Domani l’esecutivo raggiunge il record di longevità. Quattro anni sull’ottovolante che invece la premier intende festeggiare con tutti gli onori. Assenti (solo collegati) i due vice, alla kermesse in Puglia

(repubblica.it) – Domani la festa organizzata a Bari per consacrare i quattro anni del governo Meloni, che corrispondono anche al record di longevità tra gli esecutivi della storia della Repubblica. E per anticipare l’evento viene diffusa una brochure di 29 pagine realizzata da FdI con la premier in copertina e il titolo «Il governo più stabile, l’Italia più forte. 4 anni di impegno per la nazione».
Nel capoluogo pugliese, tra luminarie e dj, sarà presente, oltre alla premier, il leader di Noi Moderati mentre i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini saranno solo videocollegati. Ci sarà poi il presidente del Senato Ignazio La Russa, che nel pomeriggio depositerà una corona d’alloro sulla targa che ricorda i fratelli Tatarella.
La stima è di diecimila partecipanti. A loro sarà distribuito il dossier autocelebrativo in cui la parola che viene ripetuta più volte è «record». È diviso in capitoli che illustrano i risultati ottenuti dalla premier e dai suoi ministri ma sorvola sui fallimenti. Si parte dall’occupazione, anche questa «record»: oltre un milione di occupati in più da quando è in carica l’esecutivo Meloni con il tasso di occupazione che tocca il «picco storico» del 63,2%. Viene omesso però che in molti casi si tratta di lavoro povero o precario. Parallelamente, si legge nelle slide, la disoccupazione generale «crolla» al 5,8% e quella giovanile (15-24 anni) scende ai minimi storici: 18,9%. Anche se rispetto a giugno scorso il tasso di disoccupazione è tornato a salire. Viene poi rivendicato il 54,5% di occupazione femminile, ma non viene specificato che resta ben 17 punti sotto quella maschile.
Si parla poi di «il sostegno alle famiglie», il piano casa da 10 miliardi di euro per oltre 100mila alloggi in 10 anni, il fondo per il sostegno abitativo dei genitori separati e divorziati (20 milioni di euro) e il fondo per il sostegno del caregiver familiare (1,15 milioni di euro per il 2026). C’è poi il capitolo fiscale con «il taglio del cuneo fiscale» e «oltre 21 miliardi immessi direttamente nelle tasche degli italiani». Nessuna di queste cifre viene messa a confronto con l’inflazione che ad agosto è tornata a crescere del 3,3%, il livello più alto da settembre 2023.
Un altro tema è il calo dello spread a «meno di 80 punti base», ma secondo gli analisti il calo dipende soprattutto dal rialzo dei rendimenti tedeschi più che da un progresso equivalente dei titoli italiani. Infine politiche migratorie con la riduzione «dell’80%» degli sbarchi e l’aumento dei rimpatri. I 5.620 del 2026 vengono definiti «più di quanti ne fece Renzi in tutto il 2015». I dati Eurostat di 11 anni fa dicono però che nel solo 2015 i rimpatri italiani furono oltre 1.500 in più. di Gabriella Cerami
La politica estera. Gli show con Trump, poi la rottura e il gelo
Le avevano consigliato di inventare una scusa. Di ascoltare i segnali del cielo: neve e vento polare su Washington, tenersi alla larga dall’Inauguration Day di Donald Trump. E invece, Giorgia Meloni intirizzita va incontro al suo destino. Gennaio 2025, è l’unica leader occidentale presente. Segue lo show sporgendosi tra autocrati e sconosciuti. Fino a quel momento, tutto era filato liscio: la protezione di Joe Biden, le coccole di von der Leyen, le copertine della stampa internazionale, il G7 tra gli ulivi, l’inglese fluente. Politica estera come moltiplicatore di consenso in patria. Per un anno difende l’indifendibile Trump, al diavolo le prudenze degli europei e il fastidioso Macron, lei è il ponte sopra l’oceano. Come Icaro, si brucia. Brucia i ponti, soprattutto: gli europei sono stufi del leader Usa e dei suoi amici, l’opinione pubblica le rinfaccia la condanna tardiva della campagna di Israele contro Gaza. Snobba i Volenterosi, loro la escludono, intanto Tajani viene spedito al Board of Peace trumpiano col cappellino Maga: un disastro. Finché Trump si offende per Sigonella e si fa beffa di Meloni. L’espiazione segue il protocollo del tycoon: pubblica e volgare. Crolla l’impianto, si spegne l’ambizione: le restano solo i Volenterosi. Tenersi alla larga dalla politica estera diventa la nuova strategia. Adesso un comizio a Bari sembra meglio di un viaggio all’Onu. di Tommaso Ciriaco
Le riforme. Il premierato finito su un binario morto
