(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Le mani sulle banche. Gira che ti rigira, il vizietto della politica cafona e arraffona non è mai passato. E la battaglia intorno al Montepaschi lo conferma. Va avanti così da anni, nell’Italietta orfana dei poteri forti. Dove Cuccia è morto ma Lavitola è più vivo che mai. Dove spariscono i salotti buoni ma impazzano le trame di corridoio. Dove governanti senza idee trafficano con boiardi senza scrupoli e capitalisti senza capitali. Dove tronfi capi-popolo appena entrati nella stanza dei bottoni credono di farsi establishment espugnando le ultime casematte della finanza, depositarie dei soldi degli italiani. Tutti si riempiono la bocca di richiami stolidi e solenni alla “neutralità”: ma tutti provano ad accaparrarsi la “roba”.

Vent’anni fa toccò a Piero Fassino: con quel rovinoso “abbiamo una banca”, che diventò la tomba dell’affare Bnl-Unipol. Oggi tocca a Giorgia Meloni: a dispetto delle sue parole alate sul “libero mercato”, l’Underdog di Colle Oppio si sogna signora del credito e per questo lascia impronte digitali sul Risiko bancario. Al suo fianco, da mesi alleati e camerati ordiscono piani dalle segrete di Palazzo Chigi: l’unica merchant bank dove si parla romanesco.

L’ultima sortita della premier, a Ferragosto, ha turbato l’algida quiete dei “moderati”, ancora convinti che la Sorella d’Italia e i suoi Fratelli abbiano sudato sui sacri testi di Adam Smith: di fronte all’Ops-monstre di Carlo Messina su Mps e alla contromossa di Luigi Lovaglio, perché la premier rimette non solo le mani, ma pure i piedi nel piatto? Non è un’invasione di campo, augurarsi proprio adesso “che Mps non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità”? Non è un modo per schierare il governo a fianco di Rocca Salimbeni, e contro Ca’ de Sass? Certo che lo è. E chi adesso si stupisce è cieco o ipocrita. Le destre al comando inseguono dal 2024 il sogno del “terzo polo bancario”, con la pretesa di intestarselo. Salvini lo voleva costruire intorno a Bpm, in nome del Grande Nord da rilanciare, e qui c’è stata la prima invasione di campo: l’Ops di Unicredit sulla banca guidata da Giuseppe Castagna l’ha bloccata un grottesco golden power, usato dal Tesoro per tutelare “l’italianità di Bpm” (come se il secondo istituto di credito italiano fosse un pericoloso raider straniero). Così, per eterogenesi dei fini, è salito al 30% l’azionista francese Credit Agricole. Ed è anche di débacle come queste, adesso, che le camicie verdi chiedono conto a capitan Matteo.

Ma Meloni il suo terzo polo lo voleva e lo vuole ancora più di Salvini. Per questo nel novembre di due anni fa aveva congegnato una “privatizzazione di scopo” di Mps, collocando il 15% in tasca a Bpm, Anima, Delfin e Caltagirone. Una plusvalenza da 1,1 miliardi per lo Stato, tre azionisti stabili per la banca senese: pareva l’uovo di colombo. Tre mesi dopo si è capito tutto: Siena ha osato l’inosabile lanciando l’Ops su Mediobanca, con l’intento di catturare la “magnifica preda” del capitalismo italico: le Generali, 900 miliardi di asset e 50 miliardi di Btp. Ed è arrivato il sigillo della Sorella d’Italia, che prima di imbarcarsi sulla Vespucci e attovagliarsi con Bin Salman ha benedetto l’affare: “Il terzo polo bancario potrà avere un ruolo importante per la messa in sicurezza dei risparmi degli italiani… Dobbiamo essere orgogliosi del fatto che Mps è oggi risanata e avvia operazioni ambiziose”.

Un Big Bang: la ex Calimera del Msi che sta per riuscire dove tutti hanno da sempre fallito, cioè prendere al guinzaglio al Leone di Trieste, la “cassaforte della Nazione”. È stata la seconda invasione di campo, studiata a tavolino. Con il via libera della maggioranza, sancito da un surreale post dell’ineffabile Claudio Borghi, che rivela su X il disegno nascosto: “Mps, da banca distrutta dal Pd a nuovo salotto buono della finanza italiana con egida statale. Come ai bei tempi… ma a Siena”. Con la regia del Tesoro e, secondo la Procura di Milano, anche con il “concerto tra gli azionisti” che hanno rilevato le quote dal Mef, cioè con il patto occulto riassunto così da Marcello Viola: “Dal 2019 al 2024 c’è stato un costante investimento a scacchiere in Mediobanca e Generali da parte di Delfin e Caltagirone…”, poi “un saldarsi di interessi di vecchia data con quelli nuovi legati a Mps” e infine un’omessa comunicazione “al mercato e alle autorità dell’esistenza di un accordo”.

Ma a chi volete che importino, le legge e la verità? Nessuno ha visto nulla, né Consob né Bce. Come i centri in Albania, il terzo polo bancario “fun-zio-ne-rà”, e Rocca Salimbeni sotto le insegne sovraniste dovrà diventare la nuova Piazzetta Cuccia. Di qui la successiva cacciata dei manager storici di Mediobanca e poi dei vertici di Rocca Salimbeni. Anche in quel caso la premier ci ha messo il timbro, su Bloomberg: “Il ruolo del governo in Mps è terminato…”. Come dire, fassinianamente: missione compiuta, anche noi abbiamo una banca. Ma da febbraio il Risiko è impazzito di nuovo e il governo è andato in tilt. Prima lo stupefacente rientro in scena di Lovaglio. Poi l’Armageddon di Messina, che il nascente “terzo polo” meloniano se lo ingoia in un boccone. Con tanti saluti a Giorgia, a quanto pare informata con una telefonata di pura cortesia istituzionale.

Torniamo così all’ultima invasione di campo, quella di Ferragosto. Perché di fronte alla fiche da 36 miliardi messa sul piatto dalla prima banca del Paese, che fa nascere il secondo gruppo creditizio europeo dopo Santander, la premier si mette di traverso e porta sacchi di sabbia alla trincea di Lovaglio, agitando lo spettro dello “spezzatino” di Montepaschi? Anche qui, ragionando in termini di business, dovremmo convenire che uno smembramento di Mps presenta criticità oggettive. Ma, di nuovo, non è questa la leva che muove i patrioti. È invece la stessa che li spinse a stoppare Unicredit su Bpm. Fanno politica, pensano in piccolo, vogliono gruppi finanziari e gregari che obbediscano agli ordini, soprattutto in campagna elettorale. Se sono troppo grandi e troppo autoreferenziali, non servono allo scopo. Intesa e Unicredit, i primi due colossi creditizi d’Italia, sono too big to fail per il mercato. Ma sono to big to control per il Palazzo. Per questo, nella zona grigia tra pubblico e privato, questa famelica élite alle vongole sa fare solo mediocri guerricciole di retroguardia. Più Stato cialtrone che Stato padrone.