(Giulio Di Donato – lafionda.org) – Si può giudicare positivamente il recente posizionamento di Giuseppe Conte sui temi di politica estera e il suo tentativo di sottrarsi a un impianto di matrice liberal-progressista, la cui progressiva affermazione nella sinistra politica si è accompagnata al crescente allontanamento di quest’ultima dai vecchi e nuovi ceti popolari. Tanto più interessante sarebbe il tentativo di Conte se l’obiettivo fosse quello di favorire un rimescolamento e contribuire alla costruzione di una nuova aggregazione politica, modificando cultura politica, priorità e referenti sociali nell’area che si definisce progressista. Conducendo una vera sfida per l’egemonia di quel campo: per rimettere al centro l’opposizione alle politiche di riarmo e la complementarità tra diritti di libertà, diritti sociali e legami comunitari, nel quadro di un nuovo umanesimo ostile alla subcultura dello scarto e del pulviscolo atomistico.

Un simile processo andrebbe certamente guardato con favore, se condotto con coraggio, profondità di pensiero e serietà. Il problema, tuttavia, guardando alla contingenza, resta la configurazione che finirà per assumere il cosiddetto campo largo. Il piano del leader del M5S sembra abbastanza chiaro: arrivare alle primarie e provare a vincerle (speriamo non per una mera ambizione di leadership, ma per la volontà di imprimere una linea politica diversa all’intera coalizione). Ma è tutt’altro che scontato che ciò possa accadere. Anzi, la sua realizzazione appare piuttosto complicata. E qui emerge un paradosso: tanto la vittoria di Conte quanto, per ragioni diverse, una sua eventuale sconfitta alle primarie potrebbero mettere in discussione la tenuta del campo largo così com’è.

Nel frattempo, si può avanzare un sospetto. E cioè che tra le tre principali forze del “campo largo” (PD, AVS e M5S) esista una sorta di tacito patto: alimentare una dialettica, anche aspra e magari artatamente enfatizzata, che consenta a ciascuno di marcare le proprie differenze, senza però sciogliere fino in fondo le ambiguità sui nodi politici fondamentali. Una conflittualità controllata e in parte strumentale, insomma, che permette di tenere insieme la coalizione e, contemporaneamente, di presidiare i rispettivi spazi elettorali.

Il tutto potrebbe avere anche un altro effetto: dissuadere o ritardare, fino a renderla nei fatti impraticabile, un’eventuale discesa in campo di Alessandro Di Battista. Quest’ultimo, però, sbaglierebbe a condizionare una simile scelta alla configurazione definitiva che assumerà il campo largo.

La domanda, infatti, è molto semplice: se alla fine, anziché un campo largo a trazione Conte, coerente con le posizioni da lui recentemente espresse, ci ritrovassimo, come invece appare più probabile, con un campo largo capeggiato, che so, per fare un esempio, da Salis, la sindaca di Genova, e dunque attestato su una piattaforma programmatica decisamente più arretrata proprio sui temi fondamentali, a cominciare dalla politica estera, dalla politica economica e dai rapporti con l’Unione europea, che si fa? Ci si morde le mani per non averci provato nemmeno stavolta?

Se Di Battista intende trasformare la sua presenza pubblica in una nuova iniziativa politica, da solo o, più convenientemente, insieme a poche altre figure e realtà di spessore, dovrebbe cominciare fin d’ora a gettare le basi di una proposta critica autonoma, pur dovendo ovviamente misurarsi con le opportunità e i vincoli derivanti dalla nuova legge elettorale, ormai prossima alla sua definizione. Un’operazione, sia chiaro, tutt’altro che semplice. Oggi, infatti, un movimento politico di rottura tende, in questa fase dominata da sentimenti di sfiducia, smarrimento e risentimento, ad assumere una connotazione più marcatamente di destra, come come dimostra il successo di Futuro Nazionale del generale Vannacci. La sfida sarebbe dunque quella di costruire una proposta altrettanto radicale nella critica dell’esistente, ma orientata in una direzione diversa.