Era la «madre di tutte le riforme». E il premierato deve avere preso così sul serio il suo ruolo materno che, dopo quattro anni di legislatura, è ancora in gestazione. La «più potente misura economica di cui necessita l’Italia» da ventisei (26) mesi, dopo la prima lettura in Senato, prende la polvere in un cassetto di Montecitorio. Nessun Fratello ne parla più, come capita con certi ex che si ha fretta di dimenticare. Impossibile che venga approvata entro il gong delle Politiche, con tanto di referendum. Ed era già la seconda scelta di Meloni, che nel programma elettorale del ‘22 sbandierava la promessa del presidenzialismo secco. Pure il Melonellum, legge elettorale sagomata su un premierato all’acqua di rose, ha dato finora solo grattacapi alla maggioranza: fragoroso patatrac parlamentare alla Camera sulle preferenze e adesso, dopo settimane di bizze, ancora non c’è accordo sui rammendi da portare a dama in Senato. Peraltro, incombe sempre il voto segreto. Anche l’autonomia differenziata, cara alla Lega, è arrivata all’approvazione in versione minimal, per poi essere impallinata dalla Corte costituzionale. Più che una rivoluzione, un contentino. Non c’è da stupirsi che di queste «potenti misure» invecchiate male, nelle 28 pagine di dossier confezionato da FdI per celebrare il governo più longevo, non ci sia traccia. di Lorenzo De Cicco
La sicurezza. La stretta securitaria che comprime i diritti
Quel calo dei reati del 10 per cento rilevato dalle statistiche del Viminale (ma assai meno dalla percezione della gente) lo hanno ottenuto a scapito di diritti fino ad ora inattaccabili. Un dato su tutti: quello dei bambini piccolissimi (30 contro gli 11 di due anni fa) finiti in carcere con le loro mamme, il diritto alla libertà di un bimbo calpestato per fermare una borseggiatrice in più. Più che la sicurezza promessa è una svolta securitaria quella impressa, con le limitazioni al diritto di manifestare, il fermo preventivo, le manette facili per i minori, la stretta sull’immigrazione propagandata come sinonimo di sicurezza. Ben otto provvedimenti di legge che non hanno reso sicure le città e fermato la violenza giovanile.
La promessa mantenuta è quella sul contenimento dei flussi migratori, più che dimezzati. Ma anche qui a scapito di diritti umanitari riconosciuti da tutte le convenzioni, finanziando la guardia costiera libica controllata da trafficanti e criminali come Almasri. I rimpatri degli irregolari restano una chimera. Anche perché di quei Cpr (uno per regione) annunciati in campagna elettorale, non ne è stato fatto neanche uno. L’unico, quello d’Albania, una macchina mangiasoldi che in quattro anni è riuscita a rimpatriare qualche decina di persone. di Alessandra Ziniti
L’economia. Conti a posto ma niente crescita e salari bassi
La disciplina di bilancio come stella polare. Per consegnare ai mercati e agli investitori il messaggio di un esecutivo affidabile, che non sfascia i conti. Mossa obbligata dopo che la coalizione si era presentata agli italiani con un programma zeppo di misure bandiera, ma dalla scarsa sostenibilità, come l’abolizione della riforma Fornero e la flat tax per tutti. Se la virata verso il controllo della spesa, a iniziare dallo stop al Superbonus, ha portato a risultati come il calo dello spread, passato da 233 a meno di 80 punti, o la riduzione del deficit fino ad arrivare a sfiorare l’uscita dalla procedura d’infrazione, non per questo ha risolto le criticità strutturali. La zavorra del debito resta la più pesante di tutta l’Eurozona. Non solo. La disciplina fiscale non si è tradotta in una spinta alla crescita. Il Pil resta fiacco, la produttività affanna. Gli investimenti rischiano di precipitare ora che il Pnrr è arrivato al capolinea. L’industria è in recessione. Tante le vertenze aperte, a iniziare dall’ex Ilva. Luci e ombre anche sui risultati migliori. Il taglio delle tasse per i redditi medio bassi deve fare i conti con una pressione fiscale in aumento e salari erosi dal caro vita. L’occupazione record è garantita dagli over-50, giovani e donne indietreggiano. Ora c’è la coda della legislatura. La fiammata dell’inflazione mette il governo davanti a un bivio: stringere la cinghia o giocarsi le ultime fiches elettorali nelle urne? di Giuseppe Colombo
La sanità. Riforma al palo, boom della spesa farmaceutica
