
(Rita Bruschi – rivistarinascita.it) – L’intervento di Giuseppe Conte su Repubblica il 21 agosto, al di là del tema contingente del woke, contiene una vera e propria ipotesi di rifondazione della sinistra, con il passaggio da una politica centrata sul riconoscimento ad una capace di riunire riconoscimento e redistribuzione, diritti civili e sicurezza sociale, identità e classe, libertà individuale e potere economico. È un testo di transizione strategica.
Un riferimento teorico netto, anche se non citato esplicitamente da Conte, è Nancy Fraser, che ha costruito per decenni proprio la distinzione fra Redistribution (distribuzione di reddito, ricchezza, potere e risorse) e Recognition (riconoscimento delle identità e delle forme di subordinazione culturale). Fraser definisce Progressive neoliberalism lo slittamento per cui le lotte per il riconoscimento hanno ampliato la politica progressista, ma nel contesto del neoliberismo rischiano di sostituire, anziché integrare, le lotte redistributive. Un sistema può diventare culturalmente progressista (diversità, inclusione, empowerment, rappresentanza) continuando al contempo a produrre precarietà, concentrazione della ricchezza e potere oligopolistico. La posizione di Fraser è che non bisogna scegliere, poiché redistribuzione e riconoscimento sono due dimensioni irriducibili della giustizia. Una società è ingiusta quando determinate persone o gruppi non possono partecipare alla vita sociale come pari. La sua nozione di participatory parity, parità partecipativa, è il criterio generale attraverso cui valutare se una società è giusta. È la traiettoria esatta del testo di Conte, tenuto anche conto del suo insistere in varie altre occasioni sul pilastro costituzionale dell’art. 3, secondo comma. La sua frase per cui «si possono tenere insieme riconoscimento e redistribuzione» non è quindi una buona posizione generica, ma una formula con una precisa storia teorica, quasi una traduzione politica italiana della soluzione fraseriana. La critica comune è che il liberalismo progressista abbia talvolta combinato l’avanzamento dei diritti con l’arretramento del potere economico dei lavoratori. Ma i ‘diritti senza redistribuzione’ non bastano. Questo è il problema posto da Conte, che non vuole abbandonare la politica del riconoscimento, ma subordinarla a un progetto sociale più ampio, cambiando la struttura stessa della politica progressista. Salvare il principio, correggere la forma e spostare il baricentro dalla guerra culturale alla distribuzione del potere economico, tecnologico e sociale. Ricostruire una politica capace di intervenire insieme su status, distribuzione e potere. La sfida è recuperare i ceti popolari senza sacrificare le conquiste culturali degli ultimi decenni.
E proprio mentre cerca di ridefinire la sinistra, nel passaggio fra la diagnosi delle disuguaglianze e la proposta di una nuova politica economica, Conte cita il §162 dell’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV, dove afferma che la giustizia sociale non va considerata un problema «separato e successivo» alla produzione della ricchezza e che deve riguardare «tutte» le fasi dell’attività economica. Conte lo traduce quasi alla lettera nella sua formula «intervenire a monte del processo produttivo, prevenendo le disparità sin dalla fase progettuale», chiaramente appropriandosi di una categoria politica dell’enciclica. Non si tratta di un riferimento ornamentale, ma di un passaggio concettuale enorme. Non di una semplice critica al woke, ma addirittura di una teoria della giustizia. E la citazione di Leone XIV è il cardine che permette di trasformare la critica in una concezione alternativa dell’economia. Non basta rendere il capitalismo più inclusivo; bisogna chiedersi come il capitalismo produce le disuguaglianze, e intervenire nella struttura che le produce. Magnifica Humanitas insiste proprio sulla necessità di governare la progettazione e l’orientamento della tecnologia, non solo di correggerne gli effetti a posteriori. Ed è ciò che Conte cerca di dire quando passa dai diritti identitari alla finanziarizzazione, alla rendita, alle Big Tech e al mercato del lavoro. Egli assume l’idea che economia, tecnologia, ambiente e giustizia sociale non siano problemi separati. Il passaggio su Big Tech è forse il più interessante di tutti, perché viene introdotto un terzo asse, il potere tecnologico, e si chiarisce che il nuovo conflitto politico non sarà soltanto ‘lavoro vs capitale’, ma anche ‘cittadino vs infrastruttura algoritmica’. E questa potrebbe essere una delle questioni politiche centrali dei prossimi decenni. Inoltre, la destra equipara la sicurezza all’ordine pubblico, confini, polizia, deterrenza. Conte invece reinterpreta la sicurezza come casa, lavoro, salario, sanità, istruzione, welfare. È una tesi socialdemocratica classica, ma che oggi può avere una particolare forza politica, perché consente alla sinistra di tornare a parlare a persone che non si riconoscono necessariamente nelle categorie culturali del progressismo contemporaneo.