La dimensione dell’«anti» resta essenziale, ma, a differenza di quanto accade nelle destre populiste, va messa in rapporto con un’idea di progresso materiale e spirituale diffuso, con un’idea cioè di riscatto “nazionale-popolare” progressiva e di ampio respiro, capace di mobilitare assieme sedimentazioni di senso, istanze critiche e promesse di futuro.

Decisiva sarebbe poi la scelta delle candidature: di grande qualità, innanzitutto per serietà, affidabilità e autorevolezza. E questo dovrebbe costituire uno degli elementi distintivi della proposta imperniata sulla figura di Di Battista: pochi nomi, se necessario, ma credibili e riconoscibili.

Tornando a Conte, la nascita di una proposta autonoma attorno a Di Battista non dovrebbe, peraltro, essere pensata in contrapposizione al tentativo di cui si è scritto all’inizio, sempre che questo si rivelasse destinato a consolidarsi e non fosse meramente estemporaneo o ingannevole. Potrebbero essere, almeno potenzialmente, due movimenti distinti ma comunicanti. Da una parte, Conte potrebbe provare a egemonizzare dall’interno il campo neoprogressista; dall’altra, una nuova forza potrebbe organizzare quella domanda di cambiamento e di rottura che difficilmente troverebbe piena espressione all’interno dell’attuale bipolarismo dell’alternanza senza alternativa.

L’autonomia avrebbe senso precisamente per questo: non per innalzare un muro, ma per rendere possibile un’interazione tra posizioni in parte diverse e tuttavia complementari, perché il pungolo popular-populista dell’uno può contrastare la tendenza ai facili accomodamenti, mentre il realismo critico dell’altro può correggere le tentazioni del velleitarismo parolaio, privo di senso della complessità e problematicità del reale. Competere quando necessario, convergere sulle battaglie comuni, esercitare reciprocamente una pressione positiva e verificare sul terreno concreto le possibilità di un percorso ulteriore, anche di futura ricomposizione.

Ragionando in astratto, e dunque su un’ipotesi che, come si è detto, appare tutt’altro che facile da realizzare, si potrebbe persino azzardare uno scenario ulteriore. Se dalle primarie emergesse un centrosinistra guidato da Conte sulla base delle posizioni prima richiamate, con una sostanziale sterilizzazione del peso di Renzi e dei cosiddetti riformisti del PD e un contestuale ridimensionamento, se non superamento, di quei tratti di suprematismo, fanatismo, elitarismo e schematismo ideologico (in assenza di ideologia) che hanno contrassegnato la storia recente della sinistra italiana; se, soprattutto, si avvertisse la possibilità di aprire e alimentare al suo interno una dialettica reale, senza che differenze e contraddizioni venissero subito ricondotte entro un perimetro prestabilito e le voci dissonanti immediatamente tacitate, delegittimate o squalificate, allora anche per Di Battista e per altri con lui o come lui si aprirebbe un ventaglio più ampio di possibilità.

In quel caso – ma i «se» sono davvero troppi perché se ne possa oggi parlare se non in termini puramente ipotetici – potrebbe essere presa in considerazione l’ipotesi di una coalizione o, forse ancora più significativamente, di un nuovo percorso comune con il Movimento 5 Stelle, nel quale Di Battista tornasse a rappresentarne e animarne l’anima più movimentista e barricadera. Un simile assetto potrebbe restituire ai 5 Stelle una capacità di attrazione oggi almeno in parte perduta, consentendo loro di tornare a intercettare un elettorato popolare da tempo in uscita e di raggiungere percentuali certamente lontane dai picchi del passato, ma forse non così distanti come oggi si potrebbe pensare.

Rispetto a quanto si è detto sulla contingenza, molto, naturalmente, dipenderà anche dalla legge elettorale con cui si andrà al voto. L’eventuale indicazione preventiva del candidato premier, ad esempio, potrebbe creare non poche difficoltà proprio al campo largo. L’esperienza insegna che il Movimento 5 Stelle tende a perdere consenso quando è chiamato a sostenere candidati che il suo elettorato non percepisce come propri; e la tenuta elettorale dello stesso M5S all’interno di una coalizione comprendente forze e personalità molto distanti dalla sua storia (Renzi su tutti) non può affatto essere data per scontata.

