
(estr. di Tomaso Montanari – ilfattoquotidiano.it) – […] Elly Schlein ha detto che “sarà l’Europa a dimostrare quello che con Trump ormai mi sembra un dato di fatto innegabile: il nazionalismo non è solo un pericolo per il mondo, ma è anche una minaccia per l’interesse nazionale dei paesi che lo promuovono”. Giusto, a patto di avere ben chiaro che il nazionalismo è l’inevitabile proiezione esterna di uno Stato che resta ancorato a una dimensione nazionale: che è proprio il massimo problema europeo. Come ha scritto Simone Weil, “il grande errore in cui cadono quasi tutte le analisi riguardanti la guerra (…) è di considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre è prima di tutto un fatto di politica interna, e il più atroce di tutti”. […] Proprio l’America di Trump lo dimostra con chiarezza lancinante: America first è vero prima contro le minoranze interne perseguitate dall’Ice, perché avvertite come estranee alla nazione americana (una nazione, come scriveva Martin Luther King, “nata da un genocidio” che eliminò fino a cento milioni dei veri nativi, gli ‘indiani’), e solo dopo contro il Venezuela, l’Iran, Gaza. E tutto questo non è altro che l’attuazione di un paradigma europeo. Le penose schermaglie estive tra premier e ministri degli Esteri degli Stati-nazione europei che si accapigliano su confini e rimpatri, non sono politica estera: sono la somma di tante scellerate politiche interne giocate sulla pelle dei migranti. E la radice di tutto questo affonda profondamente nella natura stessa dello Stato-nazione europeo: non per caso il Manifesto di Ventotene, che sperava davvero di fare dell’Europa l’annuncio di un mondo nuovo, sosteneva che “il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in Stati nazionali sovrani”. Che quella radice malata continui a fare danni spaventosi lo dimostra il fatto che, nella complicità imperdonabile dell’Unione europea (e dell’Italia e della Germania prima di tutti) nel genocidio del popolo palestinese perpetrato da Israele e tuttora inarrestabilmente in corso, non contano solo interessi economici e politici, ma conta la storia stessa, tutta europea e coloniale, di Israele. Come ha scritto con cartesiana chiarezza Mahmood Mamdani (professore di Government alla Columbia University), “un principio centrale della modernità politica così come è emerso nella storia d’Europa afferma che lo Stato esiste per proteggere e promuovere gli interessi della nazione; in Israele, lo Stato esiste per proteggere e favorire gli interessi della nazione ebraica, che costituisce anche l’identità maggioritaria permanente di Israele. Il sionismo è probabilmente l’espressione perfetta della modernità politica europea in un contesto coloniale. (…) Tuttavia, immersi nella medesima ideologia che negava loro dignità e uguaglianza negli Stati europei, i sionisti decisero che l’unica opzione per gli ebrei fosse avere un proprio Stato, e si mossero altrove per edificarlo. Quando lo fecero, diventarono l’oppressore, perché nello Stato-nazione si può essere solo l’oppressore o l’oppresso, o la maggioranza o la minoranza, o la nazione o l’altro”. È questa la ragione per cui Giorgia Meloni (e con lei tutte le estreme destre europee e americane, Vannacci incluso) in politica estera sostengono a spada tratta Israele, e in ‘casa loro’ parlano solo di ‘nazione’: perché tendono a eliminare lo Stato di diritto e la democrazia egualitaria, a favore di una stratificazione gerarchica su base etnica. Sanno perfettamente che la ‘remigrazione’ (rectius deportazione di massa) non è attuabile: se non altro perché nelle famose cucine italiane patrimonio immateriale dell’Unesco (ma anche nelle Rsa, nel lavoro domestico e infiniti altri luoghi sensibili) la ‘nazione’ prevalente non è certo quella italiana. […] Come dimostra l’entusiasmo per la revocabilità della cittadinanza non di sangue, l’obiettivo è allora uno Stato-nazione in cui i cittadini con la pienezza dei diritti, cioè una fascia stabilita su base di appartenenza etnica alla nazione, sia dominante sugli ‘stranieri’, in un regime di sostanziale apartheid. Di fronte a una estrema destra non democratica che farà l’ennesima campagna elettorale sui confini della nazione e sull’invasione straniera, dovrebbe esserci una sinistra consapevole che, se l’Europa vuole contribuire davvero alla costruzione di un mondo in pace, il primo passo è ricostruire le nostre democrazie mettendo al bando l’elemento nazionale e puntando tutto sull’eguaglianza dei diritti tra persone umane, senza altre distinzioni. Una sinistra che non dovrebbe giocare in difesa, ma in attacco: spiegando che la vera sicurezza è la sicurezza sociale. E non per ‘gli italiani’, ma per tutte le persone che sono parti della Repubblica, fondata su una Costituzione intimamente anti-nazionalista.
A Padre Zhok non piacerà questo elemento… in gran parte almeno.
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Grande professore…tutto sulla chiusura…la costituzione, sii la costituzione con tanto di ….garante!
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