Più che ai miracoli della tecnica, dobbiamo affidarci a una rivoluzione culturale

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Della cosiddetta intelligenza artificiale (IA) colpisce sia accolta come dato naturale. Strumento in più nell’inarrestabile scalata dell’uomo al dominio del reale. No: l’IA è il campo di battaglia per il potere. Sempre più asimmetrico e incontrollato. Con noi umani a rischio di finir vittime delle armi autonome, agite dalla sullodata. La più volte celebrata fine della politica troverà compimento quando il trasferimento della decisione sulla pace e sulla guerra — sulla vita e sulla morte di tutti noi — troverà sanzione negli algoritmi che governeranno gli arsenali nucleari. A quel punto oltre che dalla politica prenderemmo congedo dall’umanità.
Con ciò si vuole insinuare che forse l’istinto di conservazione da solo non ci risparmierà la dimissione dall’universo. E che per raggiungere questo scopo, più che affidarci ai miracoli della tecnica, dobbiamo affidarci alla negletta arte della politica. Ovvero del convivere con l’altro, il diverso, soprattutto se nemico. Rivoluzione culturale. Come ci insegnava secoli fa la nostra professoressa di quarta ginnasio, vergognosamente beffeggiata, la rivoluzione comincia da ciascuno di noi.
Con ritardo irreparabile crediamo di aver capito cosa intendesse leggendo Viaggio tra gli obbedienti (La nave di Teseo, 2021) il penultimo libro di Natalino Irti, grande giurista e intellettuale di raro acume, da poco scomparso. Dove noi contemporanei siamo descritti schiavi della funzione di cui siamo considerati competenti. Ridotti a «risorse umane», «capitale umano». Ossimori cui siamo tanto abituati da non coglierne il significato: cambia la specie. Gli umani si trasformano in disumani.
Irti ci descrive dentro «un assedio tecnologico», in «uno stringersi della gabbia intorno a noi», da cui puoi uscire solo se rimani, «con tenace orgoglio, fuori dall’apparato tecnico-produttivo» e salvi «la sfera, ancorché povera e minuta, delle decisioni e obbedienze individuali». Regola: «Costruirsi una legge individuale è dare forma alla nostra vita, non lasciarla disperdere in azioni capricciose e occasionali, non abbandonarla a un vagare indistinto e fortuito, ma stringerla in un significato unitario di relativa stabilità e coerenza. In tale continuità ha radice il senso dell’onore». Della politica. Intesa capacità di pensare, giudicare, agire in base alla legge individuale — l’etica sulla quale ci siamo formati. A partire dalla scuola.
Qui l’aria del tempo si manifesta con il crollo delle iscrizioni al liceo classico, scelto da cinque studenti su cento. Forse perché rispetto agli istituti omologhi — scientifici, tecnici, professionali — non è collegabile ad alcuna funzione specifica. Ma è, o dovrebbe essere, custode di una tradizione, di un canone classico riassumibile in una parola: umanesimo. Radicato nella paideia degli antichi, educazione e trasmissione della cultura, sentire di riferimento della comunità. Coltivato con lo studio della storia, nella pratica della filologia e della filosofia tramandata per testi classici, greci e latini.
Non si tratta di spiegare, servendosi dei modelli razionali tipici delle scienze dure, quanto di comprendere, ovvero esercitare la nostra umanità nella sua interezza, a partire dai sentimenti. Se perdiamo contatto con questa tradizione, su che cosa possiamo fondare l’impegno politico al servizio della comunità? Riprendere in mano Filologia e storia di Werner Jaeger, classico del “terzo umanesimo”, curato da Gherardo Ugolini e appena pubblicato da Morcelliana, può confermarci in questa urgenza.

Siamo felici di segnalare una piccola buona notizia, che speriamo domani grande. Il preside del liceo classico Parini di Milano, Massimo Maurizio Barrella, visto il disastroso crollo delle iscrizioni, propone per il 2027-28 una riforma radicale, ferme le materie classiche: lezioni concentrate in cinque giorni pieni; sabato libero per frequentare gli amici, fare sport o leggere un libro; lunedì pomeriggio dedicato ad attività contemporanee, come argomentare in pubblico, e alla geopolitica, esercizio di apertura al mondo e all’alterità. Allenamento a decidere bene in una situazione critica, quel che l’intelligenza artificiale non può fare.
Ha ragione Cristiano Boscato, amministratore delegato di Dinova: «Così nasceranno le uniche persone che sapranno ancora riconoscere se una macchina ha ragione o sbaglia. E decidere di conseguenza». Speriamo che l’esempio del Parini sia contagioso.
Per quanto stupefacente possano essere le applicazioni dell’ IA nella nostra società, essa non ha un’ anima cioè coscienza di sé quindi non teme la sopraffazione, la morte ,il proprio annullamento . Allora come possiamo fidarci di essa ed affidargli la nostra di vita ?
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