Una nuova organizzazione del territorio che ancora deve partire, carenze degli organici, soprattutto degli infermieri, liste di attesa ancora troppo lunghe. Tra riforme mancate, polemiche sempre dietro l’angolo sui vaccini (con tanto di astensione dell’Italia dal nuovo piano pandemico internazionale dell’Oms insieme a Iran e Russia), nomine sbagliate, finanziamenti non sufficienti, sono stati anni di spine per la sanità. Il ministro alla Salute Orazio Schillaci, tecnico spesso schiacciato dagli appetiti delle correnti di Fdi, ha dovuto rinunciare a tante novità promesse. Come quella di una stretta sulle sigarette elettroniche, mai arrivata. Ma anche la riforma dei medici di famiglia non è stata conclusa. I soldi del Pnrr hanno permesso di aprire le Case di comunità previste, sorta di super ambulatori, ma ora vanno fatte funzionare, visto che solo poche sono partite a pieno regime. Manca personale e del resto c’è un serio problema di carenze di organico, soprattutto di infermieri. Ma uno dei problemi più significativi, che in questa legislatura è peggiorato in modo importante, è la spesa farmaceutica. Nel 2025 la spesa ha toccato i 25 miliardi, nel 2022 era di 20,5 miliardi, è quindi aumentata del 22% in tre anni. La questione medicinali è una spina nel fianco per Schillaci. E per il governo. di Michele Bocci
La cultura e l’informazione. L’egemonia arenata e i russi in Biennale
Ribaltare l’egemonia culturale della sinistra: la missione del governo Meloni, quattro anni dopo, si è risolta in un mega flop a base di riforme pasticciate, attori in rivolta, russi in marcia su Venezia, occupazione militare della tv di Stato. Una commedia all’italiana che però non fa ridere. Si comincia con Gennaro Sangiuliano chiamato a guidare la riscossa, con tanto di Dante e Gramsci arruolati fra i pensatori di destra, finito travolto dal caso Boccia. Sipario. Arriva Alessandro Giuli. La rivoluzione cambia ministro, ma non copione. Che si fa ancora più turbolento. La premier era stata chiara: il tax credit voluto da Franceschini è un «sistema malato», fatto per premiare i film “rossi” che incassano zero al botteghino. Si cambia. Parte la stretta: controlli, istruttorie, decreti e contro-decreti. È il caos. Il cinema si ribella. Mentre dai contributi restano fuori progetti di alto valore come il doc su Regeni. E si sbarca in laguna. La Biennale di Buttafuoco riapre il padiglione russo, chiuso dal ‘22. Bruxelles non gradisce, Giuli prende le distanze e l’Ue infine taglia 2 milioni. Altro giro altra corsa. La Rai, il grande bottino, dove la promessa di liberare il servizio pubblico dalla politica si tramuta nella presa della Bastiglia: direttori, conduttori, palinsesti, tutto profuma di Meloni. Senza quella matrice non entri. E gli ascolti crollano. Volevano l’egemonia culturale, si sono accontentati delle poltrone. di Giovanna Vitale
La giustizia. Guerra alle toghe ma il referendum è un fiasco
Coesi nell’indebolire la lotta contro colletti bianchi e amministratori infedeli. Ma con la vittoria del no soffiano venti di tempesta. La bocciatura della riforma sulla giustizia scuote il governo e lascia tuttora divisioni e strappi tra lo stop dei meloniani che temono il contraccolpo di altre norme anti-giudici, e il pressing da rivalsa di Forza Italia che, su prescrizione e responsabilità civile, non intende mollare. Su tutto, resta il fallimento più grave, il buco nero trasversalmente riconosciuto: il dramma carceri.
Sul terreno dell’offensiva all’“invadenza intollerabile” delle toghe, parole di Giorgia Meloni, l’ esecutivo incide con freni e paletti: l’abolizione dell’abuso d’ufficio, l’attenuazione del traffico di influenze, la stretta sulle intercettazioni cosiddette “a strascico”, il bavaglio alle Procure e alla stampa. La marcia si infrange solo contro i 15 milioni di no, la stangata delle urne. Cade il progetto di presentarsi alle Politiche con lo scalpo dei magistrati. Ma il governo ha fatto in tempo a indebolire i pm e separare le carriere con la riforma sulla Corte dei Conti: i cui magistrati in lotta chiedono lumi alla Consulta. E mentre è espugnata la Scuola della magistratura (per la prima volta, a guidare c’è un prof amico dei meloniani), le mani si allungano anche sul Consiglio di Stato. Dove da mesi è congelata una nomina ai vertici per uno scontro anomalo. Su cui ha acceso un faro perfino il Quirinale. di Conchita Sannino
, il piano casa da 10 miliardi di euro per oltre 100mila alloggi in 10 anni, il fondo per il sostegno abitativo dei genitori separati e divorziati (20 milioni di euro) e il fondo per il sostegno del caregiver familiare (1,15 milioni di euro per il 2026).
Metti il tutto insieme e ci viene a stento il nuovo lotto di caccia F-35.
Pagliacci malefici. 1,15 per i caregiver! Significa se va bene 1 euro a persona per 1 anno!
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Dalle mie parti si dice : se uno si vanta qualcosa gli manca . Qui manca tutto tranne l’inefficienza e la mediocrità quindi bisogna adattare il detto in : quando qualcuno si vanta quasi tutto gli manca.
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