L’auto dell’uomo di Lavitola (con dentro gli esecutori) vicino a casa del cronista. L’ex faccendiere: «Se l’ha messa lui, l’ho messa anche io». Nuovi interrogatori

(Enrica Riera e Nello Trocchia – editorialedomani.it) – «Io non sono un terrorista». Così Clesio Gomes Tavares, parlando con Domani, ha preso le distanze dall’attentato contro Sigfrido Ranucci. L’uomo, per la procura, è l’intermediario tra Valter Lavitola, presunto mandante della bomba, e il commando, composto da criminali di basso livello provenienti dall’agro nolano. Ma nelle carte che questo giornale ha letto c’è un indizio che chiama pesantemente in causa Tavares, collegandolo non solo agli esecutori, ma allo stesso attentato. Il dato, finora rimasto inedito, gira attorno al sopralluogo del 10 ottobre scorso effettuato dagli esecutori materiali: sei giorni prima del botto, la banda si era presentata a Torvaianica non con la macchina usata per l’attentato, bensì con l’auto della compagna del bodyguard dei vip.

La vicinanza tra il presunto intermediario e il gruppo di fuoco era notoria, così come le foto che li ritraevano insieme, visto che proprio questo giornale aveva raccontato l’attività di guardia del corpo nella quale Tavares aveva coinvolto talvolta Pellegrino D’Avino, oggi in carcere per aver piazzato l’ordigno. Lo stesso Tavares, definito da Lavitola come un «figlio», ha confermato il rapporto con gli uomini del commando. «Sono il padrino del figlio di Pellegrino», ha raccontato a Domani. Ora, però, emerge questo nuovo dettaglio: il sopralluogo del gruppo a bordo dell’autovettura dell’uomo che ora si trova in Camerun.

E torniamo proprio al 10 ottobre. Nell’ordinanza di arresto a carico dei presunti attentatori si legge: «Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone e Marika De Filippis hanno effettuato un sopralluogo presso l’abitazione di Sigfrido Ranucci sei giorni prima dell’evento e cioè in data 10.10.2025». Quello che non era ancora emerso era il mezzo con cui si fossero recati a Torvaianica. Sono i targatori posizionati lungo la via Pontina, con riferimento proprio alla data del 10 ottobre, a fornire un dettaglio importante. Il gruppo come si è recato lì? «Verosimilmente utilizzando l’autovettura Megane Renault, intestata a Pasquale Tuorto (completamente estraneo all’indagine, ndr)», si legge in un documento che Domani ha letto. Chi è quest’uomo? È il padre di Gelsomina Tuorto, compagna di Tavares, di professione archeologa. Da quel dettaglio gli inquirenti arrivano a identificare quello che negli ambienti criminali chiamano ‘o nir e che di Lavitola è il tuttofare. Un punto di svolta per le indagini.

«I successivi accertamenti consentivano di appurare che il veicolo veniva utilizzato prevalentemente da Gelsomina Tuorto, compagna di Clesio Tavares Gomes (relazione oggi finita, fa sapere la donna, sentita dagli inquirenti, ndr). Sul conto di quest’ultimo venivano svolti accertamenti dai quali emergeva che lo stesso risultava censito con diversi alias e gravato da precedenti di polizia».

C’è un altro elemento, inoltre, emerso dalle intercettazioni. Uno degli arrestati, Passariello, era stato convinto dal figlio biologico Pellegrino D’Avino ad avere un contatto con lo studio Cola, fissando un appuntamento per il 20 aprile 2026, indicando, proprio su istruzione del figlio, il nominativo “Gomes” quale riferimento utile a consentire al difensore la comprensione della vicenda. Ma Cola, che è diventato avvocato di Lavitola, dice che non è mai stato contattato dai bombaroli.

Proprio l’ex faccendiere pluripregiudicato, in un’intervista a Domani, ha coperto il suo tuttofare: «Ho fatto una videoconferenza con Gomes, gli ho mandato l’ordinanza, anche se l’avvocato me l’ha proibito. Se la bomba l’ha messa lui, l’ho messa anche io». Insieme, Lavitola e Gomes, erano stati, il 15 settembre scorso, nei pressi dell’abitazione di Ranucci: così scrivono gli inquirenti parlando delle loro celle telefoniche che agganciano in quella zona, circostanza che la strana coppia ha smentito in attesa della discovery sui nuovi atti.

L’inchiesta prosegue

Oggi non solo verranno avviate le analisi sui dispositivi elettronici sequestrati a Lavitola, ma sentiranno nuovamente i presunti quattro esecutori materiali dell’attentato a Ranucci. Passariello, D’Avino, Mutone (tutti e tre in carcere) e De Filippis (agli arresti domiciliari) verranno sentiti dai pm che indagano sulla vicenda. La prima volta il commando della bomba al conduttore di Report aveva fatto scena muta, eccetto per le dichiarazioni spontanee di Passariello volte ad “alleggerire” la posizione del figlio D’Avino, e della compagna incinta di quest’ultimo, De Filippis.

Ora potrebbero proseguire con questa linea. Intanto, mentre il giornalista Rai Massimo Giletti ha rivelato che gli inquirenti stanno valutando il ruolo svolto da un ulteriore uomo, altro habituè del bistrot di Lavitola, Ranucci prende le contromisure. Tramite il suo legale, Roberto De Vita, ha annunciato di aver presentato un esposto a Roma per «rivelazione di notizie ed estratti di atti, coperti dal segreto di indagine con conseguente pubblicazione sulle testate Domani e La Verità, da cui deriva grave pregiudizio alle investigazioni, aggravamento dell’esposizione al rischio e pregiudizio reputazionale per l’uso parziale e strumentale a narrazioni distorte. Denuncia che non riguarda la pubblicazione da parte dei giornalisti». In base a quanto si apprende, infine, chi investiga è pronto ad acquisire le interviste rilasciate dal faccendiere «amico» di Ranucci a diverse testate, tra cui Domani. L’inchiesta è aperta.