Il centrosinistra non ha saputo cavalcare l’onda lunga del successo del referendum sulla giustizia

Il campo largo e la paura di essersi illusi

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – Il centrosinistra ha stravinto il referendum sulla giustizia. Ma non ha saputo cavalcare l’onda lunga di quel successo. E ora, nell’immaginario della sua gente e della sua classe dirigente, si riaffaccia la paura di riperdere anche le prossime elezioni. Una preoccupazione reale, tutt’altro che immotivata.

Secondo i sondaggi, i consensi di Meloni restano alti. Dopo un primo sbandamento fisiologico Fratelli d’Italia ha ripreso quota, la presidente del Consiglio ha ripreso fiducia. Nonostante la disfatta referendaria su un tema fortemente identitario per le destre. Nonostante il fallimento delle altre due pseudo-riforme alle quali aveva appeso la legislatura, il premierato forte e l’autonomia differenziata. Nonostante il fuoco incrociato che le riversa addosso Vannacci, pronto a sparare sul quartier generale e a ricattare la maggioranza.

Nonostante le scelte sbagliate della sua politica economica, che non ha risparmiato al Paese la stagnazione del Pil, l’inflazione dei prezzi e la deflazione dei salari. Nonostante le scommesse mancate della sua politica estera, che ha condannato “la Patria” alle paranoie dell’Amico Amerikano e all’isolamento dai partner europei. Nonostante tutto questo, la Sciamana tiene. In che altro modo si può spiegare, se non per la mancanza di un’alternativa politica visibile, credibile e affidabile, qui ed ora?

Forse è un’ossessione personale. Ma ho ricontrollato l’archivio. Sulla separazione delle carriere tra giudici e pm abbiamo votato il 22 e il 23 marzo. Da cittadino-elettore – e come me molti progressisti, ne sono certo – mi sarei aspettato la svolta già dalla mattina dopo, sulle ali dell’entusiasmo per quei 15 milioni di no che avevano respinto l’assalto alla Costituzione ordito dalle destre al comando. L’attesa era stata vana. Pd, Cinque Stelle e Avs avevano cominciato subito a discutere sul Nome, invece di parlarci della Cosa.

Già a metà di aprile, da queste colonne, mi ero permesso di suonare una sveglia ai leader del campo largo, abusando (con tutto il rispetto) di uno storico titolo del Mattino di Napoli, all’indomani del tragico sisma in Irpinia: “Fate presto”. Invece di marcarvi l’un l’altro, di inseguire i brusii dei palazzi romani come il re in ascolto di Calvino, di presidiare i rispettivi blocchi sociali ognuno con una sua “campagna d’ascolto”, cosa aspettate a spiegare ai cittadini che di fronte ai conclamati fallimenti dell’Armata Brancameloni c’è un centrosinistra riformista già pronto a governare l’Italia?

“Già pronto” vuol dire già in grado di presentare un programma con pochi punti irrinunciabili e non negoziabili: sul lavoro e sul fisco, sulla sanità e sulla scuola, sull’immigrazione e sulla sicurezza, sull’America e sull’Europa, sull’Ucraina e sulla Palestina. E di indicare entro un tempo certo le modalità attraverso le quali sarà scelto il candidato premier: con un accordo tra i partiti, prima delle elezioni o dopo le elezioni, con le primarie aperte o riservate agli iscritti, col ballottaggio o senza, scegliete voi i meccanismi che ritenete più opportuni.

Questo era e questo resta l’auspicio. Perché nel frattempo nulla di tutto questo è accaduto. Anzi, in mezzo c’è stata pure la mezza delusione delle amministrative di fine maggio, con la riconferma della destra a Venezia. Dalla Serenissima doveva partire un “avviso di sfratto” al governo Meloni: sfortunatamente, non è mai arrivato a destinazione.