Se poi la nuova legge elettorale prevedesse un premio di maggioranza intorno al 42 per cento, bisognerebbe chiedersi quanto sia realistico che una delle due coalizioni principali riesca effettivamente a raggiungere quella soglia. Il centrodestra potrebbe subire l’erosione della nuova offerta politica autonoma di Vannacci; dall’altra parte, il campo largo dovrebbe riuscire nella non facile impresa di tenere insieme forze piuttosto eterogenee e di unificarle attorno a parole d’ordine condivise e mobilitanti, senza alcuna certezza, peraltro, sulla capacità del M5S di conservare intatto il proprio consenso all’interno di una simile alleanza, soprattutto se capitanata da altri.

A quel punto, lo scenario di un Parlamento senza una maggioranza precostituita diventerebbe tutt’altro che remoto. E proprio la prospettiva del pareggio finirebbe per spuntare una delle armi più efficaci utilizzate contro le formazioni esterne ai due poli: il ricatto del “voto utile”. Se nessuna coalizione fosse nelle condizioni di conquistare autonomamente il premio e la partita decisiva dovesse giocarsi dopo le elezioni, potrebbe diventare politicamente “utile” anche il voto a una formazione autonoma, come quella che potrebbe costruire Di Battista insieme ad altre personalità e realtà sociali e politiche.

Perché, a quel punto, la vera partita potrebbe cominciare proprio dopo il voto. Una presenza parlamentare autonoma avrebbe la possibilità non soltanto di incidere sugli equilibri della legislatura, ma anche – per chi ritiene che la sfida sia ricostruire l’attuale opposizione su basi diverse, soprattutto sul piano della cultura politica – di contribuire a uno scompaginamento e a una possibile ricomposizione dell’attuale centrosinistra, mettendone in discussione assetti, orientamenti politico-culturali e linee di frattura. Non con l’obiettivo di costruire l’ennesimo piccolo recinto identitario, incline al settarismo protestatario, ma di esercitare una forza di pressione verso tutto ciò che, dentro e attorno a quell’area, mostra segnali di movimento nella direzione auspicata.

Naturalmente, l’interlocuzione con i 5 Stelle di Conte rappresenterebbe lo sbocco privilegiato, soprattutto con le loro espressioni meno allineate e nella misura in cui proseguissero e approfondissero il percorso intrapreso nelle ultime settimane. Nel fare questo, si dovrebbe guardare alla cosiddetta maggioranza “populista” emersa nella stagione del Conte I come a un modello da cui trarre indicazioni, piuttosto che come a un trauma da rimuovere. L’obiettivo dovrebbe essere quello di riarticolare il quadro politico, ricentrando la dialettica sulle contraddizioni fondamentali – primato del vincolo interno nazionale-popolare e costituzionale vs assolutizzazione del vincolo esterno europeo e atlantista – anziché lasciare che si consumi attorno a questioni che, seppure importanti, vengono spesso agitate strumentalmente e declinate in maniera unilaterale, distorta e fanatica.

Se Conte decidesse realmente di contendere l’egemonia del campo socialista e democratico muovendo da questi presupposti, il suo tentativo andrebbe, per quanto possibile, incoraggiato e stimolato. Una nuova forza dovrebbe avere abbastanza autonomia da non essere subalterna alla logica delle appartenenze fittizie e abbastanza intelligenza politica da riconoscere e sostenere ogni movimento positivo che si producesse.

Insomma, se Giuseppe Conte, in positiva dialettica con altri, provasse davvero a spostare ed egemonizzare il campo progressista su posizioni critiche verso il paradigma liberal-globalista e tecnocratico, nella sua attuale declinazione emergenzialista/bellicista e antipopolare, non vi sarebbe alcuna ragione per ostacolarlo: vi sarebbe, semmai, tutto l’interesse a interagire con quel processo, cercando di spingerlo più avanti.

