(Giancarlo Selmi) – Meloni non ha sfidato le opposizioni. Ha sfidato la sua stessa maggioranza. E lo ha fatto apertamente, platealmente, senza possibilità di equivoco: poteva rimettersi al voto e alle decisioni dell’Aula parlamentare, e invece ha scelto di dare indicazioni di voto, di pretendere un “sì”, di caricare quel passaggio di un significato politico chiarissimo. La sua maggioranza le ha risposto picche. E da quel momento quel voto, per quanto tecnicamente riferito a un semplice emendamento, è diventato politicamente una sfiducia piena, sonora, umiliante.

In qualunque democrazia parlamentare degna di questo nome, per molto meno un premier rassegna le dimissioni. Non solo per galateo istituzionale o per estetica della politica, ma per rispetto delle regole minime della credibilità democratica. E questo, peraltro, è accaduto anche in Italia. Sempre. Giuseppe Conte arrivò alle dimissioni addirittura di fronte a un’ipotesi di voto di sfiducia. Qui, invece, siamo davanti a una presidente del Consiglio che chiede obbedienza, la reclama pubblicamente, viene smentita dai suoi e poi pretende di restare lì come se nulla fosse successo. Non basta certo Cirielli a spiegare l’inspiegabile o a negare l’innegabile.

Le mancate dimissioni di Meloni sono l’ennesima prova del suo attaccamento alla poltrona, anzi del suo imbullonamento alla poltrona. Ma sono soprattutto la smentita vivente di tutto ciò che lei ha predicato, urlato e preteso dagli altri in tutta la sua carriera parlamentare. Altro che coerenza. Altro che rigore. Altro che “ci metto la faccia”. Qui siamo alla faccia tosta elevata a sistema, a una spudoratezza politica che non ha nemmeno più il bisogno di camuffarsi.

Sarebbe bene che, invece di continuare a ripetere quella formula ormai logora del “ci metto la faccia”, cominciasse finalmente a metterci un po’ di rispetto per gli italiani. Perché la palude non sta nelle opposizioni, sta nei retroscena, sta nei giochi di palazzo evocati a comando. Perché la palude è dentro la sua stessa maggioranza, questo lo abbiamo sempre saputo. Ma la palude era anche nell’emendamento che sosteneva: un emendamento farlocco, costruito per fingere di introdurre le preferenze senza introdurle davvero. L’ennesima presa per i fondelli pensata per accontentare gli elettori più acritici, quelli più “di bocca buona”, quelli ai quali basta uno slogan ben confezionato per scambiare un trucco per una riforma.

Meloni non si dimetterà. E non si dimetterà per una ragione molto semplice: ha fretta. Ha fretta di cambiare la legge elettorale prima che sia troppo tardi. Sa perfettamente che con la vecchia legge, la stessa che, insieme alla dissennatezza di Letta e del PD, le ha spianato la strada verso Palazzo Chigi, oggi perderebbe. Sa benissimo che, con i collegi uninominali, il rischio di una sconfitta diventerebbe concreto. E allora corre. Corre per cambiare le regole prima che il terreno le crolli sotto i piedi.

Per questo punta a una nuova legge, a un nuovo meccanismo, all’ennesima forzatura utile a blindare il potere. Forte di un accordo con Vannacci (che, per chiunque non sia totalmente scemo, è già stato stretto e sottoscritto anche dai presunti moderati) spera di poter vincere e occupare manu militari il Parlamento attraverso una legge elettorale e un premio di maggioranza palesemente incostituzionali. Altro che governabilità. Altro che stabilità. Altro che volontà popolare. Qui siamo davanti all’ennesimo tentativo di piegare le regole alla convenienza del capo, con l’arroganza di chi considera la democrazia un ostacolo da addomesticare e non un limite da rispettare.

Il tutto mentre il prezzo del gasolio tocca vette altissime come gli utili degli speculatori. Ma per Meloni la priorità è la legge elettorale. A quelli che la difendono, una domanda: ma il cambio della legge elettorale garantirà loro buoni carburante?