Bibite gassate e ad alto contenuto di zuccheri sono tra le più bersagliate da divieti e avvertenze ai consumatori. Un’indagine di Lighthouse Reports svela come il fuoco di sbarramento dell’industria alimentare riesce a bloccare i tentativi degli Stati di contrastare i cibi processati

(Gloria Riva – lespresso.it) – È il 14 marzo 2025, in un appartamento sulle colline di Ciudad Bolívar, periferia sud di Bogotà, una bambina di sei anni collassa sul pavimento del bagno per una gravissima ostruzione intestinale. La causa è una dieta fatta esclusivamente da cibi ultra-processati, Upf: snack industriali, sfoglie di formaggio fritto, merendine, bibite gassate. Alimenti carichi di additivi, privi di fibre o nutrienti reali, venduti a pochi spiccioli nei negozietti di un quartiere dove l’acqua potabile è un lusso e la frutta pure.
Nello stesso momento le multinazionali hanno lanciato un’offensiva legale e di lobbying senza precedenti per bloccare le leggi che la nuova amministrazione colombiana sta mettendo in campo per scoraggiare il cibo spazzatura. Una guerra invisibile che questa inchiesta è in grado di svelare nei suoi dettagli più oscuri.
Attraverso lobby, minacce e quasi 600 anni di cause legali, i colossi del cibo ultra-processato tengono in ostaggio la nostra salute. Da una parte i governi, gli scienziati e le organizzazioni sanitarie cercano di arginare l’epidemia globale di obesità, diabete e malattie cardiovascolari. Dall’altra c’è Big Food: un cartello di multinazionali da migliaia di miliardi di dollari che, forte della propria potenza economica e della leva politica, ha deciso di blindare i propri profitti armandosi di avvocati, carte bollate e azioni legali e di lobbismo aggressivo.
Questa inchiesta globale — condotta da L’Espresso insieme con la piattaforma di giornalismo investigativo dei Paesi Bassi Lighthouse Reports e i media partner The Guardian (Regno Unito), Follow the Money (Paesi Bassi), Il Fatto Alimentare (Italia), Agência Pública (Brasile), Cuestión Pública (Colombia), O Joio e O Trigo (Brasile), Quinto Elemento Lab (Messico) e The Wire (India) — svela per la prima volta i numeri, i nomi e l’ostruzionismo di questa guerra giudiziaria globale.
Tra il 2010 e il 2025, in soli sei Paesi campione (Messico, Colombia, Brasile, Stati Uniti, Regno Unito e India), l’industria del cibo spazzatura e degli alimenti ultra-processati (Upf) ha intentato ben 239 cause legali per bloccare, ritardare o svuotare di significato le leggi di tutela della salute pubblica. Il tempo totale che i funzionari dello Stato e i legali pubblici hanno dovuto trascorrere nelle aule di tribunale per dare battaglia a questi colossi e difendere normative di buon senso supera i 595 anni complessivi.
Dei 188 casi analizzati in cui i ricorrenti sono aziende private, più di un terzo (il 38 per cento) è stato avviato da nove multinazionali del settore. In testa alla classifica dei contenziosi c’è Coca-Cola (24 casi), seguita da PepsiCo (17), Mondelez (8), Kellogg’s e Danone (5 ciascuna). A queste si aggiungono Ferrero, Xignux e Heartland Food Products Group con 4 casi a testa. Più Mars Incorporated, che figura con due casi individuali, oltre a comparire come società madre in altre cinque controversie avviate da Kellogg’s, in seguito all’acquisizione di quest’ultima, perfezionata a fine 2025.
Nei loro manifesti pubblici, queste stesse società spendono milioni in retorica di responsabilità sociale e nutrizionale. Coca-Cola dichiara in Europa di impegnarsi in «azioni significative per aiutare le persone a garantire scelte più sane», mentre PepsiCo afferma di «fissare obiettivi nutrizionali ambiziosi in linea con le autorità sanitarie». Eppure, quando un Paese prova a introdurre una tassa sulle bevande zuccherate o a stampare un bollino di avvertimento sulle loro confezioni, l’unica risposta che arriva è la notifica di un ricorso giudiziario o una minaccia preventiva.