Ma la dialettica dovrebbe essere più larga: il mondo giornalistico che ruota attorno al Fatto Quotidiano, personalità autorevoli e indipendenti del mondo della cultura, anche di estrazione molto diversa (da Carlo Galli a Pietrangelo Buttafuoco, per fare solo due esempi), ampi settori del mondo cattolico e certamente anche quelle componenti della sinistra politica e sindacale che stanno mostrando segnali incoraggianti di movimento e ripensamento.

Una nuova forza potrebbe dunque proporsi come elemento di movimento dentro uno spazio politico più vasto: autonoma, ma non autarchica; disponibile al confronto e alle convergenze, in maniera duttile e creativa, senza subordinarsi preventivamente a un’alleanza coatta. La sua utilità consisterebbe anche nel costringere le altre forze a misurarsi con questioni che l’attuale bipolarismo tende a neutralizzare e, laddove se ne creassero le condizioni, nel favorire aggregazioni nuove e persino trasversali agli schieramenti oggi esistenti.

L’obiettivo più ambizioso non sarebbe infatti semplicemente aggiungere un nuovo soggetto alla frammentazione esistente. Sarebbe mettere in movimento forze oggi separate e creare nel tempo le condizioni per qualcosa di più grande: una nuova forza di massa socialista, democratica e popolare.

Una pattuglia parlamentare autonoma e ben riconoscibile, anche perché dotata di una cultura politica solida e di categorie interpretative proprie e non subalterne, potrebbe insomma agire con intelligenza e incisività: pochi parlamentari, se ben attrezzati e avveduti, possono infatti diventare un punto di riferimento molto più largo della propria consistenza numerica.

Essere piccoli, insomma, non significa essere minoritari nella vocazione, né accontentarsi di una funzione meramente testimoniale e di disturbo. Si può partire da una rappresentanza limitata mantenendo un’ambizione maggioritaria, purché si abbia la pazienza di costruire e l’intelligenza di trasformare anche pochi seggi in strumenti di iniziativa politica, culturale e parlamentare, contribuendo a rompere equilibri cristallizzati e a favorire una diversa articolazione del quadro politico.

Una nuova forza difficilmente nascerà maggioritaria. Ma, in una fase politica strutturalmente fluida, una minoranza capace di iniziativa può diventare un elemento di dinamizzazione e persino di ricomposizione di un campo assai più vasto.

Il punto, dunque, non dovrebbe essere attendere di capire che cosa diventerà il campo largo per decidere se muoversi. È vero semmai il contrario: la presenza di una forza politicamente e culturalmente autonoma potrebbe contribuire essa stessa a modificarne gli equilibri e, domani, persino i confini, impedendo che l’alternativa venga ancora una volta racchiusa entro un perimetro politico angusto e già dato. Un’alternanza senza alternativa, cioè.

E anche qualora, dopo il voto, una simile operazione non risultasse decisiva ai fini della formazione di una maggioranza, risponderebbe almeno a un’esigenza fondamentale: quella della rappresentanza. Un’esigenza che, in una democrazia parlamentare, dovrebbe venire prima della pretesa di sacrificare ogni necessità di identificazione e partecipazione collettiva sull’altare della governabilità.

Rappresentare politicamente un pezzo di società che oggi non si riconosce nei due schieramenti significherebbe già modificare i rapporti di forza e restituire voce a quella parte del Paese che ha reagito all’impoverimento dell’offerta politica rifugiandosi nell’astensione o disperdendo il proprio consenso tra esperienze episodiche. Non si tratta soltanto di conquistare qualche seggio, ma di riaprire uno spazio di partecipazione e mobilitazione, provando così, anche solo in piccola parte, a rianimare e rivitalizzare la nostra malmessa democrazia costituzionale.

Uno spazio dal quale incalzare le maggioranze di governo e le minoranze di opposizione sui temi che contano, contro il “sistema della guerra” e i nuovi tentativi di mobilitazione passiva, riportando al centro tre parole d’ordine attorno alle quali è doveroso ricostruire un’alternativa: pace, sovranità democratica e giustizia sociale.