La domanda politica sottostante al testo è dunque ‘quale sarà il nuovo soggetto progressista?’. La vecchia sinistra aveva il lavoratore. La sinistra postmoderna ha avuto le identità oppresse. Conte indica un terzo soggetto, la persona esposta insieme a sfruttamento economico, trasformazione tecnologica, precarietà sociale e vulnerabilità culturale. Non più «operaio» contro «minoranza», ma «persona vulnerabile dentro sistemi di potere interconnessi». Leone XIV chiede ‘che cos’è l’essere umano che vogliamo proteggere?’ e ‘quale ordine economico, tecnologico e politico è compatibile con la dignità della persona?’ Conte risponde cercando di unire tre livelli di analisi: l’uomo è vulnerabile perché è inquadrato in strutture economiche e di status diseguali, perché è inserito in un sistema economico-tecnocratico che tratta la natura e la società come risorse da sfruttare, perché rischia di essere ridotto a dato, prestazione, funzione o oggetto di sistemi tecnologici. Se la disuguaglianza viene prodotta dentro l’architettura stessa dei sistemi economici e tecnologici, bisogna intervenire sull’architettura. Quali strutture economiche, tecnologiche e culturali stanno trasformando la condizione umana? Ad esempio questa è la struttura argomentativa del suo «costituzionalismo digitale». La frase sulle Big Tech quali «”padroni delle nostre esistenze”» non è solo una critica antimonopolistica, è un salto di livello, poiché sta dicendo che il potere tecnologico deve essere sottoposto a principi costituzionali. Ed è una critica antropologica. È un tentativo di costruire una nuova antropologia politica progressista, passando dalla persona ‘libera’ a persona ‘socialmente protetta’ a persona ‘riconosciuta’ a persona ‘non espropriata del proprio potere dalle infrastrutture tecnologiche’. La continuità profonda è data dall’idea di persona sottoposta a sistemi di potere economici, tecnologici e sociali che devono essere governati dalla politica.
Non c’è dubbio che questa sia la grammatica della dottrina sociale cattolica contemporanea. E non è casuale che Conte la utilizzi proprio mentre cerca di ridefinire la sinistra, costruendo una sintesi nella quale la distinzione fraseriana fra riconoscimento e redistribuzione viene innestata nella più recente dottrina sociale cattolica di Leone XIV, secondo cui la giustizia sociale deve essere incorporata nel processo produttivo, fin dalla progettazione.
Conte sta quindi cercando di fare una cosa molto particolare, cioè utilizzare una critica strutturale delle disuguaglianze dentro una concezione normativa della persona e del bene comune. Costruisce una gerarchia di problemi, dalla disuguaglianza alla finanziarizzazione e al declino dell’economia reale, alla trasformazione tecnologica e al lavoro, al welfare, al riarmo e alla pace. Ma soprattutto introduce un principio organizzatore, secondo il quale la politica progressista deve intervenire sulle strutture che producono la disuguaglianza, non limitarsi a correggerne gli effetti. E questa è una teoria dell’ordine economico, non soltanto comunicazione, men che meno un testo “elettoralistico” nel senso deteriore del termine.
La critica al woke appare quindi come il capitolo introduttivo di un discorso molto più vasto. È la critica al modo in cui una parte della sinistra ha ristretto il concetto di giustizia – una critica interna al progressismo, non una critica conservatrice. Conte ha capito che la sinistra non può continuare a vivere della sola grammatica dei diritti identitari. Ma non vuole nemmeno fare quello che hanno fatto alcune destre o alcuni populismi di sinistra, cioè buttare via il riconoscimento per recuperare la classe.
Non vanno certo abbandonate le conquiste culturali del progressismo, ma la loro centralità politica dev’essere subordinata a una concezione più ampia della giustizia.
Avete presente la teoria di “Gesù comunista”?
Mi è venuta in mente leggendo questo articolo…
Solo Conte poteva integrare gli ideali di sinistra con i valori del Cristianesimo…
Stima assoluta.
