L’ex segretario Pd piace per la sua efficacia e schiettezza e viene evocato come possibile “federatore del programma”, come “raccordo” tra Schlein e Conte. E ha anche un altro vantaggio: a differenza del bovino da lui lui reso celebre nella metafora, non è un pericolo

Primarie, stallo totale: e se fosse Bersani la “mucca nel corridoio” del fronte progressista?

(di Wanda Marra – ilfattoquotidiano.it) – “Qui non è Ballarò”. Si chiudeva così, con un’affermazione mista a critica di Pier Luigi Bersani, il celebre incontro in streaming del 2013 tra lui e i Cinque Stelle (gli allora capigruppo alla Camera e al Senato, Roberta Lombardi e Vito Crimi) in cui l’allora premier pre-incaricato chiedeva la fiducia ai grillini per formare il suo governo. Bersani, allora segretario del Pd, aveva “non vinto” le elezioni, dopo che il centrosinistra per mesi che il centrosinistra per mesi si era divertito a fare la lista dei ministri: l’apertura pre-voto a Mario Monti, il tecnico per eccellenza che veniva da un governo all’insegna di “lacrime e sangue”, spense immediatamente i sogni di gloria. Con l’immagine dello sconfitto – Bersani – mentre beveva una birra da solo rimasta nella memoria collettiva come memento mori. E il resto, appunto, è storia: dal muro dei Cinque Stelle, al governo di larghe intese di Enrico Letta che finì sfiduciato dal Pd, aprendo la stagione di Matteo Renzi. E Bersani, che era stato pre-incaricato da Giorgio Napolitano, non fu mai formalmente revocato. Una sorta di congelamento, poi superato dagli eventi, che 13 anni dopo fa parte della storia e dell’aneddotica di un personaggio che sta vivendo una nuova primavera.

Oggi Bersani, che è stato tra gli artefici della scissione dal Pd di Articolo 1 (poi rientrato) durante l’era del fu Rottamatore, è fuori dal Parlamento e fa il padre nobile, l’opinionista, l’influencer di quella sinistra che cerca sé stessa e qualche riferimento. Elly Schlein l’ha ingaggiato per tutte le campagne elettorali che ci sono state da quando è segretaria. Bersani convince, piace, funziona, un po’ come i vecchi zii saggi che si mettono a disposizione gratuitamente. E in questa nuova veste persino le sue metafore più improbabili (tipo “la mucca in corridoio” per indicare un pericolo che il centrosinistra non vedeva) sembrano più lucide di quando furono concepite. Ma poi, c’è chi lo invoca davvero come salvatore della Patria. Tra tutti i quirinabili del centrosinistra, lui è quello che piace di più ai Cinque Stelle, forse quello in assoluto meno vissuto come parte di una casta di manovratori. Rosy Bindi dopo il referendum sulla separazione delle carriere a marzo lo ha evocato come possibile “federatore per il programma”; insomma, un “facilitatore” per mettere pace tra Schlein e Conte. Non se n’è fatto niente, anche se l’idea aveva un qualche fondamento: Bersani – come storia e come età – era una figura teoricamente in grado di non minacciare nessuno dei due, sulle lunghe distanze. Anche se poi, si sa, si nasce federatori per il programma, magari si finisce a Palazzo Chigi.

Adesso, infatti, l’ex ministro delle “lenzuolate” viene ancora tirato in ballo come possibile “terzo uomo”. A farlo sono soprattutto ambienti vicini alla destra dem: dunque, trattasi soprattutto di spauracchio (e di volontà di bruciarlo). E però va detto: il principale teorico del terzo uomo è Dario Franceschini. I due hanno lavorato insieme per decenni, a volte scontrandosi, a volte collaborando; come dire, all’occorrenza s’intendono. E non è un caso che adesso nel Correntone di Montepulciano, quello che lavora per Schlein, ma anche contro, ci siano pure gli ex Articolo 1, che vedono in Massimo D’Alema il loro vero ispiratore politico, ma sanno che è Bersani ad essere quello spendibile tra i due. Forse anche per questo, proprio in quella parte del Pd, nelle ultime settimane si era cercato di elaborare una strategia per sopperire al fatto che Elly e Giuseppi per ora non si mettono d’accordo: indicare come leader della coalizione un nome di garanzia, che servisse ‘solo’ a ovviare alla richiesta del Melonellum (ove dovesse passare). E poi, dopo il voto, lasciare a Sergio Mattarella la scelta. Idee e suggestioni che ritornano. Chissà se utili a “smacchiare la giaguara” (libera citazione dal protagonista dei progetti qui raccontati). O almeno a smettere di “pettinare le bambole”.