(Federica Olivo – huffingtonpost.it) – “Un governo più stabile, un’Italia più forte”. Sarà lo slogan del 4 settembre a Bari, quando Giorgia Meloni e i suoi festeggeranno il governo più longevo della storia della Repubblica. Dietro il trionfalismo però si nasconde una grande contraddizione: la premier va a festeggiare il governo “forte” in un luogo in cui il governo è debole. Perché se il Nord al netto delle beghe leghiste e di qualche scaramuccia lombarda tiene, la vera voragine per i partiti della maggioranza è a Sud. Per ragioni interne ai partiti o alla coalizione. E anche perché al Sud ci sono dossier spinosi, come l’Ilva, ponte sullo Stretto o la disoccupazione, che il governo ha gestito poco e male.
Partiamo dalla Puglia, perché è lì che Meloni si autocelebrerà. I “Fratelli” pugliesi stanno studiando un piano per evitare le contestazioni. Un piano di difficile attuazione, perché Bari è da lustri roccaforte del centrosinistra nonché il capoluogo della regione dove Antonio Decaro del Partito democratico ha stravinto, sfiorando il 64%.
(…) FdI è percorsa da tensioni tra le truppe di Gemmato e quelle di un altro big pugliese: Raffaele Fitto, vicepresidente della Commissione europea, dirigente del partito di Meloni con una storia democristiana alle spalle. I contrasti sono evidenti e neanche la corsa di Arianna Meloni ad aprile a Bari è riuscita a stemperare gli animi. FdI non è messa bene, ma neanche Forza Italia in regione dorme sonni tranquilli.
In vista delle elezioni del 2027 si è aperta una frattura tra l’ala più vicina ad Antonio Tajani, rappresentata dal coordinatore regionale Mauro D’Attis, e la base. Una parte dei consiglieri regionali forzisti ha firmato un documento in cui si sostiene che “l’invocato rinnovamento non può che ripartire dal consenso e dalla reale presenza territoriale”. Da chi ha i voti, in sostanza. E la Lega? Vale per la Puglia come per le altre Regioni che toccheremo: non esiste più.
A Sud il partito di Matteo Salvini è in picchiata: c’è chi è in fuga verso altri lidi (Futuro Nazionale compreso) e chi guarda inerme le istanze nordiste dei lombardi. Se passerà quella linea, a Sud il partito sparirà. Un altro tassello che indica un pericolo: una debacle del centrodestra alle prossime politiche. In Puglia e nel resto del Sud.
Ma passiamo alla Campania, dove Fratelli d’Italia è in un mare di guai. “Questa regione farà perdere Meloni con qualsiasi legge elettorale”, è la profezia di chi conosce bene gli ambienti di centrodestra campani. In effetti, l’ultima prova elettorale di FdI in regione è stata disastrosa: nei comuni alle porte di Napoli (bacini da 200mila abitanti) ha preso percentuali che vanno da 0,98 a 3,88. La base contesta una cattiva gestione del partito da parte di dirigenti imposti da Roma nei singoli comuni.
(…) In Campania come in Puglia grosse grane anche per Forza Italia: come ha raccontato qui HuffPost, il partito in regione, per citare un militante “è peggio della Corea del Nord”. Tra esponenti del partito espulsi dalle chat, mal di pancia per la gestione del coordinatore regionale Fulvio Martusciello, critiche sul congresso, è un tutti contro tutti.
In Basilicata il centrodestra se la passa altrettanto male. Forza Italia ribolle per l’eterno commissariamento da parte della ministra Elisabetta Casellati, che dovrebbe mollare lo scettro nei prossimi giorni. Ma il vero problema di FI riguarda la guida della Regione. Il presidente, il forzista Vito Bardi, ha dovuto fronteggiare il veto di Fratelli d’Italia in provvedimenti fondamentali per la giunta, come la legge di bilancio. L’assessore all’Agricoltura, Carmine Cicala di FdI, ha votato no, rischiando di aprire una crisi irreversibile. La crisi poi è rientrata, il malcontento no. Gli elettori lucani, per quanto siano pochi, potrebbero tenere a mente questi dissidi in vista delle prossime politiche.
Sembrava navigare in acque serenissime il centrodestra calabrese, trainato da Forza Italia. Prima la riconferma del presidente Roberto Occhiuto – che è tra i principali volti del partito, corrente liberale che guarda a Marina Berlusconi – poi il plebiscito a Reggio Calabria. Nella città dello stretto il forzista Francesco Cannizzaro ha stravinto, con una percentuale bulgara: 66%. Tutto bene allora? Mica tanto. Perché da isola felice la Calabria sta diventando una spina nel fianco del centrodestra: alle suppletive per sostituire Cannizzaro, che ha dovuto lasciare il seggio alla Camera, è entrato in scena Roberto Vannacci.
Che ha candidato Domenico Giannetta, sottraendolo a Forza Italia e sfidando con lui tutto il centrodestra. Altri forzisti, raccontano le cronache locali, sarebbero pronti a passare alle truppe vannacciane. Uno dei più attivi tra i deputati di Futuro nazionale, del resto, è il calabrese Domenico Furgiuele. Che sta provando a tessere le sue tele. Non basterà il suo attivismo a piegare il granitico sostegno dei calabresi per il centrodestra, ma certamente creerà dei problemi. E in un contesto in cui ogni pacchetto di voti conta, anche un solo punto percentuale fa la differenza.
Concludiamo con la Sicilia, dove Fratelli d’Italia è in crisi da anni. Tra lotte intestine e inchieste giudiziarie, il problema più grande (secondo parte della dirigenza romana) si chiama Renato Schifani. L’anno prossimo si vota e un pezzo del partito vorrebbe puntare su un altro nome per la presidenza della regione. Proprio per questo gli era stata offerta un’alternativa: un posto al Consiglio superiore della magistratura. Altri quattro anni garantiti, con un incarico di prestigio.
Al governatore però la prospettiva non piace. Nelle ultime settimane si è rifugiato in un più diplomatico “decide la coalizione”. Un assist di peso per la ricandidatura di Schifani è arrivato da Ignazio La Russa: “Se devo esprimere un giudizio, dico che è un buon presidente della Regione e che nella normalità un buon presidente della Regione se decide di riproporre la propria candidatura normalmente è ricandidato”. Un endorsement che potrebbe aprire nuovi scenari.
O meglio, confermare il governo regionale attuale. Comunque vada, in una regione dove il richiamo del Movimento 5 stelle è sempre stato forte, e dove Cateno De Luca ha consensi importanti, tensioni e dubbi non fanno bene ai partiti di governo. E potrebbero fare molto male alle urne. Il fronte Sud, per Meloni, rischia di diventare più fragile del fronte Nord.