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Cara Anail …sarà un compito difficilr correggere le distorsion sociali che il capitalismo ha creato.
Ritornando a noi queste merd@ che ci governano stanno creando il CAOS su tutti i campi..Giustizia,Sociale,cultura.
Creato il caos è facile intervenire in modo autoritario…. si autoritario come il fascismo.
Spero che gli italani aprano gli occhi!
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Vero Anail! Ed è proprio per questo che non lo possono vedere quegli str…i competitor! È troppo troppo per loro! Poi c’è vannacci🤮
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Come si può propagandare questa teoria che tende ad unire le istanze securitarie dei diritti civili sicuramente importanti con i diritti non meno importanti della salute della casa del cibo e della cultura che con la rivoluzione algoritmica ci “intorta ” tutti quanti cioè non è solo più matematica ma diventa matematica superiore di difficile comprensione .Questo è ciò che si chiede alla Politica con la P maiuscola chi se non il Presidente Conte potrà governare con saggezza e competenza ovviamente con l’aiuto di persone di buona volontà
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Certo Anail, la visione c’è e merita fiducia ma ora che il problema è stato individuato, sarebbe interessante capire quali azioni concrete si intende mettere in atto per superarlo.
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e qui Ars….ritorniamo ai programmi.
Mi auguro che quei 100 tavoli siano stati utili a concretizzare e indirizzare il Movimento a questa meta tenuto conto che avremo nel campo progressista qualcuno contro,perchè le idee nuove ,fuori dagli schemi della politica tradizionale, fa paura.
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La vedo dura ma quello che da una speranza è che ci sia qualcuno che abbia una visione condivisibile e chiara. Poi si vedrà. Nel frattempo almeno so chi votare.
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anch’io! e siamo in due!
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Mi sembra un’ottima chiave di lettura, e complimenti alla Rita autrice del testo:tra le poche riflessioni(sebbene sia molto di parte) che, per profondità e ampiezza teorica, avrebbero davvero meritato di essere pubblicate nel panorama ignorante del dibattito odierno.
Conte può essere letto anche alla luce di una genealogia filosofica che va da Foucault ad Amartya Sen, passando per Polanyi e la dottrina sociale cattolica contemporanea.
Da Foucault riprende l’idea che il potere non agisca soltanto attraverso lo Stato e la legge, ma anche attraverso dispositivi, linguaggi e infrastrutture.
Con Sen, però, questa prospettiva compie un ulteriore passo: dalla distribuzione delle risorse alla libertà effettiva delle persone.
Conte non sembra quindi accontentarsi dell’uguaglianza formale dei diritti, ma guarda alle condizioni concrete che permettono di esercitarli.
Salute, istruzione, lavoro, reddito, sicurezza sociale e accesso alle opportunità diventano così presupposti della libertà.
In questa prospettiva, Conte può tenere insieme ciò che spesso la sinistra ha separato: libertà individuale e uguaglianza sostanziale.
La sua critica al woke non consiste dunque nell’abbandonare il riconoscimento, ma nel ricollocarlo dentro una concezione più ampia della giustizia.
Anche il potere delle Big Tech assume, alla luce di Sen, una dimensione nuova: riguarda le capacità effettive delle persone di informarsi, scegliere e partecipare.
Conte sembra così allargare il conflitto sociale dal rapporto tra lavoro e capitale al rapporto tra persona e nuove infrastrutture di potere.
Qui si incontra Polanyi: il mercato e la tecnologia non possono diventare potenze autonome rispetto alla società, ma devono essere governati politicamente.
E si può accostare anche il recente Andrea Zhok, che insiste sulla crisi delle forme collettive e sulla necessità di ricostruire un popolo, contro una società ridotta a somma di individui isolati e rapporti di mercato.
La dottrina sociale di Leone XIV aggiunge a questa costruzione una precisa antropologia della persona e della dignità.
Conte cerca quindi di costruire una politica progressista capace di intervenire non soltanto sugli effetti delle disuguaglianze, ma sulle strutture economiche, sociali e tecnologiche che le producono.
La sintesi possibile : non basta riconoscere la persona e non basta redistribuire risorse; bisogna costruire le condizioni economiche, sociali, culturali e tecnologiche perché ogni persona sia realmente libera, possa cooperare con gli altri e partecipare da pari alla società.Per ora solo sulla carta.Ma chiunque altro mi sembra non avere né la carta né la penna.
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