Il viceministro Cirielli ha riaperto il dibattito. Ansia in Forza Italia. Il generale: «Tutti parlano di noi». Meloni attacca il dem Bonaccini

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Ma davvero Vannacci entrerà nella coalizione di centrodestra? La domanda sembrava aver trovato risposta definitiva nel no, pur pronunciato in modo indiretto da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani. «Come fa chi vota contro il centrodestra a volerci entrare?», la replica dei tre a chi li ha interoggati in questi mesi.
Invece la questione continua a essere più aperta che mai. A farselo sfuggire – chissà quanto involontariamente – è stato il viceministro degli Esteri di Fratelli d’Italia Edmondo Cirielli. Le sue parole sulla «speranza che con Vannacci si possa governare» hanno riaperto il toto-coalizione, facendo andare su tutte le furie la dirigenza di via della Scrofa, che ha tentato inutilmente di zittirlo prendendo le distanze con un comunicato in cui ha definito le sue: «parole a titolo personale». Cirielli, invece, ha mantenuto la posizione: parole a titolo personale sì e alleanza non in agenda, ma in fondo anche Meloni non ha mai attivamente escluso un’alleanza, è la sintesi del suo ragionamento. E che in politica non si possa mai escludere nulla è un fatto, è la chiosa, che è stata accolta con freddezza, ma anche attenzione, dentro FdI.
In privato, del resto, sono molti i dirigenti locali che si interrogano sull’opportunità di inglobare il generale, che in fondo è solo una voce in più a destra e sarebbe più utile dentro che fuori. La paura sui territori è che Vannacci possa drenare consenso dove FdI è in difficoltà, e sono molte le Regioni dove il partito viene descritto come «un gigante dai piedi d’argilla». Lo si è visto del resto alle regionali in Campania (dove proprio Cirielli è stato il candidato – perdente – contro Roberto Fico), ma anche in Puglia, Veneto e Trentino la situazione non è rosea. Del resto l’avvicinamento alle elezioni politiche ha messo in ebollizione tutti i partiti e anche tra i meloniani il timore per una ricandidatura esiste, tanto più se la nuova legge elettorale passerà.

I dubbi di FdI
Dentro FdI convivono due posizioni opposte. I cinici sostengono come l’8 per cento di Vannacci sia necessario con l’inabissamento della Lega verso il 4 per cento, tanto più se servirà il 42 per cento per incassare il premio di maggioranza. Non a caso il ragionamento di Cirielli è stato che «se oggi il 6 o il 7 per cento degli elettori vuole sostenere Vannacci, non si può attaccare né chi lo vota né chi riceve quei voti. Bisogna metterlo alla prova e affidargli una responsabilità». La dirigenza vicina alle sorelle Meloni, invece, ragiona all’opposto: il generale è un virus che rischia di fiaccare la coalizione come ha fatto con la Lega, tanto più che il suo 8 per cento nei sondaggi si sgonfierà di certo se portato sotto l’ombrello della maggioranza uscente.
Eppure, viene fatto notare, Meloni è effettivamente sempre stata attenta alle sue dichiarazioni: nessuna chiusura espressa, solo la constatazione che un gruppo che in parlamento vota come le opposizioni non può essere parte della sua coalizione. Dunque se Futuro nazionale cercasse l’accordo, troverebbe le porte almeno socchiuse, se non aperte? Questo è il vero interrogativo a cui risposta non c’è ancora.
Intanto, l’unico a guadagnare da queste esternazioni di fine estate è ancora Vannacci. «Come al solito, tutti parlano di noi ma non con noi», è la sua analisi, notando che «ne emerge un certo nervosismo in casa Fratelli d’Italia: si contraddicono a vicenda». E nervosismo nell’aria in casa centrodestra c’è sicuramente, non solo per questo nuovo fronte interno.

