I filosofi Deleuze e Guattari hanno parlato di «microfascismo» per indicare i desideri di dominio, gerarchia e sottomissione che sopravvivono alla sconfitta storica del fascismo e persistono in modo diffuso e capillare nelle relazioni quotidiane, nei desideri individuali e nei micro-rapporti di potere. Sono queste «molecole» di fascismo – in famiglia, sul lavoro, nei rapporti uomo-donna, in quelli con l’altro da sé – a rendere possibile il suo ritorno a livello macropolitico

(Giorgia Serughetti – editorialedomani.it) – Stando agli ultimi sondaggi politici, un votante su venti oggi darebbe il suo voto a Roberto Vannacci, l’oscuro “generale” che tre anni fa si impose con un pamphlet contro i totem del progressismo, per scalare rapidamente la politica nelle file della Lega, e infine terremotare la destra fondando il suo partito, Futuro nazionale.
È opinione diffusa che presto la sua percentuale di consenso raggiungerà la doppia cifra. Da cui le domande che agitano il mondo politico e dell’informazione: che farà Giorgia Meloni? Manterrà la linea del no all’alleanza, o cercherà un accordo elettorale, a rischio di spostare ancora più a destra gli equilibri della coalizione con un partito che al Parlamento europeo siede accanto ad Alternative für Deutschland?

L’ascesa di Futuro nazionale significa l’ascesa di un progetto di estrema destra, che riabilita apertamente i simboli del Ventennio, persegue la deportazione degli stranieri, inneggia alla purezza della nazione e alla difesa della famiglia patriarcale. Insomma, evoca lo spettro del ritorno del fascismo – più concretamente di quanto l’abbia fatto la destra post-fascista in ottant’anni. Perciò chiedersi dove va, dove andrà Vannacci, è sicuramente importante.
Tuttavia, un’altra domanda, forse la più importante che dovremmo porci è: da dove viene? Non si tratta di cercare le risposte nella biografia di un uomo senza particolari qualità, quanto piuttosto di ruotare lo sguardo su di noi. Su tutti noi che non siamo Vannacci.

