Dietro la guerra per procura, la saldatura tra industria militare, tecnologia e finanza

(Giuseppe Gagliano – lafionda.org) – La tesi avanzata da Jeffrey Sachs e Sybil Fares è netta: la guerra in Ucraina non sarebbe soltanto uno scontro tra Mosca e Kiev, ma il prodotto di una strategia statunitense costruita nell’arco di trent’anni. Una strategia che avrebbe trasformato il territorio ucraino nel principale campo di prova della guerra tecnologica contemporanea, mentre il Paese continua a pagare il prezzo umano, economico e territoriale dello scontro.
Il punto di partenza è l’avvertimento lanciato nel 1961 da Dwight Eisenhower contro il potere del complesso militare-industriale. Oggi quell’apparato non comprende più soltanto generali e fabbricanti di armi. Riunisce società informatiche, fondi finanziari, imprese energetiche, servizi di informazione e grandi gruppi della tecnologia digitale. Non influenza semplicemente la politica estera degli Stati Uniti: tende a determinarne obiettivi, strumenti e durata.
L’Ucraina come pedina decisiva dell’Eurasia
L’idea non nasce con l’attuale conflitto. Nel suo libro La grande scacchiera, Zbigniew Brzezinski indicava l’Ucraina come uno dei principali cardini geografici dell’Eurasia. Senza Kiev, sosteneva, la Russia avrebbe incontrato maggiori difficoltà nel conservare il rango di grande potenza.
Da questa prospettiva, l’allargamento dell’Alleanza Atlantica non fu soltanto un processo di integrazione politica dei Paesi dell’Europa orientale. Fu anche il progressivo avanzamento dell’infrastruttura strategica occidentale verso le frontiere russe. Bill Clinton avviò l’espansione; George W. Bush aprì la porta all’ingresso futuro di Ucraina e Georgia; Barack Obama sostenne il nuovo equilibrio politico nato a Kiev nel 2014; Donald Trump fornì armi controcarro; Joe Biden respinse le richieste russe di una nuova architettura di sicurezza europea.
Presidenti differenti, linguaggi diversi, ma una notevole continuità strategica: impedire che Mosca ricostruisse una propria area di influenza autonoma nello spazio postsovietico.
Dalla guerra di posizione alla guerra dei dati
La vera trasformazione riguarda però il piano militare. L’Ucraina è divenuta un immenso laboratorio nel quale vengono sperimentati velivoli senza pilota, sistemi di riconoscimento automatico, guerra elettronica, collegamenti satellitari e programmi capaci di individuare bersagli attraverso l’elaborazione di grandi quantità di informazioni.
In questo sistema occupa un ruolo centrale Palantir, società nata anche grazie al sostegno finanziario dei servizi statunitensi e oggi coinvolta nell’analisi del campo di battaglia ucraino. I dati raccolti durante milioni di missioni alimentano programmi destinati a rendere più rapida la scelta degli obiettivi e più automatizzata la conduzione delle operazioni.
Militarmente, il vantaggio è evidente: gli Stati Uniti possono osservare il comportamento delle armi russe, sperimentare contromisure, perfezionare i propri sistemi e addestrare gli algoritmi senza impegnare direttamente grandi reparti americani. Ma esiste anche un rischio. Quanto più Washington partecipa alla scelta dei bersagli, alla pianificazione delle rotte e alla trasmissione delle informazioni, tanto più sottile diventa il confine tra sostegno militare e partecipazione diretta alla guerra.
Il grande affare della guerra permanente
Sul piano economico, il conflitto ha prodotto una nuova espansione della spesa militare occidentale. Gli arsenali europei devono essere ricostituiti, le infrastrutture digitali ammodernate, le fabbriche di munizioni ampliate. Le società produttrici di armi, satelliti, programmi informatici e velivoli senza pilota si trovano davanti a un mercato destinato a durare per anni.
L’Europa finanzia buona parte di questa trasformazione, ma rimane dipendente dalle tecnologie, dai sistemi informativi e dalle piattaforme statunitensi. Il risultato geoeconomico è paradossale: mentre promette autonomia strategica, il continente aumenta la propria dipendenza industriale e militare da Washington.
