Lontano dagli occhi del mondo si muore tra bombe, fame, sete e repressione

Il campo profughi palestinese di Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza 

(ANNA FOA – lastampa.it) – Ci siamo dimenticati di Gaza e ci stiamo dimenticando del Libano, negli stessi momenti in cui l’esercito israeliano lo sta attaccando sempre più duramente. Non servono più anni o mesi a dimenticare, a mettere in secondo piano, a fare scomparire nell’indifferenza le tragedie più grandi. Le ricordiamo un attimo solo, e quando il televisore si spegne sulle immagini di morte e distruzione, queste smettono di essere reali.

E invece non c’è stato arresto alle distruzioni, il sangue continua ad essere sparso. In Libano, nonostante un’altalena di tregue e riprese, dall’inizio delle ostilità, ad oggi sono morti oltre tremila libanesi, molti dei quali civili, molti dei quali bambini. È di due giorni fa l’uccisione di un’intera famiglia, con due bambini piccoli. È morta colpita dal fuoco israeliano anche l’ambientalista di quasi ottant’anni Mona Khalil, che si è per anni occupata delle tartarughe marine. Un’altra terrorista? Come già a Gaza, l’esercito annuncia, anche se non sempre, di essere sul punto di bombardare e ordina l’evacuazione in tempi ristrettissimi. Questo è ciò che anche da noi alcuni definiscono come la prova che non esiste volontà genocidaria da parte del governo israeliano. Nell’ultima ripresa di bombardamenti, seguita due giorni fa all’uccisione da parte di Hezbollah di quattro soldati israeliani, il ministro della Difesa Katz ha dichiarato che ogni lacrima di una madre israeliana sarà pagata con le lacrime di mille madri libanesi. Tanto poco valgono le loro lacrime rispetto a quelle delle madri ebree? Tutto il Libano brucerà, ha aggiunto.

Intanto nelle tendopoli di Gaza, con intorno l’80% delle case distrutte, si continua a morire. Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 non ha fermato, solo diminuito, i bombardamenti, come non ha consentito che a una parte dei rifornimenti di entrare nella Striscia ad alleviare la fame dei suoi abitanti. Quasi mille palestinesi sono morti sotto le bombe israeliane dall’ottobre ad oggi e oltre 3.000 sono stati feriti, secondo la rivista israelo-palestinese di opposizione +972 Magazine, che cita fonti ufficiali palestinesi. Nelle ultime settimane, al resto si è aggiunta la carenza drammatica di acqua. Il che significa epidemie, in un contesto privo di strutture sanitarie.

La bella intervista sulle pagine recenti di questo giornale di Francesca Mannocchi ad un poeta e scrittore di Khan Younis, Muhammad al-Zaqzouq, ci svela dall’interno non solo la situazione concreta di Gaza, fra continui sfollamenti da una tendopoli all’altra, ma anche la disperazione dei suoi abitanti, la loro percezione del disastro che li ha sommersi. Emerge nell’intervista la consapevolezza, vera o meno che sia, che Gaza non potrà mai più risorgere. Che cosa succederà quando questa consapevolezza diventerà concreta disperazione di tutti?

Nel Libano, a cui i ministri di Netanyahu vorrebbero riservare la sorte di Gaza, la situazione è ancora lontana dall’essere quella della Striscia. Ma quanto a lungo, se non si metterà fine a questo massacro? I bombardamenti in Libano, accompagnati dall’allargamento delle zone occupate e dallo sfollamento forzato degli abitanti, (da 800.000 a un milione, secondo stime Onu) sono divenuti il mezzo con cui Netanyahu cerca di fermare le trattative diplomatiche tra Usa e Iran: l’Iran denuncia la violazione degli accordi e chiude Hormuz, Trump impone nuove tregue, subito violate. Ma il costo in termini di vite umane è altissimo. E nessuno nel mondo sembra curarsene.

Ma c’è un altro fronte anch’esso ignorato, quello della Cisgiordania occupata. E non solo per le continue aggressioni di coloni ed esercito. C’è anche il problema dei 150.000 lavoratori che dai territori si recavano ogni giorno a lavorare in Israele prima del 7 ottobre. Molti lavoratori rimasti disoccupati tentano di scavalcare illegalmente il muro. Prima del 7 ottobre – c’erano infatti restrizioni e divieti anche prima – venivano per lo più arrestati. Ora l’esercito spara e il numero di quanti muoiono per andare illegalmente a guadagnarsi il pane cresce ogni giorno. Il ministro Ben Gvir ha dichiarato che si tratta di un ottimo risultato.

Quando finirà questa immane rappresaglia che colpisce tutto un popolo per vendicare l’attentato, orrendo che sia, del 7 ottobre? O, meglio, per usarlo senza vergogna per raggiungere il progetto politico della “grande Israele”?