La stoccata sulla necessità di liberarsi della cultura woke sposa la definizione sprezzante che ne ha dato la destra. Più che un autogol un altro modo per marcare il territorio

(Sergio Rizzo – lespresso.it) – L’insopprimibile pulsione all’abiura autolesionista, che da anni nulla risparmia dei fondamenti della sinistra alimentandone malcelati sensi di colpa, colpisce ancora. Duramente. E anche stavolta, per non infrangere uno schema già collaudato non senza sofferenza, la sinistra (ma forse sarebbe meglio dire l’opposizione) riesce nell’intento di farsi dettare l’agenda politica, di fatto, dalla destra. Eppure mai l’oggetto dell’abiura, che ha preso ad appassionare leader politici e opinionisti di area, è stato così vago e indecifrabile. Al punto che il termine britannico con cui tale oggetto viene definito, «woke», significa qualcosa di diverso da ciò che dovrebbe significare.
Assurdo. Resta il fatto che prima ancora di abbozzare quel benedetto programma per battere la destra al quale inutilmente si accenna da mesi con la paura di doverlo prima o poi affrontare, il problema che ora attanaglia la sinistra italiana è sbarazzarsi degli «eccessi» (termine che ha fatto capolino nella discussione in corso) di certi valori. Facendoli passare in secondo piano nella lista delle priorità. Fra questi, per dirne una, ci sono i diritti, e non solo delle minoranze: in un Paese dove guarda un po’ con il governo in carica quei diritti appaiono quanto mai sotto attacco. Che poi già soltanto affiancare l’aggettivo «eccessivo» a un sostantivo come «diritto» suona come una bestemmia in chiesa. Tanto più, in certe esternazioni, prefigurando perfino una specie di contrapposizione fra i diritti e le vere emergenze delle famiglie, qual è per esempio quella dei bassi salari. Problemi che invece sono strettamente connessi, perché indebolendo i diritti si indebolisce la capacità dei lavoratori di rivendicare salari decenti. Dettaglio non marginale, il principio secondo cui i salari devono garantire una vita dignitosa è anche stabilito dalla nostra Costituzione (articolo 36).
Insomma, non ci potrebbe essere disegno più efficace per far cadere la sinistra in un tranello. Spuntato, per un curioso plus di masochismo, proprio in quello che viene ormai comunemente appellato «campo largo». Mai però così pieno di insidie. La parola «woke», è stato spiegato fino allo sfinimento, viene usata negi Stati Uniti da un secolo come esortazione a vigilare sui soprusi nei confronti dei neri. Anche in seguito a fatti di cronaca il suo significato ha inglobato comportamenti e spinte sociali diverse, a comiciare dalla «cancel culture», ossia l’eliminazione dei presunti simboli dello sfruttamento e della segregazione, ma anche la battaglia in difesa delle minoranze sessuali e degli immigrati, l’ambientalismo più esasperato e radicale, ai confini del fanatismo. Woke è diventato rapidamente il marchio di fabbrica di una sinistra snobista, elitaria e indifferente ai problemi reali della popolazione. Tutta benzina, alle ultime elezioni presidenziali americane, per Donald Trump: che dichiarando guerra al «wokismo» ha sbaragliato i democratici. Tracciando pure una linea alla quale si sono adeguate le destre in tutto il mondo occidentale. A partire proprio dall’Italia, dove la propaganda politica della destra se n’è immediatamente impadronita come sinonimo di «politicamente corretto», l’insulto preferito affibbiato con sarcasmo alla sinistra dal fronte sovranista.
«La chiamano cultura woke. Ci sono forze che cercano di ridefinire la nostra storia e distruggere le nostre tradizioni condivise, non glielo permetteremo», promette Giorgia Meloni nell’ottobre 2025 agli italoamericani. È un’appassionata difesa del Columbus day, la celebrazione di Cristoforo Colombo scopritore dell’America e dunque accusato di aver spianato la strada al razzismo. Si prende per questo gli encomi della comunità tricolore e soprattutto i complimenti via Internet di Trump. E ancora oggi che lui non le vuole più bene gli ricorda in una intervista al New York Times le affinità nell’offensiva contro il «wokismo» che ha fatto trionfare nel 2024 il presidente americano. Fatica sprecata. Rispolverare quel tratto comune non sana un rapporto ormai alla frutta.
Ma l’equivoco nascosto nella parola sventolata con disprezzo dalla presidente del Consiglio è profondo, come le differenze fra gli Stati Uniti e l’Italia. E anche denso di paradossi. Se questa è la deprecata «cultura woke», non c’è anche a destra del wokismo, materializzato per esempio nella furia contro i vaccini che sfocia addirittura in una commissione parlamentare d’inchiesta dove si arriva a processare la scienza?