La prima prova unitaria di esistenza in vita i leader l’hanno data solo il 16 giugno – ben tre mesi dopo il referendum – col famoso selfie del pranzo in grotta che ricordava i riti segreti dei paleo-cristiani nelle catacombe. Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli, finalmente seduti allo stesso tavolo (sia pure in contumacia di Matteo Renzi, eterno convitato di pietra per tutte le Izquierde più o meno Unide). Ancora poco, ma meglio di niente.

Da quel convivio è venuto fuori il promettente annuncio: segnatevi in agenda le date dell’8 e del 15 luglio, perché lì sì che l’alternativa prenderà plasticamente forma e sostanza. Ma anche stavolta, come la morte di Mark Twain, la notizia del neonato “Fronte popolare” è risultata largamente esagerata. La manifestazione di Napoli ha deluso le attese. E, va detto, non solo per colpa dell’apposito drappello gruppettaro di tafferuglisti-nichilisti, che a forza di sognare il “Potere al popolo” lo lasciano gioiosamente in mano al pur sgangheratissimo kombinat fascio-leghista.

Per un’alleanza che non ha ancora messo a fuoco e condiviso i suoi punti cardinali, la discesa in piazza è la via più facile e più breve. Può anche rassicurare, ma non scioglie i nodi e non risolve i problemi. Se non c’è una leva forte e chiara che spinge e giustifica la mobilitazione – com’è stata e com’è ancora Gaza per la Generazione Z – le gloriose “masse” di una volta non si riaggregano mai. Men che meno se a richiamarle “alla lotta” sono i partiti, ormai capaci al massimo di inseguire le istanze della società civile, non più di orientarle e di guidarle. Come diceva quel primo ministro conservatore inglese negli anni ’20, anticipatore di tutti i populismi: “Devo seguirli, sono il loro leader”.

A Napoli difettavano sia il mezzo che il messaggio. Serve a poco andare in piazza, se sulla sanità ripeti sempre l’ovvio, se sul lavoro puoi solo rilanciare il salario minimo, e se sul sostegno alla resistenza di Zelensky ti tocca votare in tre modi diversi al Parlamento europeo e poi sentire Conte che dal palco riesce a dire addirittura «stanno costruendo la minaccia russa per farci comprare le armi». Nelle stesse ore in cui Putin devasta di bombe Kiev e minaccia per la prima volta la Polonia.

In tanta confusione programmatica, è in bilico il secondo appuntamento di Padova. E forse è un bene che salti, signore e signori del campo largo. Chiaritevi le idee, ora o mai più, poi trasformatele subito in progetto per la prossima legislatura. E fate in modo che il dibattito parlamentare sull’obbrobrioso e pericoloso “Melonellum” non sia solo un pretesto, ma diventi l’occasione per costruire, nel fuoco della battaglia, una vera “Alleanza per la Costituzione” (o come preferirete chiamarla). Fatelo con tutti quelli che ci stanno, compresi i reprobi renziani, se sono disposti come dicono a sottoscrivere un patto di coalizione e magari pure una norma anti-ribaltone.

Cercate di riaccendere lo spirito referendario di marzo, rinnovando l’impegno a difendere la democrazia formale e materiale che la Sorella d’Italia vuole manomettere di nuovo, blindando il suo potere e togliendo ai cittadini il diritto di contare. Non vi lasciate intimidire dalle anime belle del “terzismo” in servizio permanente effettivo, sempre riparate all’ombra dei Cassese di ogni epoca e sempre pronte a irridere qualunque “allarme democratico”. Come ai tempi del Cavaliere di Arcore, a loro va benissimo se nel 2029 sale al Quirinale l’Underdog di Colle Oppio che celebra Almirante come padre della Repubblica, o Ignazio La Russa che rende omaggio “al camerata Marcello Bignami”. Lo so bene: come nel ventennio berlusconiano, essere “contro” le destre autoritarie e illiberali non basta. Ma ancora oggi rimane un buon inizio.