Il problema in Italia non è l’ideologia del politicamente corretto ma l’aggravarsi dello stato di salute della Repubblica

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – «No, mi dispiace, quella birra non ce l’abbiamo…». Per Maurizio Maggiani è una pentola cinese, per me è stata una birra. Di passaggio in Svizzera per qualche giorno di vacanza, ho chiesto alla giovane cameriera italiana di un ristorante di Basilea cosa pensasse del woke. E lei mi ha risposto così. Il woke, per una persona qualunque che si suda lo stipendio (quando ce l’ha), è tutt’al più la marca di una lager molto di nicchia. Altro che la terribile e temibile tirannia del “politicamente corretto” che ha distrutto le nostre società, come ripetono da anni le destre meloniane e adesso vannacciane. Ora se n’è convinto anche Giuseppe Conte, che invita le sinistre a liberarsi una volta per tutte da una gabbia mentale e valoriale che ha fatto solo danni, trasformandosi in «religione morale autoreferenziale» e in «repressione della libertà di opinione».
Certo, come Mussolini per Giorgia, la cultura Woke per Giuseppi «ha fatto anche cose buone»: ci ha spinto ad allargare il concetto di giustizia, ad adottare un linguaggio più rispettoso, a contrastare «le varie forme di razzismo, di sessismo, di discriminazione». Però, ecco il grande interdetto: non può più essere «l’ossatura ideologica di una forza progressista». Augh. La maggioranza applaude, compiaciuta per l’ennesimo autodafé del Campo largo. L’opposizione si divide, invece di spiegare finalmente ai cittadini-elettori come vuole governare il Paese.
Non butto la croce addosso a Conte, che è astuto e fa il suo gioco: ha aperto la sua campagna elettorale per le primarie – rovinose e dunque inevitabili, per usare l’iperbole di Francesco Piccolo – e ha messo una polpetta avvelenata sul piatto di Elly Schlein, toccandola sul nervo suo malgrado più sensibile. È lesbica, e i nemici la accusano di pensare solo alla galassia Lgbtq+. Un falso storico: la segretaria del Pd ha i suoi limiti, ma da tre anni parla solo di liste d’attesa nella sanità, di salario minimo e di bollette, spesso in modo quasi compulsivo. Ma la realtà non importa più a nessuno. Conta solo “il percepito”, che rimbalza nei talk, sui social e sui giornali: con Elly, il Pd ha abbracciato i diritti civili e ha abbandonato i diritti sociali. Un altro falso storico: il Nazareno ha smesso di difendere sia i primi che i secondi molto prima di Schlein. Per questo ha fallito. Ma oggi di che Paese parliamo? Possibile che i sedicenti progressisti, indegni di Gramsci perché incapaci di qualunque egemonia culturale, consegnino così il loro scalpo agli incolti patrioti al comando?
Che a decretare la morte del Woke 1.0 siano i democrat americani è un’ottima notizia. Dopo le sacrosante rivolte degli esordi, Black Lives Matter e #MeToo hanno prodotto degenerazioni insopportabili. Ma l’America è lontana: dall’altra parte della luna, cantava il poeta Dalla. In Italia il woke non è mai esistito, se non nelle invettive strumentali del populismo di destra e nelle couche intellettuali del radicalismo di sinistra. Cito due esperienze personali. La prima: ho discusso più volte in tv con qualche Fratello d’Italia che attaccava le follie del politicamente corretto dei partiti di sinistra, ma quando ho chiesto qualche esempio ho ottenuto solo supercazzole. La seconda: da direttore della Stampa, ho pubblicato con orgoglio il primo editoriale di Michela Murgia con lo schwa, mi pareva un eccesso ma ci stava tutto nelle visioni di quella scomodissima queer pasolinana, che non a caso le nomenklature dei due poli non amavano e che io invece non finirò mai di rimpiangere.
E se dalle nostre parti il politically correct è solo un po’ di “civiltà del linguaggio”, capisco Maggiani che preferisce un insulto umano a un acronimo, ma a me sta benissimo. Anche qui, un’esperienza personale: tre mesi fa a DiMartedì ho usato una metafora sbagliata, cinque anni fa non se ne sarebbe accorto nessuno, stavolta ha suscitato reazioni tra i disabili: ne ho preso atto, ho chiesto pubblicamente scusa. È giusto così.
Ora, che l’autocritica la faccia Alexandria Ocasio-Cortez è legittimo, nella nazione dove in certe università un docente, solo perché nero omosessuale, otteneva la cattedra scavalcando un prof bianco etero con più titoli accademici. Ma cosa dobbiamo abiurare qui, nel Belpaese dove si invocano la “remigrazione” e l’abolizione del reato di femminicidio, la revisione della legge 194 e il “patriarcato mediterraneo”? La difesa a oltranza di tutte le minoranze, la rinuncia all’identità storica italiana per rispettare quella altrui («ci vogliono togliere il Natale!», per dirla alla Salvini), la cancel culture declinata non più come inclusione dei “diversi” ma come esclusione dei “normali”: niente di tutto questo è mai stato il cuore della proposta politica della classe dirigente progressista. Siamo agli ultimi posti nelle classifiche sui diritti civili: i migranti sono il demonio, i gay li picchiano per strada, le donne e i giovani sono penalizzati nel lavoro e nel salario, le coppie di fatto hanno zero tutele, la legge sull’aborto è disapplicata in molte regioni e quella sul fine vita non vedrà mai la luce.