Anche Ferrero, simbolo del capitalismo familiare italiano e del Made in Italy, è presente, direttamente o indirettamente, in diverse cause legali volte a indebolire la legislazione nutrizionale. Ferrero ha intentato direttamente tre cause legali, oltre a una causa avviata da Kellogg’s nel Regno Unito, di cui ora detiene la proprietà. Quest’ultima riguarda lettere di diffida inviate al ministero della Salute, minacciando azioni legali se le normative restrittive sui prodotti ad alto contenuto di grassi, sale e zuccheri non fossero modificate. L’azienda ha risposto alle nostre domande affermando: «Sosteniamo un’etichettatura nutrizionale informativa, scientificamente fondata e non discriminatoria» e che «laddove Ferrero si è confrontata con diverse autorità e organismi di regolamentazione, ciò ha riguardato la chiarezza sull’attuazione delle politiche, come ad esempio le incongruenze nel trattamento di prodotti comparabili ai sensi della stessa normativa, piuttosto che l’opposizione agli obiettivi di salute pubblica». Nelle lettere in cui minacciavano azioni legali contro il governo britannico, ottenute tramite una richiesta di accesso agli atti, Ferrero ha sostenuto che le normative creavano disparità ingiuste rispetto ad altri prodotti dolciari, nello specifico i mix di frutta secca per Eat Natural e i dolciumi sfusi per Ferrero.
Ferrero è stabilmente inserita tra i membri chiave di ben quattro associazioni industriali brasiliane che hanno fatto causa all’Anvisa (l’autorità sanitaria del Brasile) per congelare la storica delibera Rdc 24, una norma che da 17 anni tenta invano di limitare la pubblicità di cibo spazzatura rivolta ai minori per proteggere l’infanzia.
Se all’estero la guerra si combatte nelle aule di tribunale, in Italia la partita è stata vinta dall’industria alimentare prima ancora di cominciare, grazie a una barriera ideologica e politica senza precedenti. Mentre in Francia il Nutri-Score è ormai uno strumento utilizzato quotidianamente dal 68 per cento dei consumatori — nonostante le strenue resistenze del Senato francese per tutelare giganti del calibro di Coca-Cola e della stessa Ferrero (con la sua Nutella) dal bollino rosso obbligatorio — in Italia l’etichettatura a semaforo rimane un tabù assoluto. Sotto la pressione di Federalimentare e Coldiretti, la politica italiana ha eretto una difesa dell’italianità dei prodotti, promuovendo al suo posto il Nutrinform Battery, un sistema a batteria complesso e incomprensibile per i consumatori.
Dietro alla pretesa di tutelale la dieta mediterranea si nasconde però un’emergenza sanitaria drammatica: l’Italia detiene uno dei tassi più alti d’Europa di obesità infantile e sovrappeso, che colpisce ormai il 26 per cento di giovani e giovanissimi. Un’epidemia silenziosa favorita da una totale deregolamentazione: nel nostro Paese, a differenza del Regno Unito, non esistono limiti strutturali alla pubblicità di cibo spazzatura rivolta ai minori.
Il vero obiettivo di questa pioggia di ricorsi non è necessariamente vincere in aula. Big Food ha perso l’82 per cento delle cause analizzate: il vero dividendo del contenzioso è il tempo. Come spiega l’organizzazione dei consumatori messicana El Poder del Consumidor: «All’industria basta ottenere un singolo giudizio favorevole o una sospensiva provvisoria per creare un precedente e paralizzare l’intera riforma per anni». In Messico, Paese che da solo concentra l’80 per cento dei procedimenti (193 casi), l’industria ha intasato i tribunali per ritardare l’applicazione delle etichette di avvertimento fronte-pacco. Per partecipare ai tavoli tecnici di discussione, l’industria alimentare ha ottenuto ben 106 accreditamenti, a fronte dei soli 13 concessi alle organizzazioni della società civile. E quando le sentenze si avvicinano, le aziende preferiscono ritirarsi per evitare che i tribunali pubblichino bozze di sentenze sfavorevoli che creerebbero precedenti legali granitici.
In Europa, dove le lobby giocano d’anticipo, si assiste al fenomeno del cosiddetto regulatory chill, il raffreddamento regolatorio. I governi vengono intimoriti ancora prima di scrivere le leggi. Si evocano violazioni delle norme sul mercato interno, sulla concorrenza o sugli aiuti di Stato dell’Ue. Quando la Francia e il Portogallo hanno provato a tassare le bevande zuccherate, Coca-Cola ha minacciato apertamente di ritirare i propri investimenti dai rispettivi territori. In Estonia e Finlandia, le tasse sullo zucchero sono state accantonate o cancellate dopo che le associazioni di categoria hanno sollevato timori legali relativi agli aiuti di Stato comunitari. Un ex membro di Public Health England ha riferito l’enorme stress burocratico dietro queste vicende: «Il caso Kellogg’s ha richiesto un immenso sforzo da parte del governo. La maggior parte dei Paesi non ha le risorse per resistere. Quando ne parlo all’estero, rimangono sorpresi».
