Il declino innescato dalla globalizzazione si intreccia con la paralisi del nostro sistema politico. Un mondo morale finisce

(di Ernesto Galli della Loggia – corriere.it) – La storia sta presentando il conto al sistema politico italiano. Da qui lo sfilacciamento dei suoi partiti e delle loro alleanze, il vuoto programmatico che dura da anni, l’inconsistenza della classe politica e, insieme, l’impossibilità di una leadership stabile appoggiata da maggioranze coerenti; da qui anche la condizione di crisi del Paese. Se vogliamo capire le cause profonde di tutto questo, dobbiamo volgere lo sguardo al passato. Tutto è iniziato con una coincidenza cronologica. Il sistema politico della prima Repubblica entra in crisi e si disintegra agli inizi degli anni Novanta del Novecento. Nello stesso momento in cui avviene una svolta decisiva a livello mondiale: quando cioè il sistema democratico occidentale a guida americana, superata vittoriosamente la sfida comunista, entra a vele spiegate nella via della globalizzazione. Quel sistema, però, non sa ancora la sorte infelice che questa gli riserva. La globalizzazione, infatti, sarà l’inizio di una drammatica trasformazione dell’Occidente. A causa soprattutto dell’ascesa della Cina, l’Occidente perde l’egemonia che esso aveva di fatto sull’intero sistema planetario: dall’industria pesante a quella leggera, dallo sfruttamento delle materie prime ai mezzi di comunicazione, alle apparecchiature elettroniche, agli armamenti. Pure nella ricerca scientifica, soprattutto nell’innovazione tecnologica, molto spesso esso perde il primo posto che un tempo era il suo.
Il contraccolpo sulle società in special modo europee è stato brutale. Nello spazio di tre decenni esse perdono lo slancio economico-produttivo precedente, le loro economie appaiono sempre più dominate dalla finanza e dai servizi, la loro popolazione invecchia mentre aumenta il fenomeno, per molte di esse nuovo, di un’immigrazione incontrollata. Contemporaneamente cresce al loro interno il divario sociale e l’emarginazione, mentre dappertutto i sistemi d’istruzione perdono capacità di formazione, di selezione e di promozione, e il Welfare stenta sempre di più a tener dietro alle crescenti necessità del sistema. Ancora più significativo è il mutamento che di conseguenza si produce nello spirito pubblico, nell’atmosfera culturale, nei valori di queste società. Declina in genere la fiducia nel futuro. La natalità crolla a ritmi talora vertiginosi. I legami sociali — quello familiare, religioso, nazionale — si allentano fino a svanire. Eguale sorte tocca al vincolo associativo che presiede a organizzazioni come i sindacati e i partiti, che diventano l’ombra di sé stessi. All’individuo sembra restare solo la dimensione del consumo che alimenta la sua solitudine. Anche la trasmissione culturale e il rapporto con il passato — specie attraverso l’istruzione, nel caso delle giovani generazioni — conoscono una crisi profonda.
Proprio a cominciare dalle nuove generazioni declina in misura impressionante il rapporto con la lettura e la scrittura ideativa, sempre più insidiata dall’intelligenza artificiale. Si respira in generale un senso di stanchezza, di disillusione, di difficoltà a mettere in cantiere iniziative importanti. S’indebolisce la speranza nella possibilità di realizzazione personale ma aumenta in pari misura l’idea dell’illimitatezza dei propri diritti in quanto individui singoli. Crolla infine la fiducia nell’azione collettiva e dunque nelle possibilità e negli strumenti della politica. Sbiadisce o comunque vacilla anche il desiderio elementare di difendere dagli attacchi esterni il nostro sistema di vita, la nostra identità. Questo insieme di trasformazioni vuole dire, mi sembra, una cosa sola: che nella fase storica della globalizzazione tende a disintegrarsi e a dissolversi il mondo morale della democrazia europea. Era lo stesso mondo morale che ne aveva alimentato e retto il corso novecentesco e che era costituito, in sostanza, dalla somma virtuosa della cultura liberale e della cultura socialdemocratica. Provvedevano a formarlo, infatti, da un lato il sentimento della libertà della persona umana e dei suoi diritti insopprimibili, proprio della prima, e dall’altro il sentimento, consustanziale alla seconda, «dei doveri inderogabili di solidarietà, politica, economico e sociale» (per dirla con le prime righe della nostra Costituzione).
È permesso osservare che un tale mondo morale, l’idea stessa di questi diritti e di questi doveri, sarebbero stati impensabili senza la presenza nella nostra storia del cristianesimo e per suo tramite del monoteismo etico proprio del giudaismo? E senza la presenza, altresì, nella formazione delle élite europee, delle classi dirigenti così come degli intellettuali (i quali tanta parte hanno avuto nella nostra storia politica), della cultura umanistica? Senza la presenza del suo singolarissimo impasto — nutrito dalla conoscenza dell’antichità greco-romana — di idealità e di realismo, di senso della concretezza storica e di volontà di metterci le mani per rifarla, di centralità dell’umano ma insieme di ambizione a conoscere la natura e di intervenire su di essa? Colpita a morte nel suo retroterra morale dalla cancellazione del cristianesimo e della cultura umanistica, la democrazia europea va via via riducendosi sotto i nostri occhi a puro meccanismo decisionale e a periodica registrazione del numero di voti, ovviamente espressi da un numero tendenzialmente sempre minore di votanti; sospinta verso orizzonti di tempesta da sempre nuovi radicalismi.
