Il nuovo rapporto del consorzio Media Freedom Rapid Response individua quattro criticità. Tra queste, anche la forte preoccupazione che riguarda il pluralismo dell’informazione e le azioni legali contro i cronisti

(di Matteo Pucciarelli – repubblica.it) – L’Italia continua a peggiorare sul terreno della libertà di stampa e dell’indipendenza dei media. È il giudizio contenuto nel nuovo rapporto del consorzio Media Freedom Rapid Response, diffuso ora dopo la terza missione di monitoraggio svolta dal sindacato europeo dei giornalisti e organizzazioni a tutela dell’indipendenza del giornalismo a Roma, il 9 e 10 marzo scorsi. Il documento parla apertamente di una “ulteriore erosione della libertà dei media” e individua quattro criticità che, secondo gli osservatori europei, rappresentano un campanello d’allarme per la qualità della democrazia italiana.
Il punto ritenuto più grave riguarda la persistente ingerenza politica nella Rai, definita la tendenza più preoccupante dell’intero sistema mediatico nazionale. A leggere il rapporto, gli attuali meccanismi di governance e di finanziamento del servizio pubblico non sono conformi agli standard previsti dall’European Media Freedom Act. A pesare, secondo gli estensori del documento, è anche la lunga paralisi della commissione parlamentare di Vigilanza, rimasta bloccata per due anni dal boicottaggio della maggioranza e sfociata poi nelle dimissioni collettive dei suoi componenti.
Un secondo elemento di forte preoccupazione riguarda il pluralismo dell’informazione. Il report richiama la recente vendita delle attività editoriali del gruppo Gedi, Repubblica compresa, sottolineando come l’operazione riapra il tema della concentrazione proprietaria dei media e dei possibili conflitti di interesse, con ricadute sull’autonomia delle redazioni.
Il dossier punta poi il dito contro il quadro normativo italiano sulle azioni legali contro i giornalisti. La permanenza della diffamazione penale, tra le più severe in Europa, e il frequente ricorso alle cosiddette Slapp, spesso promosse da esponenti delle istituzioni, vengono indicati come fattori che producono un effetto intimidatorio sull’attività giornalistica. Il consorzio critica inoltre quello che definisce un recepimento “minimo e simbolico” della direttiva europea anti-Slapp.
Il quarto fronte riguarda la sicurezza digitale dei cronisti. L’Italia viene indicata come uno dei casi più preoccupanti emersi dopo lo scandalo dello spyware Graphite, a cui si aggiungono attacchi informatici, tentativi di phishing e altre forme di sorveglianza. Secondo il documento, le misure adottate dalle istituzioni per proteggere giornalisti e fonti si sono rivelate insufficienti e il quadro legislativo necessita di una riforma urgente in linea con l’Emfa.
Il rapporto arriva mentre è già alta la tensione sul tema dell’indipendenza del servizio pubblico. A far discutere sono infatti le dichiarazioni del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che ha chiesto ai vertici Rai di verificare le modalità con cui sono state gestite le fonti giornalistiche nella vicenda legata a Report. La Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) protesta: “Il governo vuole mettere le mani sulle fonti dei giornalisti della Rai. Ancora una volta in palese contrasto con lo European Media Freedom Act”, dice il presidente della Fnsi, Vittorio Di Trapani. Secondo il sindacato dei giornalisti, la richiesta di un controllo sulle fonti “nasconde il desiderio di violare il diritto-dovere di garantirne la riservatezza” ed è particolarmente grave perché arriva dal ministero che esercita la vigilanza sul servizio pubblico. Per Di Trapani, la vicenda rischia di trasformarsi in “una grande opportunità per chi da tempo prova a liberarsi di Report, mettere a rischio le fonti giornalistiche e indebolire il giornalismo d’inchiesta”.
Una polemica che, letta insieme alle conclusioni del rapporto Mfrr, rafforza il messaggio lanciato dagli osservatori europei: il problema non si limita a singoli episodi, ma definisce un progressivo indebolimento delle garanzie democratiche che dovrebbero tutelare l’autonomia dell’informazione, il pluralismo e la protezione del lavoro giornalistico.
La Rai é stata sempre la longa manus dei partiti politici. Fino al 1961 della sola DC. Dal 1961 al 1976 con RAI1 controllata dalla DC cattocomunista e RAI2 appaltata al PSI con propaggini fino al PCI. Dal 1976, con l’istituzione di RAI3, in nome del pluralismo RAI1 rimase quasi di proprietà della DC cattocomunista, RAI2 appaltata a PSI e cespugli ad esso aggregati e RAI appaltata al PCI che, quasi subito, nel suo canale propagandistico definito TeleKabul. Purtroppo, piano, piano tutta la RAI divenne una teleKabul, tanto che nessuno si scandalizzò quando Gad Lerner fu nominato direttore del TG1.
Oggi i compagnucci si lamentano perché la maggioranza di centro-destra tenta di reintrodurre il pluralismo in una RAI tutta telekabulista.
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