(Marco Ciriello – dagospia.com) – Se è vero che Valter Lavitola ha fatto piazzare la bomba – «d’amore» – davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci allora sappiamo che il faccendiere ha capito più di tutti la categoria politico-giornalistica dei “professionisti dell’antimafia” nata da un articolo di Leonardo Sciascia nel lontano 1987. Lavitola ha fatto sua quella teoria e i suoi benefici, capendo l’importanza politica e culturale di essere il Bene, con la scorta che diventa una rendita di posizione oltre due ali d’angelo.

A leggere i giornali sembra che Lavitola oltre Sciascia avesse letto anche Osvaldo Soriano perché il suo “Cefalù” ricorda “El Refugio”: il bar di Parigi che fungeva da territorio neutrale per le spie di tutto il mondo ne “L’occhio della patria”. E Lavitola un piccolo Julio Carré capace di tenere al suo tavolo due direttori, Paolo Mieli e Stefano Cappellini, oltre il puro Ranucci.

Invece di fargli le interviste sulla sua innocenza bisognerebbe chiedere a Lavitola delle sue letture che ormai i giornalisti non intercettano dalle sue teorie, fu deduzione empirica o lettura carceraria? È evidente che aveva capito come funziona l’Italia-Bene o del presunto-Bene meglio di tutti: deducendola da Sciascia.

Se davvero è il mandante della bomba – «d’amore» – è anche il migliore dei politici, mentre crea, con altissime consulenze, il questionario per capire il Ranucci gradito, ha già immaginato come spingerlo in avanti: facendogli perdere l’innocenza, portandolo tra i “quasi” martiri, allargando il finissimo ragionamento sciasciano che partiva dal prefetto Mori e passava per la promozione di Borsellino toccando l’ascesa di Orlando.

Lavitola strappa il ragionamento a Sciascia e lo capovolge, con uno scoppio – sempre che sia il mandante – è convinto di rafforzare la posizione in Rai di Ranucci – chi toglie il programma a un eroe? – e contemporaneamente di “aiutare” la discesa in campo del giornalista, che – stando alle trascrizioni dei colloqui e dei messaggi – appare vittima lusingata del progetto, al netto dell’oscurità della bomba.

Lavitola sembra aver capito le carriere con la scorta più di tutti, coniugando i sondaggi di Publitalia e quindi la lezione berlusconiana con quella sciasciana, un’Italia impensabile oltre lo studio di Marcello Dell’Utri, l’unico capace di annodare Silvio B. e Leonardo S., poi a Roma, scavalcando Filippo Ceccarelli. Prendi l’anima buona, minacciala, esponila, portala all’estremazione, e poi zac: candidala per le altre anime buone, ecco – il presunto – teorema dei professionisti dall’anima buona – pensato e forse attuato da Valter per l’amico Sigfrido.

Ora, Lavitola – sempre che sia davvero il mandante – appare come megalomane e sconfitto, ma in realtà è uno che aveva compreso come si scende in campo meglio di Calenda e come ci si può restare più a lungo di Segni, analizzando le ascese da scorta, le carriere con le ali, l’imposizione del Bene. Insomma, o Lavitola – come il suo ristorante – è qualcosa in più di mezzo parlamento con inserti di buone letture e pessimi metodi oppure è una scheggia di commedia all’italiana che, però, in un’estate sola, si è mangiata tutti i giallisti da vetrina.