Quanto accade in Italia ne è un esempio. Il passaggio del sistema politico italiano alla seconda Repubblica è avvenuto mentre prendeva forma la crisi della democrazia europea di cui ho appena parlato. E proprio perché avvenuto nel quadro di una tale crisi il passaggio di cui sopra, lungi dal consistere nelle fondazione di qualcosa, ha messo capo in realtà solo a una mal riuscita sostituzione. Nel 1992-1994, infatti, il vuoto seguìto alla cancellazione della cultura politica del centro cattolico-liberal-socialista — cultura che nelle sue varie componenti rappresentava la sola cultura politica passabilmente democratica radicatasi nel Paese — fu riempito dalle due culture novecentesche non democratiche che a essa si erano storicamente contrapposte. Quella di matrice fascista e quella di matrice comunista, più o meno prontamente sintonizzatesi, date le circostanze, sulla lunghezza d’onda della democrazia. È vero che il passaggio di cui sto dicendo fu in qualche modo non solo tenuto a battesimo ma anche a lungo dominato da Silvio Berlusconi e dal suo ambizioso progetto che si diceva liberale.
Si trattò tuttavia di un progetto troppo superficialmente tale e troppo viziato dalle contraddizioni legate alla figura del suo autore per poter lasciare un segno: che infatti non lasciò. Escluso il disegno berlusconiano, per il resto fu ideologicamente il vuoto, anche se mascherato da una girandola continua di sigle. Al di là di queste può dirsi che in generale il sistema dei partiti della seconda Repubblica sia andato assestandosi innanzi tutto sulla presenza maggioritaria di una variegata palude di orientamento genericamente «costituzionale», rappresentata da un personale politico informe, obbediente in sostanza a chi gli assicura l’elezione. Una confusa congerie di uomini e donne che all’apparenza solo la legge elettorale o una qualche trascorsa fidelizzazione induce a dividersi tra destra e sinistra, a scegliere se essere di destra o di sinistra o magari di destra e di sinistra insieme (esemplare il caso dei 5 Stelle). Non a caso le cronache della seconda Repubblica registrano più di un governo «d’affari» o «del Presidente» formati per l’appunto da partiti di destra e di sinistra disinvoltamente alleati, nonché, per chi l’avesse scordato, un non memorabile governo Lega-5 Stelle. Per quanto riguarda invece i gruppi di comando dei due partiti maggiori (FdI e Pd), su ognuno dei due versanti dello spettro politico ancora troviamo presenti in misura significativa quanto rimane di una delle due antiche culture antidemocratiche italiane di cui dicevo sopra, quella missina-neofascista e quella comunista-piccista.
Entrambe inchiodate da decenni alla rispettiva incapacità/impossibilità di evolvere verso un esito liberal-conservatore l’una e un esito socialdemocratico l’altra. Nel sistema politico italiano si è verificato insomma il dato abbastanza sorprendente che nello spazio di un trentennio non ha avuto di concretizzarsi alcuna esperienza consistente di tipo genuinamente liberal-democratico. Dal 1992-1994 la nostra vita pubblica e il sistema dei partiti della Repubblica poggia infatti su un magma politico-ideologico potenzialmente in continua scomposizione e ricomposizione con solo due reali punti d’ancoraggio — se possiamo continuare a chiamarli così — che sono ancora e sempre quelli del nostro passato remoto: fascismo/comunismo-antifascismo/anticomunismo. Non a caso dal magma di cui sopra pullulano di continuo populismo e sovranismo, due pseudonovità che a loro modo non sono altro, in realtà, che le forme bastarde e degradate, spesso intrecciate e sovrapposte tra di loro, che le antiche culture politiche del fascismo e del comunismo tendono ad assumere oggi.
Tutto ciò non si spiega solo con fattori indigeni. È questo il modo, infatti, in cui si manifesta qui in Italia quella crisi generale della democrazia in Europa di cui ho detto in precedenza. Anche noi scontiamo l’effetto dell’incapacità della nostra società di dare carne e sangue nuovi alle antiche idee di libertà e di eguaglianza, dal momento che abbiamo tagliato i ponti con le fonti vive di quelle idee. Fonti che, piaccia o meno, sono stati il cristianesimo, cui si deve l’esistenza della nostra stessa idea di laicità, e la cultura umanistica dalla quale la scienza ancora non si era distaccata come invece sta sempre più accadendo in questo secolo. La democrazia — bisogna sempre ricordarlo — non ha niente di ovvio o di naturale. Oggi come ieri non è certo la democrazia che vige di regola sul pianeta, con i diritti dell’uomo (e della donna!), il parlamento, lo stato di diritto e quel che segue. Non è per nulla ovvio che sia riconosciuta la dignità di ogni essere umano o che si presti una benevola attenzione ai suoi bisogni. La democrazia ha messo radici in Europa solo perché frutto di una lunga storia. Noi ne abbiamo goduto solo perché c’è stata questa storia, e abbiamo continuato a farlo solo fintanto essa ci ha detto qualcosa, ci ha parlato e noi ci siamo riconosciuti in essa. Ma da tempo non è più così. Da tempo la nostra realtà, i nostri giorni perduti nel vuoto del mondo nuovo, sembrano aver inghiottito ormai per sempre quel passato. Lasciandoci con una politica senz’anima capace solamente di accompagnarci muta nel nostro declino.