(Francesco Cancellato) – Vogliamo guardare per una volta la Luna, anziché il dito, in questa storia di Report?

Bene: la Luna è che c’era una trasmissione d’inchiesta sulla Rai, la televisione pubblica italiana.

Che questa trasmissione d’inchiesta, come è giusto accada per le trasmissioni d’inchiesta, non piaceva a nessuno che avesse un briciolo di potere in Italia. E in particolare, non piaceva all’attuale maggioranza di governo, che controlla la Rai – come tutte le maggioranze di governo che si sono succedute finora, giova ricordarlo.

Che questa trasmissione d’inchiesta aveva un conduttore, Milena Gabanelli prima, Sigfrido Ranucci poi, che oltre a condurla, svolgeva un ruolo di scudo per chi le inchieste materialmente le realizzava. Prendendosi addosso tutte le critiche, gli strali, i veleni, le minacce di chiunque abbia un briciolo di potere in Italia. Potere politico, economico, criminale: tutto.

Che questo conduttore si prendeva anche la stima, l’ammirazione e la gloria di chi, dall’altra parte, vedeva Report come un baluardo di libertà contro il potere e i suoi abusi. Cosa che sembra normale, in un mondo iper-polarizzato come quello di oggi. Ma normale non è, per un giornalista, riempire i teatri come fosse un capo-popolo. O un leader politico.

Poi c’è la bomba davanti a casa di Ranucci, sotto le macchine sua e della figlia. E si scopre che il mandante è Valter Lavitola. E si scopre anche che di Lavitola, un affarista coinvolto in storie strane, compravendita di senatori, ricatti ed estorsioni, sia di Ranucci “carissimo amico”, per ammissione stessa del conduttore di Report. E se sono chiari il cosa e il come, non lo è per nulla il perché: come mai Lavitola ha messo una bomba sotto casa di Ranucci? Per lanciare la sua carriera politica, come sospetta la procura? Per aumentargli il livello della scorta? E quanto sapeva Ranucci, prima e dopo la bomba, del coinvolgimento di Lavitola e dei suoi propositi?

Mistero. Sta di fatto che allo stato attuale non c’è un movente, ma c’è comunque un mandante (Lavitola) e una vittima (Ranucci) di un attentato. Amici o non amici, questi sono i ruoli.

E poi c’è tutto il resto, però. Una campagna stampa orchestrata dai giornali di proprietà di un deputato della Lega che scandaglia la vita della vittima, andando a rimestare nel suo passato per delegittimarlo. Un bombardamento di illazioni e fango che con la storia della bomba non c’entra nulla e che ha il malcelato scopo – nemmeno malcelato a dire il vero – di spingere Ranucci a farsi da parte. O di spingere la Rai a farlo fuori. Cosa che puntualmente avviene.

E qui si può discutere per ore se Ranucci abbia fatto bene, o meno, a difendere la sua posizione e il suo ruolo fino all’ultimo. A non farsi da parte lui stesso, scegliendo lui una successione, come Gabanelli fece con lui. A fare scudo per l’ultima volta alla trasmissione, dando forza e legittimità al nuovo conduttore, al nuovo scudo. Sigfrido Ranucci non l’ha fatto, e la Rai l’ha fatto fuori, col plauso dei partiti di governo e dei giornali del deputato della Lega.

Tutto ciò che viene dopo, è conseguenza di questa scelta. I due nuovi conduttori, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi sono due colleghi sulla cui professionalità e indipendenza non si può dire nulla, e che, in un mondo normale, meritano tutto il sostegno e le aperture di credito del mondo. Ma non hanno uno scudo a proteggerli, né – per storia, status e ruolo – sono lo scudo che può proteggere Report. Che da oggi si è guadagnato un bel po’ di nemici in più. A partire da Sigfrido Ranucci, che è stato fatto fuori dalla politica. Dalla squadra delle inchieste che si è sentita esautorata dalla scelta dei nuovi conduttori. Dal pubblico stesso di Report, che si ritrova spaesato di fronte a un capopopolo che disconosce la sua creatura, quella che aveva difeso fino a ieri.

Provate a pensarci: che forza avrà da ora in poi Report per difendersi dagli strali di un’inchiesta sul governo, sulla criminalità organizzata, su qualche grosso potentato economico italiano? E se farà un’inchiesta sui sindacati e sulle opposizioni? Quale garanzia d’indipendenza potrà offrire il nuovo corso della trasmissione, quando quello vecchio è stato fatto fuori col beneplacito di chi governa? La risposta, a oggi, senza nulla togliere a Presutti e Piervincenzi e alla loro capacità di cambiare le cose, è zero.

Dito e Luna, dicevamo. Le battaglie legali, le ripicche personali, le guerre tra bande del giornalismo d’inchiesta e non ci interessano poco. Quel che conta davvero è che prima c’era una trasmissione d’inchiesta che rompeva le scatole e che ora, al suo posto, c’è un suo simulacro fragile e senza alcuna protezione. Che la politica e la stampa amica di chi comanda sono riuscite nell’intento di far fuori un conduttore scomodo. Che chi governa ha fatto quel che vuole in Rai, alla faccia dell’indipendenza del giornalismo, e tanto più del giornalismo d’inchiesta.

E di fronte a tutto questo, l’unico che gode è chiunque abbia un briciolo di potere in Italia. Politico, economico, criminale. Che senza colpo ferire si ritrova libero da una trasmissione che gli ha rotto le scatole per trent’anni. E che adesso, finalmente, si ritrova un faro in meno puntato addosso.

Buon per loro, meno per noi.