Assemblea del Pd a ottobre per prolungare il mandato della segretaria. In cambio il partito vuole un direttorio sulle candidature: la durata qui si paga in seggi. Si affaccia l’ombra di Gori

Immagine di Schlein cerca la proroga ma il Pd vuole un direttorio sulle candidature

(di Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Sono democratici o caporali? Il Pd chiederà una contropartita per allungare la longevità di Elly Schlein. Esiste un passaggio strettissimo che Schlein, con calcolo, ha trascurato, e che rischia di costarle caro. Il 12 settembre il suo mandato da segreteria scade e il congresso, per statuto, si indice in automatico. Il 13, a Reggio Emilia, alla Festa dell’Unità, Schlein sarà costretta ad annunciare la convocazione di un’assemblea nazionale a ottobre (si parla del 10). Non è una proroghetta, per nulla. I dirigenti, in cambio del loro voto, puntano a un direttorio sulle candidature. La durata qui si paga in seggi.

Attenti, il Congresso del Pd non è meno importante delle primarie di coalizione e non è meno importante del malessere di Conte. Non è meno importante della ricerca di un terzo uomo per sfidare Meloni perché da questo congresso passa l’agibilità di Schlein. I dirigenti che non si fidano, e che cercano la ricandidatura, faranno pesare questa proroga necessaria. E’ chiaro che Schlein debba essere prorogata come segretaria, ma prorogarla per sei mesi è ben diverso dal prorogarla per un anno. Se il voto slitta a fine legislatura, Schlein rimarrebbe segretaria fino all’ottobre 2027. Si può fare tutto, e si farà, con i commi, ma in mezzo ai commi si cela il diavolo. Lo statuto del Pd è composto da 55 articoli. Il congresso a scadenza naturale viene indetto dal presidente, in questo caso Stefano Bonaccini. Non si scappa. Lo statuto recita che entro sei mesi bisogna convocare il congresso. Per permettere lo slittamento occorre una norma transitoria. Come avviene questo passaggio? Si convoca l’Assemblea del Pd, quella stessa assemblea dove già un anno fa, alla chetichella, si provò a inserire il comma della proroga, ma inutilmente. E’ da ben sei mesi che si parla di questo congresso e il primo a sollevare la questione è stato Michele Anzaldi. La scadenza adesso è arrivata e Schlein con calcolo è rimasta in silenzio. Lo ha fatto perché vuole vedere chi oserà sfidarla, chi si permetterà di dire in chiaro che questa modifica non si possa fare. Trascura la natura di un partito che si avvicina alle elezioni e che si ripara dietro questa carta scritta dai padri del Pd, dallo storico Vassallo, una carta rigida, e che nel Pd non si parla in chiaro. Si sussurra. Non solo si deve convocare l’Assemblea ma deve essere in presenza e prima ancora si deve aggiornare la lista dei membri, procedere alle surroghe. Per modificare lo statuto serve la maggioranza assoluta degli aventi diritto. E’ sempre lo stesso statuto che apre strade ignote. Chi lo dice che la segretaria deve essere la sola candidata alle primarie di coalizione? Schlein sta girando l’Italia perché cerca la garanzia che sia lei la candidata alle primarie. A Martina Franca, e lo ha raccontato il Tolkien delle Puglie, Michele De Feudis, sulla Gazzetta del Mezzogiorno, Schlein si è fatta incoronare da Emiliano e Decaro (quel Decaro che aveva cercato l’intesa con Silvia Salis) e che ora dice: “Elly, sei la nostra guida e candidata”.

In teoria, a eventuali primarie di coalizione, il Pd potrebbe esprimere oltre alla candidatura della segretaria anche altre candidature. Il nome che si fa è quello di Giorgio Gori. Schlein può forse impedirlo? Il Pd non è il carrozzone di Vannacci, dove si espelle e si emenda, se la caponata è rimasta sullo stomaco. Il congresso deve farsi e serve anche un notaio e in Assemblea ci deve essere anche un parlamentare che deve farsi promotore: “Chiedo che lo statuto…”. Anche figurativamente ha una sua rilevanza. E’ un passaggio politico autentico e i dirigenti vogliono che venga negoziata così: un direttorio ristretto di capi corrente per gestire le prossime candidature, evitare la notte delle scope nelle liste. Il 13, a Reggio Emilia, la notizia, l’atteso acquisto dell’Unità, può trasformarsi in quest’assemblea, uno scambio, l’adagio sbardelliano: “A Elly, che t’è serve”.