Circa 9mila cantieri aperti: 8.759 famiglie non sono rientrate in casa e 2.200 vivono nelle soluzioni abitative d’emergenza –

(di Andrea Tundo – ilfattoquotidiano.it) – Il giorno in cui la politica si presenta in piazza è forse il più indicato per fare i conti con la realtà. E la realtà, qui, è che la ricostruzione è in ritardo e circa 9mila famiglie non sono ancora rientrate in casa.
Ore 3:36 del 24 agosto 2016, Valle del Tronto. Dieci anni fa. La terra trema per oltre 15 secondi tra i comuni di Accumoli e Arquata del Tronto, a cavallo tra le province di Rieti e Ascoli Piceno, sorprendendo tutti nel sonno e squarciando i paesi del Centro Italia dove crollano case, chiese e industrie. I sismografi fermano la magnitudo a 6.0 e in quella notte d’estate muoiono 299 persone: 239 ad Amatrice, che si sta preparando per la sagra dell’amatriciana, 11 ad Accumoli e altri 51 ad Arquata. Pescara del Tronto viene completamente rasa al suolo: i suoi abitanti, ancora oggi, vivono letteralmente lungo la Salaria, in un villaggio che, un decennio dopo, c’è chi si ostina a definire “temporaneo”.
Nel cratere del sisma, 8.759 famiglie non hanno ancora fatto rientro nella loro casa: 2.200 vivono ancora nelle soluzioni abitative d’emergenza e oltre 5.500 percepiscono il contributo di autonoma sistemazione. I cantieri in corso? Sono ancora 9mila. Il commissario straordinario alla ricostruzione, Guido Castelli, senatore di FdI e sindaco di Ascoli nella notte della ‘botta’, riconosce che resta ancora molto da fare, soprattutto nei territori più devastati, anche se considera ormai il percorso “ben oltre il giro di boa”: “La ricostruzione più performante che ricordiamo in Italia è quella del Friuli, completata definitivamente dopo 19 anni. Eguagliare quel record sarebbe per me motivo di grande soddisfazione”, ha detto di recente. Le polemiche in questi anni non sono mancate, anche sul suo operato, con un cratere che si è allargato fino alla costa marchigiana. In totale sul piatto ci sono 12,5 miliardi che hanno preso mille rivoli: un pezzetto – 7 milioni di euro – della pioggia di soldi, per dire, è servito a rimettere a posto la curva dello stadio di Ascoli. Ci sono case sulle montagne del Piceno costate alle casse dello Stato oltre 4mila euro al metro quadrato (il valore di una casa in media periferia a Milano). Castelli, meno di un anno fa, in periodo di elezioni regionali, ha stanziato quasi mezzo milione di euro tra comunicazione ed eventi-spot nei territori dei candidati.
Solo a inizio agosto di quest’anno, con un decreto legge, viene fornita una corsia preferenziale ai territori più colpiti, definendo “primo cratere” i comuni di Arquata, Accumoli e Amatrice e introducendo norme che – dice Mauro Tolomei, sindaco di Accumoli – permetteranno, dieci anni dopo, un “decollo definitivo verso un rientro nelle abitazioni e nei lavori pubblici”. Ma anche – tra le altre cose – prevedendo la facoltà di rendere permanenti le soluzioni abitative provvisorie, in deroga alle norme edilizie ordinarie, per far fronte alle emergenze abitative locali. Nel frattempo, in un territorio interno già complicato, resta il tema dello spopolamento da contrastare. Più si dilata il tempo del fine lavori, più il rischio cresce.
Intanto Amatrice, il cuore ormai immobile di questa tragedia, è un paese senz’anima. Chiese, addio. L’ospedale ancora in ricostruzione. Il centro storico oggi è la spianata della zona rossa. “Partiamo dal concetto che facciamo parte di un territorio difficile da ricostruire: 69 frazioni con molti edifici”, dice il sindaco Giorgio Cortellesi. Poi però sono iniziati gli errori: “Purtroppo subito dopo il sisma sono state tolte le macerie senza registrare il perimetro dei fabbricati. Ci sono voluti cinque anni per ritrovare i confini delle proprietà. Quasi come uno scavo archeologico”. Poi si sono aggiunti gli abusi di alcuni e le lungaggini burocratiche per molti. Una spiegazione che non basta ai mille abitanti di Amatrice, che dopo dieci anni vivono ancora nelle 456 soluzioni abitative emergenziali sparse per il territorio. Secondo gli uffici tecnici del Comune, l’avanzamento dei lavori totale tra ricostruzione pubblica e privata è al 40%.
“Di fatto è iniziata da tre anni, non da dieci”, aggiunge il sindaco prendendosela poi con l’immancabile Superbonus per un nuovo rallentamento (“Maestranze e ditte si sono spostate nelle città, dove c’era più richiesta”). Al momento le case private rimesse in piedi e con agibilità sono 247. Chi vive nelle casette, che ora per legge possono diventare eterne, ha un’altra idea: “Sono stata 18 ore sotto le macerie, ho perso mio marito e sono dieci anni che vivo qui nelle Sae – racconta Maria (nome di fantasia) a LaPresse –. Che posso dire? Amatrice è finita dieci anni fa. Io la chiamo la capitale degli ingegneri e dei geometri. Lo sono diventati tutti, ma non si parte mai. Tanti galli a cantare e non si fa mai giorno”.
Lorenzo Tosa
Temevano una nuova Taranto, con tanti fischi e l’ennesima figura imbarazzante per la Presidente del Consiglio Meloni. Allora cosa hanno fatto ad Amatrice in occasione della passerella elettorale della premier in occasione dei dieci anni dal terremoto? Hanno letteralmente bonificato la zona da ogni possibile protesta, fischio o contestazione. Decine e decine di agenti e forze dell’ordine, a partire dall’alba, hanno blindato il centro negando alla popolazione, quella vera, anche solo la possibilità di avvicinarsi, non fosse mai che qualcuno avesse qualcosa da dirle o esercitasse democraticamente la propria libertà di critica e di pensiero. Nell’area hanno avuto accesso solo autorità, agenti in borghese e non, volontari e un ristretto numero di persone comuni accuratamente selezionati dai meloniani locali. Una claque, insomma. Lo ha ammesso anche apertamente il sindaco di Amatrice, vicino a Fratelli d’Italia. “Ho detto alle forze dell’ordine di fermare i contestatori perché sarebbe stata una mancanza di rispetto nei confronti delle vittime”. Per rispetto nei confronti delle vittime, certo, come no… Risultato? Zero fischi, molti applausi e quell’immagine, stucchevolmente commovente, di un uomo che le piange addosso chiamandola “stella” e ringraziandola per “la gioia più grande della sua vita”, con tanto di abbraccio e occhi lucidi di Meloni in favore di telecamere e rilancio a siti governativi, social e tg unificati. La verità l’abbiamo vista – e soprattutto sentita – a Taranto. È talmente amata e popolare, donna Giorgia, che per impedire una seconda Taranto hanno avuto bisogno di bloccare mezzo paese. Alla faccia della donna del popolo.
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Attenzione: 40% è l’avanzamento dei lavori.
In realtà su 3.100 abitazioni distrutte, solo 247 sono state ricostruite. L’8%.
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