Nella campagna elettorale per le ultime presidenziali americane i democratici hanno commesso errori clamorosi. L’impressione di voler privilegiare i diritti delle minoranze rispetto ai problemi delle maggioranze è risultata fatale: il timore di veder arrivare nuove ondate di immigrati ha indotto anche parte dell’elettorato nero e ispanico, tradizionalmente più vicino al partito democratico, a votare Trump. Comprensibile perciò che alla vigilia delle elezioni di midterm previste a novembre, con lo schieramento repubblicano in enorme difficoltà e la popolarità del presidente in caduta libera, da una esponente dem del calibro di Alexandra Ocasio-Cortez arrivi una pesante sottolineatura di quegli errori. «Woke 1.0? Una follia!».
Meno comprensibile è invece il dibattito che sul wokismo in salsa italiana sta investendo l’opposizione al governo Meloni per iniziativa del capo del Movimento 5 stelle, Giuseppe Conte. Una mossa giocata sullo scacchiere delle primarie, dietro cui è impossibile non intravedere un tentativo di cogliere in contropiede la segretaria del Pd Elly Schlein, sua rivale nella sfida per la guida della coalizione alle future elezioni politiche. Utilizzando per giunta un fantasma agitato dalla destra. Un colpo basso, non istintivo. Con molte cose che però non tornano.
Intanto i presupposti. Un esempio rende bene l’idea. La cosiddetta cancel culture, pilastro della cultura woke attribuita da Conte alla sinistra nella lettera a Repubblica che ha dato fuoco alle polveri, in Italia non ha mai fatto breccia. Diversamente il Paese non sarebbe ancora pieno zeppo di simboli del regime fascista, con decine di strade e piazze dedicate a figure eminenti del Ventennio: alcune intitolate addirittura da amministrazioni di centrosinistra. Ci sono perfino 12 scuole statali che portano ancora il nome di Vittorio Emanuele III, il re che nel 1938 firmò le leggi razziali nella tenuta di San Rossore. Gli esperti della materia rammenteranno che i pochi fautori dell’abbattimento di una delle opere più simboliche del fascismo, l’obelisco con la scritta “Mvssolini Dvx” del Foro Italico a Roma, sono sempre stati regolarmente respinti con perdite. E l’obelisco è ancora lì, in bella mostra, con la sua scritta, ad accogliere i tifosi delle squadre capitoline che vanno allo stadio. Quanto alle migliaia di cittadinanze onorarie attribuite a Benito Mussolini dai Comuni italiani negli anni del regime, ne sopravvivono ancora molte. E non sono mancati casi, come a Gorizia, nei quali la revoca della cittadinanza onoraria al Duce è stata bloccata dall’amministrazione di destra. Questo proprio nell’anno in cui Gorizia e la sua parte slovena Nova Gorica venivano insignite del titolo di capitali europee della cultura. Per non parlare dell’atteggiamento ondivago su altri pilastri della cosiddetta cultura woke, quali l’immigrazione e l’ambientalismo.
E poi i paradossi. Perché nell’uscita del capo ex grillino ci sono anche quelli. «Per buona parte della sinistra – scrive Conte – l’indirizzo culturale woke è diventato una dottrina totalizzante, il filtro unico attraverso cui interpretare il mondo e distinguere i buoni dai cattivi…» Ancora: «La cultura woke è diventata una sorta di religione morale autoreferenziale…». Vero. Però è un concetto che sembra richiamare pure rigidità ideologiche tipiche dei Movimento 5 stelle, il partito di Conte. Talvolta ai confini, appunto, del credo religioso. Lasciamo perdere l’intransigenza su questioni cruciali per il rapporto con il Pd, come la politica estera e il sostegno all’Ucraina. È sufficiente ricordare la guerra senza quartiere, dichiarata a prescindere da qualunque argomentazione scientifica, agli inceneritori. I buoni contro, i cattivi a favore. Di quella guerra adesso se ne sono perse le tracce. Ma prendendo per buona la traduzione di Conte non è wokismo anche questo? E forse ancora più «woke» di quello attribuito alla sinistra?
Wokismo? …ma parlate dei bisogni della gente stro@zi!
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Rizzo! De lo dico con simpatia!
Ma va che a cagher, come dicono a Milano!!!!
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Ps. Vi terrorizza che con Conte presidente del consiglio il vostro stipendio pagato da chi non vi legge e non compra i vostri incartatotani ,Ve lo dovreste guadagnare sul campo!!! Vendendo i giornali su cui “scrivete”!!!
Pps. Guardate il film ” l’ ora legale” di Ficarra e Picone . Vi si aprirà in mondo!
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Insomma se la Schlein dorme o, peggio, continua a flirtare con Renzi, la colpa è di Conte, il quale dovrebbe assecondarla e restare pure lui immobile. Rizzo, non ti dico che sei una delusione perché da uno come te non mi aspetterei mai nulla di buono
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Lasciamo perdere l’intransigenza su questioni cruciali per il rapporto con il Pd, come la politica estera e il sostegno all’Ucraina. È sufficiente ricordare la guerra senza quartiere dichiarata agli inceneritori. Di quella guerra adesso se ne sono perse le tracce.
Che cosa vorrebbe dire Rizzo con queste parole? Che Conte è modellabile come il Pongo?
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E’ SICURO?
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