Anche l’Ucraina viene progressivamente inserita in questo sistema. Le sue risorse minerarie, le infrastrutture energetiche, le capacità informatiche e l’esperienza maturata sul campo diventano elementi di una nuova economia di guerra. Kiev riceve armi e finanziamenti, ma accumula debiti, perde popolazione e vede ridursi i margini della propria sovranità politica.
Dall’Ucraina all’Iran, la stessa logica imperiale
Il collegamento con l’Iran non è secondario. Brzezinski considerava anche Teheran un cardine fondamentale, perché il controllo della regione iraniana significa influenzare il Golfo Persico, il Mar Caspio, le rotte energetiche e i collegamenti tra Asia centrale, Russia, Cina e Medio Oriente.
Le tecnologie sperimentate contro la Russia possono essere trasferite ai Paesi del Golfo per contrastare i velivoli iraniani. L’Ucraina diviene così il luogo di sperimentazione, mentre il Medio Oriente rappresenta il mercato e il secondo fronte della competizione.
Dal punto di vista geopolitico, Washington tenta di impedire il consolidamento di un blocco continentale capace di unire Russia, Cina e Iran. Dal punto di vista geoeconomico, cerca di mantenere il controllo sulle rotte energetiche, sulle tecnologie decisive e sui sistemi finanziari internazionali.
Un Paese sacrificato alla strategia altrui
La contraddizione finale riguarda l’Ucraina stessa. Presentata come beneficiaria della protezione occidentale, si ritrova con territori perduti, infrastrutture distrutte, milioni di cittadini emigrati e una vita politica subordinata alle necessità della guerra.
La pace richiederebbe un compromesso sulla neutralità dell’Ucraina e sulla sicurezza europea. Ma un simile accordo ridurrebbe l’utilità strategica del Paese come avamposto contro la Russia e interromperebbe un ciclo economico estremamente redditizio.
È questo il nodo indicato dagli autori: la guerra continua non soltanto perché Mosca e Kiev non riescono a trovare un’intesa, ma perché intorno al conflitto si è formato un sistema di interessi che considera la pace meno vantaggiosa della prosecuzione dello scontro. Eisenhower temeva che l’apparato militare e tecnologico potesse impadronirsi della politica. In Ucraina, quella profezia sembra aver trovato il proprio campo di battaglia.
Gli imperi cadono perché marciscono dentro.
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questa lettura della guerra esclude ogni ruolo attivo di Russia e Ucraina. molto improbabile per la prima, poco credibile per la seconda. inoltre c’è l’UE non fosse che per un fatto geografica, che vuol dire Francia Germania e fino al 2016 UK. Sacks fu uno degli artefici del Washington consensus, Fares è un advisory di un agenzia onu. Tentare un analisi che affronta i nodi dal profilo del sistema economico reale e non solo dai giochi da risiko sarebbe un passo in avanti per capire perchè la Russia non vuole assolutamente la fine della guerra al pari dell’UE e dell’UK
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Ma veramente la Russia era preparata a firmare una pace molto favorevole per l’Ucraina (a detta degli stessi negoziatori di Kiev), è stato Johnson, istigato da Biden, che fece fallire gli accordi di pace. La UE non ha mai avuto una posizione propria, forse quella di un’ameba. Seguiva pedissequamente le direttive USA. Poi, se ne discostò, inebriata dal wishful thinking della vittoria sulla Russia nel campo
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quell’accordo che cessava le ostilità certificava il successo russo anche se sul campo le cose non erano così chiare. poteva la NATO accettarlo? evidentemente no, perchè significava la sua irrilevanza ed incapacità rinunciando di fatto all’Ucraina. ora siamo nel 2026 e da allora la volontà di cessare i combattimenti non si è mai più manifestata concretamente da parte russa. L’UE ha la posizione della NATO che rimane opportunistica ossia usa l’Ucraina per spingere la Russia al collasso politico-economico sulla stregua di quello che accade all’URSS con la guerra fredda anni 80. la vera scommessa (fallita al momento) UE era la transizione ecologica che si sarebbe potuta accelerare abbandonando la fornitura russa ma la cleptocrazia di Bruxelles ha prevalso con operazioni di sostituzione di forniture e di debito pubblico per spese in armamenti. Ma la guerra conviene anche a Mosca perchè compatta il paese in chiave anti-Nato, costringe l’economia ad incrementare la domanda interna e la produttività, globalizza i mercati dell’export e favorisce i profitti fossili giustificando il graduale suo abbandono interno.
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