Adesso siamo all’ultimo Frankenstein, il Melonellum. Scandaloso nel metodo. E pericoloso nel merito

(di Massimo Giannini – repubblica.it) – «La Repubblica è di tutti»: se c’è una memory card da custodire, in questo tempo gassoso in cui tutto evapora in un clic, è questa frase che Sergio Mattarella ci ha regalato nell’anniversario della prima seduta dell’Assemblea Costituente. Cinque parole semplici, che tuttavia impegnano la democrazia come nient’altro. La Repubblica è di tutti coloro che allora diedero la vita perché potesse nascere dalle rovine del fascismo e della guerra, da Matteotti a Gramsci, da Amendola a Don Minzoni. La Repubblica è di tutti noi cittadini che oggi la vorremmo davvero «casa comune», quella che ci accoglie liberi e uguali e ci assicura diritti e garanzie. Sembra un brutto scherzo del destino, ma questa splendida preghiera laica del Capo dello Stato, nel “tempio” di Montecitorio, la applaudono gli stessi mercanti ipocriti che la stanno per rinnegare. Ma nulla succede per caso.
Non è un caso che nel giorno in cui si ricorda l’avvio del confronto parlamentare dal quale nacque la Costituzione antifascista restino vuoti gli scranni della «sporca dozzina» di Vannacci. Non è un caso che quando il presidente ricorda i martiri della Resistenza gli “onorevoli” delle tre destre si alzino di malavoglia e Meloni e La Russa applaudano con malagrazia. Non è un caso, soprattutto, che d’ora in poi in quella stessa aula tornata «sorda e grigia» il governo stia per consumare l’ennesima ferita al corpo vivo della Repubblica, del Parlamento e della democrazia.
Non bastavano gli strappi tentati finora, dall’elezione diretta del premier alla separazione delle carriere tra giudici e pm. Ora tocca alla legge elettorale, e la forzatura non è meno pericolosa delle precedenti. A pochi mesi dalla fine della legislatura, anche la Sorella d’Italia azzarda il “golpetto” a uso e consumo della sua coalizione. Sempre più incerta sulla rielezione, ormai raggiunta nei sondaggi dal campo largo, invece di cambiare il suo schema di gioco, stravolge le regole di tutti.
Avvelena i pozzi, come hanno fatto da ventitré anni a questa parte i leader in crisi di risultati e di consensi. Per provare a rivincere, lanciando fin da ora l’opa sul Quirinale. O per mutilare la vittoria degli avversari, che già solo per questa immensa posta in gioco (l’elezione del nuovo Capo dello Stato nel 2029) dovrebbero giocare di squadra, cercando i voti e rinunciando ai veti.
Nel 1993, grazie ai referendum di Mario Segni, l’Italia provò a risorgere dalle rovine di Tangentopoli adottando un sistema di voto che ridava dignità al cittadino-elettore, agevolava la formazione di una maggioranza e assicurava la fisiologia dell’alternanza. Fu il Mattarellum, allora, a generare il bipolarismo in un paese che aveva conosciuto il consociativismo e il proporzionalismo. Ma non bastò. Nel 2005, con Berlusconi, ci toccò il Porcellum. Nel 2015 l’Italicum, nel 2016 il Rosatellum. Tutte porcherie, per lo più incostituzionali, bollate più volte dalla Consulta.
Adesso siamo all’ultimo Frankenstein, il Melonellum, appena sfornato dagli azzeccagarbugli di Colle Oppio. Pare che a partorirlo sia stata la mente raffinata del noto Fratello d’Italia uso a santificare le feste con l’uniforme delle SS. Dopo avere sudato sui sacri testi dei Mortati e dei Sartori, ci toccherà un papocchio vergato da Galeazzo Bignami. Per dire in quale abisso stiamo per precipitare.