Questa è la realtà italiana, dove il woke non ha mai toccato palla. A meno che – come scrive Luigi Manconi – non si vogliano ascrivere a suo merito le poche leggi che hanno riconosciuto (tardi e male) il testamento biologico, le unioni civili, il codice rosso contro la violenza di genere. Ma sono stati sussulti isolati. Nulla di paragonabile alle grandi conquiste degli anni ’70, dal divorzio al Servizio sanitario nazionale, dallo Statuto dei lavoratori al nuovo diritto di famiglia. Io la grande lezione di quell’epoca l’avevo capita così: i diritti si sommano, non si elidono e avanzano insieme. Avevo capito che fosse proprio questa la forza inesausta della nostra Costituzione, che insieme alla libertà individuale protegge la solidarietà sociale.
Avevo capito che quel magnifico articolo 3 fosse già il pilastro sul quale cementare insieme tutti i diritti, civili e sociali, dando a ognuno di noi pari dignità, senza distinzioni di razza lingua sesso religione, ma impegnando lo Stato a «rimuovere gli ostacoli» che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti alla Res Publica. Questo è il vero problema italiano: non i diritti woke che ci soffocano, ma i diritti fondamentali che ci sfuggono. Lo disse Calamandrei nel 1955: la Costituzione «è promessa e polemica contro il presente», perché quegli «ostacoli di ordine economico e sociale» non li abbiamo mai rimossi. Ecco l’ultima cosa che avevo capito: questa è la missione della sinistra. Non litigare se il bagno dei genderfluid a scuola deve venire prima dell’asilo nido per i neonati.
Torno così alla cameriera in Svizzera. Non eleggo certo quel posto a modello, dopo l’immane tragedia di Crans-Montana. Ma nelle città o nei rifugi a quattromila metri, ho trovato quasi solo giovani italiani. Felici di essersene andati, sicuri di non tornare più. Quella di Basilea, 30 anni, è andata via dieci anni fa dal suo borgo nell’entroterra della Sicilia. «Per disperazione, perché lì per noi non c’è niente, né scuola né lavoro, manca pure l’acqua corrente che arriva un giorno ogni quattro. Qui sto bene, la vita è cara ma lo stipendio è molto alto, mi pago l’affitto, le tasse sono basse, funziona tutto…». A Interlaken ne ho incontrato un altro, 28 anni, scappato dalla sua Sardegna cinque anni prima: «In Italia? Mai più, è la giungla, tutto in nero, senza garanzie, qui ti mettono subito in regola, hai un contratto stabile e un primo stipendio da quasi cinquemila euro, se lavori bene ti fanno crescere, riconoscono il merito, la mia ragazza lavora a Como, ogni mese le mando i soldi io se no non ce la fa a campare, per questo tra poco si trasferisce qui anche lei».
Sto parlando di camerieri, se parlassi di ingegneri sarebbe anche peggio. Il rapporto Onu-Oil appena uscito dice che negli ultimi dieci anni sono emigrati 367 mila giovani tra i 25 e i 34 anni, il 39,7% laureati. Se ne vanno «per instabilità occupazionale»: il 31,3% dei lavoratori italiani sotto i 29 anni ha un contratto a termine, il 61,4% un contratto a tempo parziale. Tornato in una Roma semi-deserta, vado a mangiare una pizza nel mio quartiere e trovo l’ultimo paradosso: quasi tutti camerieri stranieri. Romeni, ecuadoregni, un egiziano. Provo a parlargli, ma mi ferma subito: «Scusa, no possibile, mi cacciano…». Eccola, la vita vera nella sua “materialità”. Anche qui, tra i poveri cristi arrivati pieni di speranze nella Capitale, nessuna traccia di birra Woke.
Giannini vai in trincea che forse sei più utile!!!
"Mi piace""Mi piace"
Viviana Vivarelli
Ci sono tre tipi di ciechi.
Quelli che non hanno imparato a guardare e sono educabili al vedere, per loro c’è speranza.
Quelli che non hanno occhi. E per loro non abbiamo alcuna speranza. La loro funzione nel mondo sta nel farci capire che abbiamo una responsabilità in più, anche verso la loro salvezza, perché, rispetto a loro, ci è stata data, almeno, la capacità di guardare.
Poi ci sono quelli che amano il buio. Per loro non c’è possibilità né di educazione né di speranza. E dobbiamo convincerci che esisteranno sempre e che saranno un problema insormontabile
"Mi piace""Mi piace"