Donald Trump lo sa che la politica è ormai nient’altro e ha dato spettacolo, come spesso gli accade. Ma il contesto stavolta sembrava apparecchiato apposta per il suo spettacolo. Dalla cena fastosa con Macron a Versailles alla lite con Giorgia Meloni

(Sergio Labate – editorialedomani.it) – Talk show. Donald Trump lo sa che la politica è ormai nient’altro e ha dato spettacolo, come spesso gli accade. Ma il contesto stavolta sembrava apparecchiato apposta per il suo spettacolo. I fasti di Versailles, gli incontri a favore di camera, la fine di un’altra guerra senza che la guerra sia finita, l’ombra dei cortigiani – Emmanuel Macron per primo e in modo esplicito – che non lo contraddicono e lo compiacciono. Il trionfo del populismo, si direbbe. Ma anche la rivelazione della sua essenza che ha contagiato tutte le forme della politica. Il populismo non è più una parte che si contende la scena politica ma è la scena stessa. Lo sfondo, la cornice, il set dove girare i reel.

È per questo che non mi sono scandalizzato più di tanto per i contenuti della telefonata di Trump. Per quanto perturbante e sgradevole essa sia, è in piena continuità con tutto ciò che l’ha preceduta e, non ne dubito, con tutto ciò che seguirà. Non è che una rappresentazione fedele dell’essenza del populismo: la riduzione della politica a una serie incessante di riti autocelebrativi.

Luigi XIV e Trump

Apparentemente nulla di nuovo, in fondo. La politica è sempre stata anche liturgia e Versailles sta lì a ricordarcelo. I palazzi servivano per far festa, per celebrare il proprio status. L’accoglienza di cui Macron è così fiero non è semplice galateo, ma è la politica come ritualità. Ma la differenza tra Luigi XIV e Trump è troppo facile da vedere (lo ha spiegato magnificamente Mariano Croce su queste pagine): per il primo la politica era esercizio effettivo del potere, per il secondo è solo celebrazione autoreferenziale di sé.

Non importa ciò che faccio – e infatti posso contraddirmi infinite volte – ma che possa farlo, che io possa fare tutto. Trump è travolto dal suo stesso populismo, non si accorge che è così interessato ad apparire potente da disinteressarsi degli effetti del suo potere. Ha barattato il proprio potere con la celebrazione narcisistica di se stesso: tutto ciò che accade è solo un pretesto per celebrarsi. Non c’è più nulla da festeggiare se non la festa stessa.

L’arte di «implorare»

Nessuno gli crede più: siamo dentro un talk show dove tutti non fanno che recitare. Ciò per cui Trump dileggia Meloni non sarebbe altro che ciò che Trump fa sempre: vendersi, falsificare il mondo, godere contemplando la propria potenza molto più che esercitandola. In fondo anche Trump non sa fare altro che «implorare»: un passaggio televisivo, un colpo di scena, una pubblicità alla propria potenza come merce da cui trarre profitto.

Per questo non importa se siano vere o meno le sue accuse, in ogni caso stanno dentro la trasformazione della politica in talk show, dove tutti implorano e usano il potere per una comparsata. Lo fa incessantemente l’uomo più potente del mondo, figuriamoci se non lo fanno i suoi cortigiani (nel senso letterale del termine, beninteso). Un potere così impegnato a celebrare se stesso da dimenticarsi di agire.
E sta qui la tragedia. Perché Trump non è affatto meno potente di Luigi XIV, è soltanto più irresponsabile: i suoi annunci hanno delle conseguenze tragiche delle quali sembra quasi non interessarsi più. Mentre noi siamo costretti a guardare ciò che il mercato della politica decide di farci guardare, qualcosa di reale accade. Mentre sprechiamo fiumi di parole per interpretare la ritualità autoreferenziale di Trump, i suoi annunci che si smentiscono quotidianamente, le fotografie recitate o reali, gli accordi di pace che non sono accordi di pace, intanto accade la vita oppressa di milioni di persone. Che è schiacciata dal peso insopportabile dell’irresponsabilità di coloro che li condannano a morte per l’ebbrezza di una fotografia o di un annuncio ostentato di fronte al mondo.

Le conseguenze reali

La guerra in Iran è finita, annuncia Trump, e che importa se abbandoniamo i poveri iraniani in uno stato di cose ancor più tragico di prima? Come è accaduto per Gaza, gli annunci di un accordo diventano la nostra agenda politica, mentre nell’ombra della realtà la gente continua a morire. La politica come talk show ha le sue luci della ribalta e noi ne siamo irresistibilmente attratti, forse non possiamo non esserlo.

Ma ha anche la sua ombra tragica: le vittime della storia che il potente produce senza nemmeno pensarci, quasi per pigrizia. Semplicemente non gli interessa più delle conseguenze reali delle sue decisioni, delle sue parole. Che molte persone muoiano o meno è ormai un dettaglio, un piccolo vizio di forma che tanto resta ai margini, nell’ombra appunto. Le luci della ribalta sono tutte per gli annunci, le feste, le foto, i riti. Fuori, nell’ombra dove abitano gli invisibili, ci sta la storia tragica che non si arresta, che produce vittime approfittando della nostra distrazione, delle nostre telefonate e delle nostre foto, implorate o meno che siano.