E di Forza Italia
La Lega è in ebollizione e la data cerchiata in rosso è quella del 20 settembre a Pontida per la resa dei conti tra ribelli e Salvini, mentre l’emorragia di consenso sembra inarrestabile. Un sondaggio di BiDiMedia ha collocato Futuro nazionale all’8 per cento e sopra di qualche decimo percentuale anche rispetto a Forza Italia, data al 7,3 per cento. Questo sta facendo aumentare la preoccupazione tra gli azzurri. Tra l’altro il generale sta provando a insidiare il fortino calabrese di Roberto Occhiuto, candidando alle suppletive di Reggio Calabria un ex forzista come Mimmo Giannetta, contro l’attuale tesoriere nazionale del partito, Fabio Roscioli. Il sindaco Francesco Cannizzaro ha messo a disposizione la sua rete a sostegno del candidato ufficiale, ma l’insidia è tutt’altro che di poco conto. «Si tratta di un sondaggio. Uno solo. Tutti gli altri sondaggi dicono il contrario», ha minimizzato il segretario Antonio Tajani, che ha definito Vannacci «un rappresentante dell’opposizione» e ha ricordato che è stato lui ad «andarsene dal centrodestra».
Meloni ha tentato di spostare l’attenzione su altro, intervenendo per attaccare il dem Stefano Bonaccini, che in una analisi sulle caratteristiche dell’elettorato che vota centrodestra ha parlato anche di minor scolarizzazione, intendendolo come uno degli elementi di cui la sinistra deve tener conto. «Quegli italiani, indipendentemente dalle scuole che hanno frequentato, hanno studiato sulla loro pelle le conseguenze delle politiche della sinistra» e «noi non chiediamo loro quanti titoli di studio abbiano prima di ascoltarli. Li rispettiamo», ha scritto Meloni.
Nella polemica si è inserito anche Vannacci, ricalcando le parole della premier e dicendo che «noi quella gente la ascoltiamo, la rispettiamo e la rappresentiamo. Perché il futuro dell’Italia non lo costruiscono i salotti», in una competizione a distanza ormai sistematica che la maggioranza non ha ancora trovato un modo di arginare.
Rivoluzioni-Viviana Vivarelli.
È facile dire: le cose vanno così male che ci vorrebbe una rivoluzione.
Il primo errore è credere che ci sia bisogno di qualcuno che le rivoluzioni le animi.
Vorremmo un Garibaldi o un Che Guevara mentre, al più, abbiamo un Barbero o un Montanari, persone pacifiche anche se idealistiche.
Il secondo errore è credere che la responsabilità di una rivoluzione debba essere sempre di qualcun altro, non nostra, e che a noi spetti sempre e solo la pigrizia di aspettare che a muoversi sia qualcun altro e, se non lo fa, ci sentiamo in diritto di accusarlo.
Il terzo errore è pensare che una rivoluzione sia fare una barricata e non diffondere un’evoluzione, mentre per realizzare quest’ultima si deve imparare a pensare e ad a usare la conoscenza, l’informazione, il confronto, la creatività e la logica.
Per quanto la storia ci mostri che le rivoluzioni avvengono quando questo lavoro di preparazione è avvenuto e le aspettative generali sono molto più avanti rispetto allo status politico, continuiamo a disprezzare la diffusione delle idee come se oggi si potesse fare ancora una rivoluzione con le bombe a mano o con una gestione dall’alto fatta da Tizio o Caio e non dovesse diventare attivo un quarto potere che si chiama ‘opinione pubblica’ per cui prima di ogni azione ci dovrebbe essere una pedagogia per creare un movimento culturale e un’esigenza diffusa.
Il quarto errore è non capire che la prima rivoluzione sta nel vivere. E che se non cambiamo il nostro modo di vivere, i nostri desideri, le nostre aspettative e il senso chiaro dei nostri diritti e delle nostre scelte, siamo perduti prima di fare qualunque altra cosa.
Il quinto errore è credere che basti qualche lieve cambiamento di opinione in un gruppo ristretto di persone dall’alto per cambiare uno Stato.
Ci vuole ben altro.
Il peggior rivoluzionario è quello che passa tutto il suo tempo a piatire perché il suo presunto capopopolo non gli dà il segnale della rivoluzione. E intanto si gratta la rogna. Ma ha la presunzione di credere che sta facendo pure qualcosa. Pensa che la rivoluzione gli debba essere servita, appena è pronta, come il caffè al bar, coi cornetti, e che sia con la schiuma o senza schiuma, con latte freddo o caldo, nella tazza o nel vetro, secondo i suoi comodi. Se pure qualcuno gli dicesse che la rivoluzione è scoppiata oggi, direbbe: “Ma proprio questo giorno qui?! Avevo già un impegno!”.
Poi c’è il rivoluzionario che passa il tempo a dire che siamo nel decadentismo. Che non c’è soluzione o salvezza. Che non resta più nulla da fare. Che non potremo mai fare niente. Che tanto gli uomini sono cattivi…Che tutti i partiti sono uguali. Che è inutile votare. Che lui ormai non si occupa nemmeno più della politica. Quello non è un rivoluzionario. È un sedentario. Un inutile nichilista. I regimi con quello ci vanno a nozze. I Governi peggiori nascono grazie all’astensionismo di costoro.
La cosa più difficile è capire che la rivoluzione è vivere. Non omologarsi, adattarsi, arrendersi o sopravvivere. Non seguire i media o l’uomo-massa ma imparare, conoscere, confrontare, viaggiare, paragonare, scegliere, vivere. Ma in genere gli uomini vegetano o si radicano, non vivono.
Ad alcuni per essere rivoluzionari manca solo la rivoluzione..
Non capiscono che rivoluzionari si nasce, non si diventa.
La rivoluzione si identifica con la vita in cammino. Se non cammina sempre, non nasce mai.
Ma, quando si cominicia a camminare, occorre ben distinguere la speranza dall’illusione.
L’illusione appartiene al regno labile della fantasia. La speranza alla solidità della ragione e alla costanza della volontà.
Mandela ha liberato il Sudafrica dall’apartheid ma si è fatto 27 anni di carcere. Gandhi ha liberato l’India dal dominio inglese ma ha lottato per 30 anni.
La libertà non cresce sopra gli alberi.
Inutile aspettare che ti cada in testa come la mela di Newton
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Ha ragione Cirielli……!!!! Questi “residuati nostalgici” ed inabili chiaccheroni imbarcherebbero chiunque per continuare a rimanere imbullonati ai sedili……!!!!!!
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