
(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Abbiamo parlato dei medici. Occupiamoci adesso degli artigiani, almeno di quelli che incontro io. Lavorano quasi tutti in nero e se tu ci stai ti rendi complice ai danni del cittadino onesto, una rarità invisibile del nostro mondo (“E sempre sia lodato quel fesso che ha pagato”). Non rispettano gli appuntamenti, ma anche questa è una moda che non riguarda solo gli artigiani. Il lettore ricorderà forse la fatica che ho fatto per trovare un segretario o una segretaria. Incontravo i candidati per farmi un’idea, fissavamo il primo giorno di lavoro e non si presentavano, quando andava bene mandavano una mail di scuse. Io credo che la prima, vera e forse unica riforma da fare in Italia sia quella della buona educazione.
[…] Ma questi sono dettagli. Il problema vero è che gli artigiani in cui mi imbatto non hanno nessuna affezione per il loro mestiere. Anche quando, dopo mesi di attesa, ti presentano finalmente la loro opera, c’è sempre qualcosa che non funziona o da rifare: non so se lo fanno per calcolo o, come credo più verosimile, per incapacità. Un tempo non poi così lontano, l’artigiano era orgoglioso del proprio mestiere e presentava al maestro il “capolavoro” che attestava la validità dei lunghi anni di apprendistato. Insomma l’artigiano veniva da una conoscenza solida del proprio mestiere. Era un do ut des: il maestro gli dava le proprie conoscenze, in cambio, l’apprendista gli forniva gli strumenti essenziali del vivere, il restare in bottega anzitutto (eh già, la “bottega”, termine scomparso dal nostro vocabolario) e poi i vestiti, un paio di scarpe per i giorni infrasettimanali, un altro paio, più elegante, diciamo così, per la domenica e le feste comandate. L’apprendista artigiano si sarebbe sentito orribilmente umiliato se il maestro non avesse approvato il suo “capolavoro”. Questo concetto è esistito, fino a poco tempo fa, anche nel giornalismo. Faccio un esempio che riguarda la mia esperienza. Un pomeriggio mi chiama il direttore dell’Europeo, il mitico Tommaso Giglio, un ciociaro dall’aspetto assai poco rassicurante, diciamo quello di un Totò triste. Insomma mi chiama Giglio e dice: “Adesso prendiamo una smentita a ogni pezzo?”. Una smentita, non una querela. Lavoravo da sei anni all’Europeo e quella era la prima smentita che ricevevo. Peraltro allora il nostro lavoro era molto diverso, noi non ci alimentavamo di social, di database, ma del lavoro fatto sul campo. Mi fa sorridere, amaro, vedere che certe corrispondenze che riguardano, poniamo, il Medio Oriente, vengano datate da Istanbul o da altre città a migliaia di distanza dal luogo dove si svolgono i fatti. Certo anche l’inviato sul campo poteva sbagliare. Sbagliava una volta, sbagliava due volte, ma alla terza finiva fuori dal mestiere. Se si fosse seguita questa linea certi giornalisti, poniamo un Cerno, non esisterebbero. […]
Ma torniamo agli artigiani. Se voi osservate con attenzione certi tombini a Milano vedete che sono accompagnati da una sigla di due lettere che vi appare incomprensibile. Sono le iniziali dell’artigiano che ci tiene a far sapere che quel tombino, un miserabile tombino, porta la sua firma. Insomma quello che è venuto a mancare nella nostra società è il rigore. Cioè il rispetto della legalità, o per meglio dire, dell’onestà che è qualcosa di più profondo. Nell’Ancien Régime, e non sto parlando del Medioevo ma del dopoguerra italiano, il rispetto della parola data era un valore per tutti, per gli imprenditori perché dava credito, per il mondo contadino dove una stretta di mano era sufficiente per suggellare un contratto, senza il bisogno di infinite e faticosissime trattative attraverso le mail, e per il mondo proletario che aveva le sue regole: la fidanzata doveva essere una “compagna”, il vino un Calcarone o un Barbera, vini poveri dunque e così via. Si chiamavano allora “figiciotti”, Federazione Giovanile Italiana Comunista. Non potevano sapere che cos’era davvero il “socialismo reale” che vigeva in Unione Sovietica, perché Togliatti, il “migliore”, che pur in Unione Sovietica c’era stato, glielo aveva occultato. Si arrivò all’estremo del ridicolo, e forse oltre, quando Leningrado, l’antica San Pietroburgo, fu chiamata Togliattigrad. Del resto a Dostoevskij, che era un panrusso, San Pietroburgo non piaceva per niente, troppo moderna ai suoi occhi. Per costruire San Pietroburgo lo Zar Pietro il Grande chiamò architetti da tutta Europa, anche italiani. Ed è molto probabile che io discenda da lì. Dalla componente russa e da quella ebraica, che quando ci sono quattrini di mezzo non manca mai. Posso quindi dire, con ragioni migliori di Bernard-Henri Lévy, capostipite della “nuova filosofia”, di essere il figlio di due Rivoluzioni, quella sovietica perché i miei avi proprietari terrieri dovettero fuggire dalla Russia; e quella italiana perché mio padre, Benso Fini, non volendo aderire al fascismo si rifugiò a Parigi. Era quella la meravigliosa Parigi degli anni Trenta dove anche due intellettuali strepenati come erano mia madre e mio padre potevano frequentare i maggiori artisti e intellettuali, da Picasso a Picabia. […] Mia madre, Zenaide Tobiasz, il cui nome ebreo non può sfuggire a nessuno, ricorda mio padre che fruga in un cesto di rifiuti per prendere qualche arancia marcia. Del resto il Boulevard des Italiens era frequentato da tutti. Fu quello il periodo migliore della loro esistenza. Paradossi della Storia, paradossi della vita.
Questo è in assoluto il Massimo Fini che preferisco. Quello che, svestiti per un attimo i panni del polemista, ci regala gli aneddoti di una lunga vita vissuta sempre controcorrente e con un pizzico di lucida spericolatezza. Leggerlo quando scava nei ricordi fa bene al cuore, perché ci restituisce il ritratto di un uomo che non si è mai venduto a nessun coro e di un’Italia che ormai non c’è più.
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Del resto l’Alzheimer è sempre in agguato.
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