Approvato l’emendamento di Forza Italia: escluso dal calcolo del premio il secondo partito sotto soglia. Potrebbe essere “buttato” anche un milione di preferenze

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – Con il Melonellum appena approvato alla Camera dei deputati potrebbe succedere anche questo: una coalizione A che raggiunge il 44,9% perde le elezioni contro una coalizione B, anche se quest’ultima si ferma al 42% dei consensi. È un paradosso della nuova legge elettorale appena approvata alla Camera in prima lettura. Un bug logico – e forse costituzionale – provocato da un emendamento che ha ottenuto ieri il via libera dell’Aula di Montecitorio.
Una premessa: lo spirito dell’emendamento, presentato dal deputato di Forza Italia Paolo Emilio Russo e gradito anche a settori delle opposizioni, è evidentemente quello di aggregare i “piccoli”, riducendone il potere di ricatto verso le coalizioni. Una norma “anti-cespugli”, è stata definita. L’effetto può però diventare, come detto, paradossale o distorsivo. Vediamo in che modo.
La norma presentata dal parlamentare azzurro – che è anche membro della commissione Affari costituzionali – prevede che i voti espressi a favore delle liste collegate che non superano lo sbarramento del 3% e che non rappresentano la lista del miglior perdente non concorrano alla determinazione della cifra elettorale nazionale di coalizione. E, dunque, non contribuiscono nella corsa al primo posto, necessario per ottenere il premio di maggioranza. L’obiettivo dell’emendamento è far convergere le forze minori nelle liste già esistenti, in modo da determinare al massimo una sola forza politica sotto soglia. Chi porta in dote un pacchetto di consenso dello “zero virgola” – o comunque che difficilmente può ambire a superare il 3% – ma capace di risultare determinante ai fini del raggiungimento del premio di maggioranza nazionale, sarebbe costretto a convergere in un’unica lista, rinunciando al proprio simbolo.
E però, è qui che nasce il problema. Cosa accade se due liste non superano il 3%, ma lo sfiorano? E’ un caso di scuola, ma neanche troppo: perché si verifichi basta ad esempio che un partito ottenga percentuali più basse del previsto alle prossime elezioni, scendendo imprevedibilmente sotto la soglia del 3%, facendo dunque “concorrenza” all’altra forza già designata nella coalizione per diventare la prima perdente. Ipotesi di scuola: la coalizione A aggrega un simbolo del 2,99% e uno del 2,98%. Questa seconda forza non otterrebbe seggi, perché non rappresenterebbe neanche il primo dei perdenti. Quel 2,98% andrebbe quindi sottratto dal calcolo dei voti della coalizione A. Ipotizziamo che questa ottenga in tutto il 46,98%, mentre gli avversari della coalizione B solo il 44,01%. In teoria, la coalizione A si posizionerebbe prima nella corsa per il premio di maggioranza, superando gli avversari del 2,97%. E però, sottraendo il 2,98% a causa dell’emendamento approvato ieri alla Camera, la coalizione A scenderebbe al 44%, mentre quella B si accaparrerebbe il premio con il 44,01%. Il 2,98% dei voti dato a una forza coalizzata – che di norma vale circa un milione di voti – finirebbe per non incidere nell’esito elettorale.
Il problema non è solo logico o politico, ma anche costituzionale: può una norma del genere passare il vaglio della Corte costituzionale? A testo appena vidimato a Montecitorio, il centrosinistra inizia a prendere contezza di questa novità. E suggerisce rischi di costituzionalità. Complicando un percorso già non agevole della legge, in vista del passaggio al Senato.
L’unica legge elettorale è: il partito che prende più voti …..GOVERNA!
lE ALLEANZE NON SERVONO A UN CA22O PERCHè SONO COMPROMESSI e se sono compromessi non sono genuini nel loro intento.
Con la scusa della ingovernabilità hanno fregato e fregno i cittadini(quelli che ancora vanno a votare)
I programmi sono lo stimolo a votare.,senza poi delle votazioni a medio termine per verificare l’esecuzione o meno dei programmi presentati,si rischia di tenere in poltrona per 5 anni interessi personali che nulla hanno a vedere con gli interessi dei cittadini.
Con questa nuova truffa elettorale ci troveremo per altri 5 anni la gioggia.
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“Il partito che prende più voti governa”… ma i seggi in Parlamento li deve prendere sul campo coi VOTI non che gli vengono assegnati con assurdo premio di maggioranza in base ad un giochetto matematico. In Parlamento devono entrarci SOLO COLORO CHE HANNO PASSATO il VAGLIO ELETTORALE. Se la coalizione vincente con 44% dei voti si prende un premi di maggioranza per arrivare al 65% dei seggi, quei deputati che entrano grazie all’artificio incostituzionale del premio di maggioranza, non sono passati attraverso il vaglio delle urne. Si ritrovano ad occupare un seggio, così.. per gioco! Una legge da cassare o da fulminare alla Consulta o al Referendum!
