Ora è una meta “glamour”. Bellezza e delitti: una vita rocambolesca, si spense (per caso) all’Argentario

Vedi Porto Ercole e poi muori: il destino fatale di Caravaggio in fuga

(di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – Alle 8 di mattina di un qualsiasi giorno di agosto, Porto Ercole è, ancora per qualche minuto, un paradiso. Le comparse della sua eterna serie estiva, “Parioli sul mare”, dormono della grossa; il mare non è ancora un’autostrada nautica; gli uccelli di Villa Consani e del Giardino Corsini cantano, prima di essere lessati vivi dall’ennesima giornata di scirocco da catastrofe climatica. Ed è perfino possibile fare un bagno al Purgatorio senza che una flotta di milionari coatti ti ormeggi direttamente in testa. Così, mentre scivoli fuori dal porto, riesci a concentrarti sulla meraviglia del paese vecchio, ora quasi abbacinante per il tratto di mura appena restaurato, sotto piazza Santa Barbara. A ricordare che prima del glamour degli anni Sessanta e Settanta, prima delle distruzioni della guerra e anche prima del lungo, ferreo dominio spagnolo (ancora non si è spenta la memoria della cattiveria del governatore, di metà Seicento, don Alonso de Haro y Porcel…), Porto Ercole è stata senese (non a caso la sua bandiera sfila nella passeggiata storica del Palio, tra quelle delle terre soggette alla Repubblica). E proprio le sue mura, cui posero mano maestri del calibro del Vecchietta e di Francesco Di Giorgio Martini, sono lì a testimoniarlo, con la loro elegante porta ancora tutta gotica: un palinsesto complesso e affascinante, ancora in attesa di essere davvero letto e descritto.

Nonostante i tentativi di assassinarla, per esempio con monumentali isole di cassonetti dell’immondizia, a Porto Ercole la storia occhieggia da ogni angolo. Come se questo minuscolo paese inghiottito dai riti dell’estate italiana, regolarmente alla ribalta perché Giorgia Meloni viene a farcisi uno spritz (nello stesso bar dove staziona Cesare Previti), provasse a rivendicare la sua lunghissima, gloriosa storia. Menzionato già da Strabone, al tempo di Cristo, Porto Ercole ha attraversato duemila anni, e porta segni eloquenti, a saperli vedere, di ogni segmento di questo lungo cammino: anche se invano si cercherebbe un piccolo spazio culturale capace di raccontarlo, magari con rigore scientifico ma anche con la capacità di avvincere un grande pubblico. In compenso, si spreca il marketing del “borgo di Caravaggio”. Ormai archiviata la gran farsa del “ritrovamento” delle ossa del padre dell’arte moderna (che nel quarto centenario della morte, era il 2010, attraccarono al molo sul brigantino del sullodato Previti, elegantemente adagiate in un’urna di plexiglass: autentiche come il cristianesimo di Salvini), di caravaggesco rimane una selva di cartelli, richiami turistici, nomi di strade e ristoranti. Ma se si dimentica la paccottiglia, allora è commovente ricordare che, sì, Caravaggio morì davvero a Porto Ercole, il 18 luglio del 1610: frattura epocale per la storia dell’arte europea. E per quanto nessun reale rapporto legasse l’artista a questo luogo, che egli vide (se era ancora cosciente) per la prima e ultima volta in punto di morte, dà le vertigini pensare che ciò che resta delle sue molecole è certo impastato in questa terra, tra le mura, la rocca, la chiesa del paese vecchio.

E oggi, grazie alla passione di un gruppo di persone (tra le quali spicca un giovane studioso portercolese, Lorenzo Fusini) si può tornare a parlare seriamente di Caravaggio e di Porto Ercole. Se poi si vuol far correre un po’ la fantasia, non è un libro ma un film che può dare un’idea – certo romanzata, ma con quanta grazia – dell’agonia dell’artista tra i pescatori di questa piccola terra: il Caravaggio di Derek Jarman (1986), la più bella (l’unica bella?) tra le tantissime pellicole dedicate al gran lombardo.

È difficile non interrogarsi sul singolare caso che portò Caravaggio a morire proprio qua: cosa mai può entrarci il pittore dei corpi dei vinti con il luogo delle vacanze dei potenti? Quando, da ultimo, un magnate svedese ha comprato mezzo paese, stravolgendo meravigliosi contesti sociali in nome di un lusso globalizzato quanto anonimo, girava voce che cercasse un originale di Caravaggio da appendere nella hall del suo albergo, la cui facciata lacera la romantica notte di Porto Ercole con una illuminazione da loculo cimiteriale. Non avrei saputo immaginare un finale più tragicomico, per questa storia dominata dal caso. Invece, quando – era il luglio del 2025 – le campane della chiesa si unirono – per merito di don Adorno, l’illuminato parroco di Porto Ercole – a quelle che in tutta Italia suonavano per i corpi straziati di Gaza, allora mi venne da pensare che finalmente lo spirito di Caravaggio era davvero presente. Perché se la grandezza di Caravaggio è stata il sapere usare la pittura per costruire “le forme più intense di un dire-il-vero che accetta il coraggio e il rischio di ferire” (parole di Michel Foucault non scritte per lui, ma per i suoi epigoni), allora è nel dire il vero che lo si deve onorare. Perché in fondo, l’unica cosa che davvero lega Caravaggio e Porto Ercole, è il suo andare errando, la sua fuga, il suo destino di “spostato”. Ancora Foucault suggeriva che in fondo è proprio questo il prezzo che paga chi dice il vero: “Non potrà avere riparo né focolare e neppure patria: è l’uomo della erranza, è l’uomo della fuga in avanti dell’umanità… Dice un testo antico ‘non ho moglie, non figli, non una casa, ma la terra soltanto e il cielo, e un unico mantello’”. Quella nudità, venuta a morire in una terra in cui oggi è regola l’ostentazione dell’opulenza, ha ancora qualcosa da dirci. Perfino in pieno agosto.