Laddove non arrivano le carte bollate, l’industria del cibo ultra-processato usa metodi più incisivi. In Colombia ben 17 delle 18 cause legali registrate tra il 2023 e il 2025 sono state presentate formalmente da singoli cittadini sfruttando i ricorsi di incostituzionalità. Tuttavia, la nostra inchiesta ha svelato che il 53 per cento dei ricorrenti aveva legami diretti con studi legali che lavorano per le multinazionali del cibo ultra-processato, come lo studio Gómez-Pinzón Abogados. Alcuni ricorsi replicavano letteralmente i discorsi e le obiezioni presentate in Parlamento dal country manager di Big Cola. Nel frattempo, durante il dibattito sulla tassa sanitaria, le aziende del settore hanno donato 25 miliardi di pesos ai partiti politici colombiani nel solo 2022, coprendo il 40 per cento di tutti i finanziamenti privati alla politica di quell’anno. L’equivalente del costo annuo delle cure per oltre 9 mila pazienti affetti da diabete di tipo 2, spesa interamente per anestetizzare la reazione dello Stato davanti all’epidemia nutrizionale.
Nel 2016, i principali attivisti e scienziati messicani che si battevano per la tassa sulle bibite gassate sono stati spiati attraverso il software militare Pegasus, installato illegalmente sui loro dispositivi mobili. Eppure, i risultati economici e sanitari di quella tassa (che ha raccolto 17,8 miliardi di dollari tra il 2014 e il 2024) hanno dimostrato l’efficacia della misura, portando a una riduzione iniziale del 6,1 per cento nel consumo di bibite gassate nel solo primo anno.
L’American beverage association ha citato in giudizio la città di Santa Cruz per una tassa sulle bibite gassate entrata in vigore nel 2025 che, a loro dire, viola una legge statale che vieta le tasse sulle bibite gassate fino al 2031. Lighthouse Report ha scoperto come l’industria ha condotto una campagna occulta, coinvolgendo importanti membri delle comunità di minoranza etnica, che hanno espresso la loro opposizione a questa tassa attraverso il voto e le azioni legali. La vicenda si è però conclusa positivamente: in una sentenza della Corte Superiore della Contea di Sacramento ha dato ragione a Santa Cruz.
In India le quattro cause legali identificate nel Paese sono state intentate da colossi industriali contro gli influencer che avevano pubblicato video di analisi nutrizionale di famosi prodotti commerciali. Le multinazionali inviano diffide, lunghe fino a 300 pagine, imponendo risposte entro poche ore per terrorizzare i creator e costringerli a rimuovere i video.
Tutto questo accade mentre il governo indiano trascina da oltre un decennio le consultazioni per l’approvazione di una legge nazionale sull’etichettatura fronte-pacco. Uno studio commissionato da Lighthouse Reports e condotto dall’Access to nutrition initiative (Atni) svela che il sistema di valutazione proposto in India, India nutrition rating, è più morbido e permissivo rispetto al Nutri-score europeo o all’Health star rating australiano: assegna punteggi elevati a dolciumi e cioccolato, e garantisce 5 stelle su 5 a bibite gassate con zero zuccheri che in Europa verrebbero penalizzate per la presenza di dolcificanti sintetici.
La comunità scientifica internazionale ha ormai rimosso ogni dubbio sulla pericolosità biologica del cibo ultra-processato. Uno studio clinico randomizzato condotto negli States da Kevin Hall al National Institutes of Health, Nih, ha stabilito per la prima volta un nesso di causalità biologica — e non di semplice associazione statistica — tra il consumo di Upf e l’aumento di peso.
Nel dicembre 2025, la rivista scientifica The Lancet ha pubblicato una serie di studi intitolata “Cibi ultra-processati e salute umana”, coordinata da 43 esperti mondiali. I risultati sono una condanna senza appello per il modello industriale di Big Food: i cibi ultra-processati stanno attivamente rimpiazzando le diete tradizionali basate su alimenti integrali, portando a un drastico peggioramento della qualità nutrizionale e a un aumento esponenziale del rischio di sviluppare tumori, malattie cardiovascolari e diabete. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, la quota di calorie giornaliere derivanti da Upf supera ormai il 50 per cento del totale della dieta nazionale. Mentre le aziende si arricchiscono grazie a questo modello, i sistemi sanitari di tutto il mondo ne pagano il prezzo.
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