Nel metodo, il Melonellum è scandaloso. Ancora una volta, la presidente del Consiglio impone alle Camere un testo blindato, o tutt’al più rimaneggiato nelle segrete di palazzo Chigi, com’era già successo con la finta riforma della giustizia. Conferma così la sua visione illiberale della polis, dove alla fine quella che prevale è sempre la «verticale del potere». Con tanti saluti a De Gasperi che diceva «diamoci la mano, uomini di buona volontà», a Benedetto Croce che invocava «veni creator spiritus», a Piero Calamandrei che ripeteva «quando si scrivono le regole i banchi del governo devono restare vuoti».
Parole al vento, per queste destre senza gloria e senza memoria. Conta solo la volontà di chi comanda: non c’è spazio per il dialogo, non c’è tempo per il confronto. La nuova legge va approvata subito, senza modifiche: che si torni a votare ad aprile, a giugno o a settembre, le elezioni sono troppo vicine, e la sciamana Giorgia non può e non vuole rischiare. Cosa volete che gliene importi dello spirito costituente e della cultura della responsabilità repubblicana che ottant’anni fa permise a forze politiche diverse di unirsi nella stessa «comunità di destino»?
Nel merito, il Melonellum è pericoloso. Lo denunciano 160 costituzionalisti, tra i più autorevoli, quelli che hanno lanciato l’iniziativa “Per un voto uguale — Torniamo alla Costituzione” e che martedì prossimo si ritroveranno al Teatro de’ servi di Roma. Correggere le storture del Rosatellum, mutuate dal Porcellum e integrate nell’Italicum, è assolutamente necessario. La Corte costituzionale, inutilmente, lo chiede da anni. L’opposizione, colpevolmente, non ha una sua proposta organica.
Nel frattempo, il governo compie un misfatto: torna a cavalcare la sindrome autoritaria da “pieni poteri”, comprime il diritto di scelta degli elettori, altera l’equilibrio tra voti e seggi e trasforma la contesa elettorale in una sfida plebiscitaria. Il premio di maggioranza, abnorme come nelle precedenti versioni bocciate dalla Consulta, non è ispirato alla cultura della “governabilità”, ma alla dittatura della maggioranza.
L’attribuzione del 60% dei seggi al partito che supera la soglia dà a chi vince il controllo totale del Parlamento, e dunque degli organi elettivi di garanzia: Quirinale, Corte Costituzionale, Csm, autorità indipendenti. Così, chi prende il 40 o il 42% dei voti si prende tutto: le istituzioni, lo Stato, il Paese.
Al popolo sovrano non resta niente: eliminati i collegi uninominali, la scelta degli eletti è affidata alle solite liste bloccate. Finisce tra i rifiuti della storia anche il pannicello caldo delle preferenze: troppo rischiose per chi, come Salvini, sta perdendo il contatto con i territori. Per l’Armata Branca-Meloni il disincanto democratico e la disaffezione crescente dei cittadini dalle urne non è un problema, ma un’opportunità. Vale il ritornello ironico della canzonetta di Arbore: meno siamo, meglio stiamo.
Poi c’è l’ultimo maleficio: l’indicazione del candidato premier sul programma, che conferma la curvatura capocratica della pseudo-riforma. Nell’ultima versione, bontà loro, hanno aggiunto un codicillo che lascia inalterate le prerogative del presidente della Repubblica. Ma anche questa, alla fine, più che una clausola di salvaguardia pare una foglia di fico.
Delle due l’una. Se questa norma ha solo un valore simbolico, allora è inutile. Se invece ha un effetto sostanziale, allora è eversiva: diventa una scorciatoia per cambiare la forma di governo parlamentare senza passare dalla revisione costituzionale. Non prendiamoci in giro: combinata con il super-premio di maggioranza, l’indicazione preventiva del capo del governo configura quel «premierato di fatto» al quale aveva ambito il Cavaliere di Arcore, e che dieci anni dopo realizzerebbe l’Underdog della Garbatella. Un colpo di mano che il centrosinistra, il Paese e forse anche il Colle non le dovrebbero consentire.
La “VENDETTA” Democratica…. e tutti a guardare all’insù ..perchè gli asini volano!
"Mi piace""Mi piace"