
(di Simona Ruffino – ilfattoquotidiano.it) – Matteo Salvini possiede una qualità che la Cassazione e la Procura di Bologna possono soltanto invidiargli: sa sempre come sono andate le cose, non ha bisogno di indagini per trarre conclusioni ed emettere sentenze. Nel caso di Mario Roggero, il ministro, dopo la sentenza definitiva ci ha spiegato che questa è ingiusta e che a 72 anni non si può andare in carcere perché il condannato «ha reagito a un’aggressione». È bene ricordare ancora che Roggero uscì dalla gioielleria, inseguì i rapinatori che se ne stavano andando e sparò. Due uomini sono morti, un terzo è rimasto ferito. Salvini nella narrazione utile alla sua perenne campagna elettorale ha cancellato l’inseguimento – che trasforma la legittima difesa in vendetta – e grazie al verbo abusivo “reagire”, ha trasformato percettivamente una condanna per duplice omicidio nella persecuzione di un lavoratore onesto.
La sequela è proseguita con Nordio che chiede la Grazia, con Meloni che incalza e il Presidente Mattarella che ha dovuto ricordar loro come funziona il canone giuridico. Ormai è storia. Nel caso di Abderrahim Fakir, Salvini è arrivato prima dell’autopsia. Fakir è morto a Bologna durante un intervento della polizia; il video lo mostra immobilizzato a faccia in giù mentre chiede aiuto. La Procura deve ancora accertare cause e responsabilità. Salvini immediatamente: «Sto sempre e comunque dalla parte dei poliziotti. Aspettiamo di capire cosa è successo». Dopo “sempre e comunque” l’attesa risuona come arredamento istituzionale. Perché la politica di destra strumentalizza i fatti di cronaca per usarli a proprio vantaggio? Le elezioni sono imminenti, la concorrenza di Vannacci rende la maggioranza di Governo più fragile e la sicurezza è un tema evergreen. Come lo fa?
Il criterio manipolativo è l’appartenenza. Roggero diventa padre, marito, nonno, lavoratore. Fakir resta “il marocchino in escandescenze”. Gli agenti incarnano lo Stato, i magistrati la casta che perseguita le persone per bene. La comunicazione politica distribuisce umanità: decide a chi concedere una biografia e chi ridurre a categoria. Una vita ci commuove; l’altra viene sistemata a una distanza dalla quale il dolore disturba molto meno.
A preoccuparmi è ciò che questo racconto autorizza dentro le persone. La parte meno evoluta dell’essere umano reagisce alla minaccia e trova sollievo nella punizione. La civiltà giuridica ha impiegato secoli per aprire uno spazio tra la ferita e la vendetta. Dentro quello spazio abbiamo collocato il limite, il dubbio, la proporzione, la responsabilità, il diritto. Le destre lo stanno richiudendo e ci invitano a chiamare franchezza la rabbia, giustizia il desiderio di punire, coraggio il disprezzo, debolezza l’empatia. Il fenomeno ha un nome: effetto di verità illusoria. Quando ascoltiamo più volte la stessa affermazione, il cervello la riconosce e la elabora con maggiore facilità. Diventa familiare e quindi attendibile. Poco importa se è falsa o se viene smentita. Elettoralmente basta questo. Alla destra serve spostare di poco la soglia del plausibile: rendere ragionevole temere lo straniero, invocare punizioni, diffidare dei giudici, affidarsi al leader. La mente stima la frequenza di un fenomeno attraverso la facilità con cui ne ricorda un esempio. Se rapine e disordini occupano ogni giorno lo schermo, il Paese appare più pericoloso.
I dati Censis fotografano una realtà che smonta il teatrino della paura. Nel 2024 le denunce sono aumentate e alcuni reati violenti hanno registrato una crescita, ma il numero complessivo dei crimini resta inferiore del 10,7% rispetto a dieci anni fa. Non solo: i primi dati del 2025 mostrano già chiari segnali di flessione. Un quadro complesso che richiederebbe serietà istituzionale. La propaganda di destra, invece, preferisce l’emergenza permanente: estrae dal mazzo l’unico dato utile a soffiare sul fuoco e lascia che il panico faccia il resto. L’obiettivo politico è evidente: picconare lo Stato di diritto. Quello stesso principio cardine che, nei due casi di cronaca recenti, avrebbe dovuto proteggere Roggero dalla rapina e oggi deve giudicare la sua reazione; lo stesso che tutela le forze dell’ordine dai processi sommari, ma esige verità trasparente sulla morte di Fakir.
Nel 2027 andremo alle urne anche per questo. La posta in gioco è brutale: decidere se il limite della legge sia ancora una conquista civile o se la vendetta debba essere sdoganata come nuovo “buon senso” di Stato. La destra la sua scelta reazionaria l’ha già fatta. Ora spetta a noi impedire che ci cancellino la memoria, prima che riescano a farci dimenticare che un tempo avevamo imparato a essere migliori.
Il problema è proprio quello del giudizio immediato che ovviamente non può che essere sommario . Se espresso da persona qualunque è comprensibile ma se a farlo sono autorevoli personaggi della politica in TV nei tg e media vari, allora l’ atto è di una disonestà inaudita perché non frutto d’impulsività ma di calcolo.
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