I responsabili di un successo
Tra i responsabili riconoscibili del successo del “generale” c’è, chiaramente, la destra, che oggi grida al tradimento ma gli ha spianato la strada: non solo sfruttandone la popolarità per raccogliere voti, ma anche sdoganando, una dopo l’altra, le parole d’ordine che compongono il suo programma politico. A dispetto delle opinioni di qualcuno, non è la sinistra “woke” a generare i Vannacci; è la destra a generare più destra.
La responsabilità si estende, poi, a tutti quei soggetti che, da posizionamenti pro o anti establishment, hanno fatto propria, e normalizzato, l’interpretazione di destra dei problemi sociali, in particolare delle migrazioni, della criminalità, della sicurezza. Quella lettura si è fatta senso comune anche grazie al frequente cedimento culturale delle forze progressiste di fronte alla violenza dei discorsi xenofobi e islamofobici che negli ultimi trent’anni hanno egemonizzato la discussione politica sulla gestione dei confini esterni o dell’ordine pubblico nelle città.
Ma il problema delle radici culturali e sociali del vannaccismo ci porta anche oltre la politica dei partiti. Nel recente libro Il fascismo e noi (Einaudi), Roberto Esposito scrive: «Quando ci si confronta con qualcosa che respinge, è opportuno fare anticipatamente i conti con se stessi, chiedendosi cosa di esso ci spaventa, se un eccesso di lontananza oppure di vicinanza». È il suo invito alla filosofia a scavare nella propria storia. Forse può valere, però, anche come un più generale invito a pensare a dove, nella nostra democrazia, continuano ad annidarsi i germi del fascismo. Non di quello in camicia nera; piuttosto, di quella «macchina pulsionale» che «è parte integrante di noi».
I filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari, che Esposito richiama ampiamente, hanno parlato di «microfascismo» per indicare i desideri di dominio, gerarchia e sottomissione che sopravvivono alla sconfitta storica del fascismo e persistono in modo diffuso e capillare nelle relazioni quotidiane, nei desideri individuali e nei micro-rapporti di potere. Sono queste «molecole» di fascismo – in famiglia, sul lavoro, nei rapporti uomo-donna, in quelli con l’altro da sé – a rendere possibile il suo ritorno a livello macropolitico.
Combattere il fascismo come tentazione ricorrente implica, innanzitutto, contrastare questo autoritarismo quotidiano. Che è un compito più impegnativo, ma forse più produttivo, che rispondere quotidianamente alle provocazioni del leader di Fn. Per parafrasare le parole attribuite a Giorgio Gaber su Berlusconi: non preoccuparsi di Vannacci in sé, ma di Vannacci in noi.
Hai detto bene ,preoccupatevi del fascismo che è in voi che appoggiate i nazisti banderiani di Kiev e quelli di Tel Aviv .
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Ma falla finita! Sempre a ridurre tutto con i soliti slogan. Sei un superficiale.
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Santo, comunque è praticamente impossibile ridurre:
“non preoccuparsi di Vannacci in sé, ma di Vannacci in noi”
Probabilmente Cesare si riferiva a chi ha scritto l’editoriale (non ho mai letto domani.it) che a suo dire appoggia cose discutibili, come la visione di Vannacci.
Sarebbe sempre e comunque preferibile criticare la poesia piuttosto che il poeta.
“non preoccuparsi di Vannacci in sé, ma di Vannacci in noi”
mi trova d’accordo a prescindere dall’autore.
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Anche al diavolo può scappare una verità.
Bisogna saperla cogliere.
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“..anche come un più generale invito a pensare a dove, nella nostra democrazia, continuano ad annidarsi i germi del fascismo..”
Più che altro si tratta di un fascismo rigoglioso. Lo si può trovare nei moti che ispirano non solo la nostra, ma tutte le maggiori “democrazie” dell’ occidente, che sono complici e solidali nel perseguire politiche di oppressione e sterminio verso popoli “nemici”. È sufficiente chiamare questa operazione “esportazione della democrazia” affinché questo fascismo sia non solo tollerato ma anche considerato necessario.
L’ occidente è la culla delle teorie/dottrine suprematiste, È l’ unica culla sempre occupata.
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Ma quale fascismo d’Egitto: se ci fosse veramente il fascismo non dureresti una settimana.
Esportare la democrazia è come denazificare: sono solo delle etichette ipocrite per nascondere delle porcherie (con la differenza che la storiella dell’esportazione della democrazia non se l’è bevuta quasi nessuno, mentre la denazificazione è praticamente latte di volpe).
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“..se ci fosse veramente il fascismo non dureresti una settimana.”
Prova a dire questa sonora puxxanata in uno dei tanti cimiteri (per chi ha avuto la “fortuna” di avere una tomba) inaugurati dagli schifosi criminali d’oltreoceano. Prova!
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Durante il fascismo quei cimiteri non si trovavano solo in giro per mezzo mondo, ma anche in Italia (e tu saresti stato uno degli ospiti).
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E chi dice niente? La menzogna consiste nel fare distinzione tra regimi storici, palesi e dichiarati e le cosiddette democrazie post ’45 che adottano gli stessi identici metodi nel rapportarsi coi “diversi’.
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Primo. Se il tuo bisnonno fosse e vivo e ti sentisse oggi lamentarti perché in Italia c’è il fascismo, probabilmente due schiaffi non te li leverebbe nessuno.
Secondo. Stai facendo un minestrone di cose differenti: la democrazia è una forma di governo, pertanto riguarda i rapporti interni ad un Paese, e non ha nulla a che vedere col modo in cui quel Paese si rapporta al resto del mondo.
Avere una politica estera aggressiva o mansueta non rende un Paese più o meno democratico.
Visto che, all’atto pratico, a questo mondo non esiste nessuna entità superiore capace di imporre e far rispettare una sorta di giustizia sovranazionale, la realtà dei fatti è che che i rapporti tra nazioni sono regolati dall’ONU, dagli accordi e dai trattati solamente fino ad un certo punto, ma oltre quel punto vale solo la legge del più forte (l’unica ad essere sempre davvero in vigore).
Non si tratta di giudicare se sia giusto o sbagliato; si tratta di prendere atto del fatto che il mondo degli uomini funziona ancora così, almeno per ora.
Qualora invece preferissi salire sul pulpito e giudicare, naturalmente sei libero di farlo, ma a quel punto gli altri sono liberi di fare altrettanto con te.
In particolare: nel caso tu giudicassi negativamente il modo in cui il cosiddetto Occidente depreda il resto del mondo, io sarei libero di giudicarti come un ipocrita integrale, dato che sguazzi nei privilegi che le razzie occidentali garantiscono, pur conoscendone la provenienza e pur essendo libero di rinunciarvi.
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bene, citare Gaber, ma forse bisognerebbe ricordare che la moglie di Gaber è stata una delle colonne portanti del Berlusconi fuori e dentro di noi! E non ho mai letto di Gaber che rinnegava le idee e le azioni della moglie, con lui fino alla fine! Ho voglio dire è l’essere umano che è quello che è!
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E quanto mi è sempre stata sul qlo quella là…già da quando “cantava”.
In QUEL caso, Gaber ha purtroppo dimostrato di avere il cervello nelle mutande.
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“Il cervello nelle mutande”
:-))
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Odia il tuo nemico come te stesso se riesci a guardarti negli occhi davanti allo specchio . jung penso avesse ragione quando parlava dell’ ombra . Se riesci a vedere in te il demone , allora puoi combatterlo. Se lo neghi sei tu stesso il demone .
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Cavalie’, prove tecniche di trasmissione?
Problemi?
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Serughetti non nominare il nome di Gaber invano soprattutto in contesti vomitevoli… in tutti i sensi.
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Bisogna percularli in ogni modo, soprattutto con l’ironia.
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E vai di revisionismo storico. Questo soggetto può permettersi di sproloquiare perché può contare su una vasta e profonda ignoranza della maggioranza italica.
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