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Certamente tutto senza premio ..ovvio! Ciaoo.
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Vannacci giardiniere e tutti quegli slogan per catturare i gonzi
diFrancescomaria Tedesco
Heinrich Himmler si riteneva la reincarnazione del Duca di Sassonia e re dei Franchi Orientali Enrico I, del quale fisicamente non aveva niente, dal momento che quest’ultimo viene rappresentato come ieratico possente e barbuto mentre Himmler era gracile e anonimo. Forse l’unica, involontaria e ironica analogia consiste nel fatto che prima di diventare il potente capo delle Schutzstaffel Himmler aveva fatto l’allevatore di polli, ed Enrico era detto l’Uccellatore. Dotato di un’alta considerazione di sé, Himmler amava circondarsi in privato di dodici convitati, nei quali – scriveva Furio Jesi nel suo ultimo libro, Cultura di destra – “si possono riconoscere a piacere i cavalieri della Tavola Rotonda, i dodici del Consiglio Circolare del Dalai Lama, i dodici membri del Circolo Interiore dell’Agarttha o altre dozzine esoteriche”. La dozzina, questo numero altamente simbolico, è assurto agli onori della cronaca nelle ultime settimane perché il generale Roberto Vannacci, in un’intervista a Otto e Mezzo, rispondendo alle domande di Lilli Gruber sui transfughi degli altri partiti che starebbero aderendo a Futuro Nazionale ha detto che i suoi compagni di partito sono i rifiuti degli altri, quello che avanza, e – ha concluso – “a me sta bene, voglio la sporca dozzina”. Naturalmente il riferimento è al celebre film Quella sporca dozzina, e non alla paccottiglia esoterica dei nazisti, coi quali mi pare che Vannacci non condivida alcunché. La sporca dozzina del film è un manipolo di galeotti che viene reclutato per una missione suicida, e questo certo ha a che fare con una certa retorica del sacrificio marziale a cui Vannacci ammicca. Scrive, nel Mondo al contrario: “Molto spesso definisco il mio reparto militare come la mia famiglia ‘per scelta’ proprio a sottolineare il profondo sentimento che mi salda agli altri elementi che condividono con me rischi, paure, fatica, gioie, disavventure e anche, se necessario, la morte”. Ed è, quello della morte, un tema caro al fascismo e al neofascismo, che ne adotta i simboli, come il teschio col pugnale degli Arditi. Nel suo Il fascismo e noi. Un’interpretazione filosofica (Einaudi 2025), Roberto Esposito ha scritto che il trascendentale del fascismo è la morte, sia data che ricevuta, precisando più avanti che la pulsione di morte del fascismo si risolve necessariamente in un anelito vitale che corrisponde alla morte dell’altro. Inoltre, di tale estetica e retorica della morte, il fascismo riprende solo gli aspetti estrinseci, dal momento che la sua natura piccolo-borghese cozza con quest’idea dell’estremo sacrificio. Semmai, sacrificio altrui. Ed è qui che sta la natura piccolo-borghese del fascismo e del neofascismo, su cui si può costruire forse l’unica analogia (questo strumento storiografico da evitare come la peste) con Futuro Nazionale. Infatti qui non si vuole dire che – nonostante i continui riferimenti di Vannacci e dei suoi (si pensi a Furgiuele che apostrofa gli accoliti come ‘camerati’) – il generale sia fascista, refrain che non spiega niente. Quel che invece si vuole sottolineare è il prestito al consumo di una certa retorica, e questo sì rappresenta un’analogia con l’approccio opportunistico del fascismo. “Consumo anziché devozione”, scriveva Jesi. Il linguaggio del fascismo italiano, per Jesi, “è fatto di ‘trovate’ anziché di rituali nel vero senso della parola”. Ed è in questo che consiste l’analogia: nelle ‘maschie’ fanfaronate reboanti alle quali non crede neanche il generale. Il quale però ha capito come funzionano nell’ordine la sinistra italiana (che abbocca), il giornalismo italiano (del tutto governato dall’hype), gli elettori (idem). Trovate, slogan, parole d’ordine per gonzi. Più che la mistica della morte, il generale coltiva, vien fatto di dire, l’etica del giardiniere per la salvezza del proprio giardino piccolo-borghese minacciato dalle erbacce. Ciò che domina il suo discorso pubblico non è l’etica del sacrificio, ma la paura. Futuro Nazionale è la sporca dozzina che non fa paura, ma ha paura. Paura del diverso, paura dell’invasione, paura degli ‘anormali’, paura che il proprio fragile mondo tutto immaginato crolli per colpa di qualcun altro.
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