
(di Michele Serra – repubblica.it) – Cento anni dopo la pubblicazione del famoso saggio di Sombart Perché negli Stati Uniti non c’è il socialismo?, il socialismo negli Stati Uniti invece c’è. O almeno così si fa chiamare, senza temere di usare quel nome-tabù, che suona come una profanazione nel tempio del capitale.
I candidati socialisti vincono le primarie dem, diventano sindaco di New York, soprattutto attraggono i giovani. Sono in campo come mai prima. E non è la cosiddetta cultura woke, tutta diritti e niente economia, a motivare quelle truppe in marcia. Sono soprattutto gli argomenti sociali: welfare e lavoro.
Perché questo accada non è facile da capire. Si legge e ci si fanno domande. Ma è possibile che la risposta, o parte della risposta, non sia troppo difficile: perché non è più vero che il capitalismo dà una speranza a tutti, facoltà che Sombart metteva al primo posto tra le ragioni del mancato vigore del socialismo in America.
Il mito del “tutti ce la possono fare” è offuscato dalle clamorose diseguaglianze e dall’altrettanto clamorosa concentrazione della ricchezza in pochissime mani. L’oligarchia non è alleata del capitalismo, non lo è per nulla. Assomiglia a una gara truccata, alla manomissione di regole (o illusioni) antiche, cancella il vecchio mito che tutti ce la possono fare, se si impegnano.
Da questo punto di vista siamo autorizzati a pensare che gli anni di Trump, Musk, Bezos e pochi altri siano gli anni più tristi e nocivi nella lunga storia del capitalismo americano. Così nocivi da fare riscoprire il socialismo, che è poi un modo per dire giustizia sociale e Welfare, anche a milioni di giovani americani. Banale dirlo, ma è impossibile non sentirsi dalla loro: avranno vita durissima, ma almeno sanno di non essere più eterna minoranza.
Eppure c’è gente in Italia (anche nella sedicente sinistra) legata ancora alle vecchie tradizioni filo-americaniste d’antan. C’è poco a fare: l’amore subalterno all’America è un sentimento incrollabile, per certuni.
"Mi piace"Piace a 1 persona
La coda di paglia lunga un chilometro di Michele Serra, una vita da antisocialista in Italia, scriveva i monologhi qualunquisti di Beppe Grillo, i socialisti vittime privilegiate della battute di Beppone. Divertenti, ma hanno finito di convergere con i desideri dell’establishment secondo cui il socialismo era finito (così disse Romano Prodi) e si doveva procedere alle privatizzazioni a tutto spiano.
"Mi piace"Piace a 1 persona