(estr. di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – […] “Noi non abbiamo avuto la loro compattezza”, ammette Arturo Parisi (“Corriere della Sera”) e l’invidia del fondatore dell’Ulivo per i governi della destra non può riguardare certamente i risultati, inesistenti, realizzati da Giorgia Meloni. Egli, piuttosto, si immedesima sull’impatto psicologico che il record di durata dell’underdog può determinare sull’elettorato di centrosinistra, piuttosto disorientato dall’instabilità “preventiva” di un’alternativa che non riesce ancora a quagliare. Secondo i sondaggi il “campo largo” o come si vuole chiamarlo, potrebbe accumulare fino a quattro punti di vantaggio sulla destra (senza Vannacci), se non fosse che nel mondo reale le intenzioni di voto possono evaporare in mancanza di una proposta strutturata e con un candidato premier riconosciuto come tale. Meloni, inutile girarci attorno, è percepita dal senso comune trasversale come tosta, determinata, strutturata: perfino la sua arroganza non è sempre considerata un disvalore se paragonata alla indeterminatezza degli avversari. Per questo motivo ogni giorno che passa senza un messaggio condiviso di coesione del centrosinistra crea incertezza e rischia di mettere in modalità di attesa molti potenziali elettori.

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Parisi cita come elemento destabilizzante “il problema del riconoscimento della leadership al nostro interno”. Nodi che speriamo comincino ad essere sciolti da Schlein e Conte alla festa del Pd di Reggio Emilia e del “Fatto” alla Versiliana. Un altro suicidio del centrosinistra (dopo quello del 2022) potrebbe essere quello definitivo.