Ecco tutti i silenzi di Lavitola (che spera negli attentatori)

Ecco tutti i silenzi di Lavitola (che spera negli attentatori)

(di Leo Amato – ilfattoquotidiano.it) – Sarebbero pronti a confermare la tesi della bomba “in amicizia” i quattro presunti esecutori materiali dell’attentato a casa dell’inconsapevole Sigfrido Ranucci. Resta solo da capire fino a che punto i pm siano disposti a fare concessioni rispetto alle accuse di danneggiamento, uso di esplosivo e minacce col metodo mafioso.

Potrebbe rivelarsi uno snodo decisivo quello dei prossimi giorni nell’inchiesta sulla bomba esplosa a metà ottobre all’ingresso della casa di Pomezia del conduttore di Report.

Oggi stesso i difensori dei presunti bombaroli dovrebbero chiedere l’interrogatorio dei loro assistiti, in carcere da fine giugno, che durante l’interrogatorio di garanzia avevano fatto scena muta. Quasi in contemporanea, nella casa circondariale di Rebibbia, sono attesi i difensori del presunto mandante dell’attentato, l’ex faccendiere-ristoratore Valter Lavitola, che dopo l’arresto di lunedì scorso ha ammesso di aver commissionato l’azione, ma per fini diversi da quelli ricostruiti dagli inquirenti. Quindi non per “lanciare” la carriera politica dell’amico Ranucci – da cui avrebbe ricavato non meglio precisati vantaggi – quanto piuttosto per proteggerlo, propiziando l’incremento degli agenti di scorta al suo seguito in ragione di una misteriosa minaccia proveniente, a detta di Lavitola, dai servizi segreti israeliani a causa, dice, delle inchieste condotte da Report.

“Gli atti dimostrano che lo stesso Ranucci aveva chiesto di aumentare la scorta”. Così ieri l’avvocato Sergio Cola, già tre volte deputato con Alleanza nazionale, all’Ansa , a cui ha confermato anche che oggi in carcere si discuterà della possibilità di chiedere un nuovo interrogatorio. L’obiettivo è fugare i dubbi sulla confessione resa mercoledì scorso, che hanno spinto il gip a negargli gli arresti domiciliari. Tanto più che i termini di questa assunzione di responsabilità, ad avviso di Cola, “troverebbero un riscontro nelle versioni fornite dagli altri coimputati”. Dunque non vi sarebbe stata l’intenzione di fare del male a Ranucci e alcuni di loro non avrebbero nemmeno saputo chi fosse il bersaglio.

Il legale ha anche liquidato come “semplice congettura” l’esistenza di un mandante del mandante. D’altro canto ha ribadito che a suo avviso Ranucci, dopo l’attentato, potrebbe aver avuto dei sospetti, mai confessati, su Lavitola.

Oltre alle contraddizioni evidenziate dal gip, tuttavia, ci sono diverse circostanze rimaste fuori dalla confessione dell’ex faccendiere, che lasciano aperti altrettanti interrogativi sull’accaduto e sulla natura del suo rapporto con Ranucci. Tipo la cena rivelata da Il Fatto in cui, poco dopo l’attentato, il conduttore di Report avrebbe agito da testimonial per Lavitola con dei potenziali investitori in un suo maxi-progetto imprenditoriale in Africa.

Nelle intercettazioni dei presunti bombaroli si parla, per esempio, di depistare i pm in caso di problemi, indicando il mandante in un “albanese” conosciuto per affari di droga. Di fronte al gip, però, Lavitola non ha detto alcunché sulle lettere anonime che hanno indirizzato gli inquirenti proprio verso la pista albanese.

Prima dell’esplosione di metà ottobre 2025, poi, all’ingresso della casa di Pomezia di Ranucci si era già consumata un’intimidazione finita al centro di un’indagine della Digos, successivamente trasmessa ai pm dell’Antimafia romana. Il 10 luglio 2024, in particolare, erano stati trovati due proiettili calibro 38 “all’interno di una siepe a circa 3 metri dal muro di cinta dell’abitazione”. Il 13 luglio 2024 gli investigatori hanno individuato nei tabulati del cellulare di Lavitola il primo aggancio di una cella compatibile con una sua visita all’abitazione dell’amico conduttore di Report. Infine il 29 luglio 2024, nella chat di Whatsapp tra l’ex faccendiere e il giornalista è stato trovato un primo messaggio in cui Lavitola ipotizza una candidatura a premier di Ranucci, suggerendogli di lasciare la Rai (“E tra due anni fai il Presidente”).

Se qualcuno voleva convincere Ranucci e Report a darsi una calmata, insomma, quei proiettili non erano serviti a granché. Ma ad accendere una lampadina nella testa dell’ex faccendiere forse sì. A meno di non credere che l’amico giornalista l’avesse tenuto all’oscuro.