiona come la retorica corrente continui a trattare di Nato, Unione Europea, Onu e quanti altri riferimenti storici della Repubblica come se fossero quel che furono ai tempi del primato americano (Nato), come se esprimessero un soggetto politico e non una cacofonia di nazionalismi ciechi e velleitari (la mitica “Europa”) o fungessero da attivi custodi della pace (Onu) nel regno del cosiddetto diritto internazionale, universale misura di tutte le cose.
Capita ogni tanto che a qualche responsabile sfugga un riferimento alla realtà, non solo in privato. Ricordiamo Meloni stessa, di fronte a un allibito Bruno Vespa, affermare l’evidenza («L’Unione Europea non esiste», 7 aprile 2022).
Il suono del silenzio può aiutarci a capire che bisogna cambiar musica. Purché si senta: «Il mio suono prediletto è quello della grancassa sommata al tam tam» — Morricone dixit. Per ulteriori chicche del Maestro, vedi l’intervista a Giuseppe Tornatore Il silenzio è musica.
Non ho capito il titolo ma su una cosa concordo: dopo tanto baccano ci vorrebbe tanto tanto silenzio .
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