Spero solo che si apra una riflessione per trarre insegnamento da quanto accaduto

(Rita Bruschi) – «L’Italia non merita di ritrovarsi così platealmente mortificata. Lo dico da cittadino italiano prima che da politico. È del tutto inaccettabile, poi, che un nostro alleato si permetta di parlare in questo modo dei nostri vertici istituzionali. Spero solo che si apra una riflessione per trarre insegnamento da quanto accaduto. La firma di tutto quel che ci viene richiesto, la rincorsa a foto, a prefazioni di libri non può prevalere mai sul nostro interesse nazionale. Dobbiamo rimboccarci le maniche per il nostro Paese, che deve difendere la sua dignità, la sua credibilità, la sua grandezza.» [G. Conte, Fb, 19.6.26]
Questo breve testo è costruito con una forte densità retorica e con alcuni nuclei concettuali che vanno oltre il riferimento immediato all’episodio politico cui allude.
Possiede almeno cinque direttrici profonde di pensiero.
1. Primato della nazione rispetto alle appartenenze politiche
L’incipit “Lo dico da cittadino italiano prima che da politico” ha una funzione precisa: chi parla vuole collocarsi su un piano superiore rispetto al conflitto partitico. La tesi implicita è che esistano circostanze in cui l’interesse dell’Italia debba prevalere sulle divisioni ideologiche.
Si richiama così una concezione della politica come servizio alla nazione, non come mera competizione tra schieramenti.
2. La dignità nazionale come valore politico
L’espressione “L’Italia non merita di ritrovarsi così platealmente mortificata” introduce una categoria quasi morale: la “mortificazione” del Paese.
Non si parla soltanto di un errore diplomatico o strategico, ma di una lesione della dignità collettiva. L’Italia viene rappresentata come un soggetto unitario dotato di onore, reputazione e rispetto internazionale.
Dietro questa formulazione emerge una visione classica delle relazioni internazionali, nella quale prestigio, autorevolezza e considerazione da parte degli altri Stati hanno un valore politico autonomo.
3. Critica della subordinazione agli alleati
Nel passaggio centrale “È del tutto inaccettabile che un nostro alleato si permetta di parlare in questo modo dei nostri vertici istituzionali.” compare una distinzione importante tra alleanza e subordinazione.
Non si mette in discussione l’esistenza dell’alleanza, piuttosto si contesta l’idea che essa autorizzi comportamenti percepiti come umilianti.
Il principio sottostante è che i rapporti internazionali debbano essere fondati sul rispetto reciproco tra soggetti sovrani.
4. Polemica contro la politica della ricerca di legittimazione esterna
Le “firme”, le “foto”, le “prefazioni” non sono soltanto atti concreti ma diventano metafore di una politica che cerca approvazione, riconoscimento o vicinanza ai centri di potere internazionali.
Conte oppone il modello di una politica orientata al consenso e alla visibilità internazionale a quello di una politica orientata alla tutela dell’interesse nazionale.
La critica sottintende che la classe dirigente possa essere tentata di privilegiare il prestigio personale o l’accreditamento presso interlocutori stranieri rispetto alla difesa degli interessi del Paese.
5. Richiamo alla responsabilità e alla rigenerazione nazionale
La conclusione “Dobbiamo rimboccarci le maniche per il nostro Paese” introduce una dimensione etica e operativa.
Non si propone una reazione emotiva o vittimistica, ma una risposta fondata sul lavoro e sull’impegno.
I tre termini finali “dignità, credibilità, grandezza” formano una sorta di triade valoriale:
• dignità → rispetto di sé e autonomia;
• credibilità → affidabilità e autorevolezza internazionale;
• grandezza → ambizione storica e ruolo del Paese nel mondo.
Dunque, nel suo significato profondo, questo testo non è soltanto una protesta per un episodio diplomatico, ma contiene l’idea che
a) l’Italia debba coltivare rapporti di alleanza, ma senza dipendenze psicologiche o politiche,
b) la legittimazione di una classe dirigente debba venire innanzitutto dal proprio Paese,
c) il prestigio internazionale sia il risultato della forza e della credibilità nazionale, non della ricerca di approvazione da parte di attori esterni.
La struttura argomentativa segue quindi un percorso preciso: offesa subita → riflessione critica → denuncia della subordinazione → riaffermazione dell’interesse nazionale → appello alla rinascita collettiva.
È una costruzione retorica che trasforma un fatto contingente in una riflessione più generale sul rapporto tra sovranità, dignità nazionale e politica estera.
Il testo quindi è costruito attorno a una tensione tra riconoscimento esterno e legittimazione interna, e suggerisce che una nazione perde autorevolezza quando i suoi dirigenti cercano costantemente conferme dall’esterno, anziché fondare la propria azione sul consenso e sugli interessi della comunità che rappresentano.
Nel lessico finale c’è poi un elemento quasi “risorgimentale”.
Parole come ‘dignità’, ‘credibilità’ e soprattutto ‘grandezza’ richiamano una tradizione politica italiana molto antica, che va da Mazzini a Cavour, nella quale la nazione non è soltanto un’entità amministrativa, ma una comunità storica chiamata a svolgere un ruolo nel mondo.
Da un punto di vista stilistico, il testo è efficace perché parla contemporaneamente alla sfera dei sentimenti collettivi, alla ragione politica e al senso civico dei cittadini.
Dal punto di vista retorico, è interessante anche ciò che il testo non fa: non invoca ritorsioni, non indica nemici, non propone rotture.
La sua energia polemica è incanalata in un appello alla responsabilità nazionale.
Questo gli conferisce un tono più istituzionale che propagandistico, pur mantenendo una chiara valenza politica.
Il testo si trova pertanto all’incrocio di tre registri tradizionali di pensiero politico.
1. Patriottismo repubblicano: l’idea che le istituzioni e la dignità dello Stato appartengano a tutti i cittadini e vadano difese indipendentemente dalle appartenenze di partito.
2. Realismo nelle relazioni internazionali: la convinzione che gli Stati debbano anzitutto perseguire il proprio interesse nazionale e che le alleanze siano strumenti di cooperazione, non rapporti di subordinazione.
3. Etica della responsabilità: il passaggio finale (“rimboccarci le maniche”) sposta l’attenzione dalla denuncia all’azione, suggerendo che il prestigio di un Paese si costruisce attraverso comportamenti concreti e non soltanto attraverso dichiarazioni o simboli.
Appero’ qui bisogna mandare in panchina l’under17 e far giocare i neuroni “titolari”… non siamo di fronte a Michelino o Markolino.
Molto interessante anche se in diversi punti assume carattere agiografico interpretativo piuttosto che analitico.
Si potrebbe tuttavia sostenere, a mio avviso,che l’analisi precedente resti ancora interna a categorie politologiche(sovranità, interesse nazionale, alleanze)mentre il testo di Giuseppe sembra muoversi su un piano più radicale, propriamente filosofico-politico: quello della costituzione simbolica della comunità.
L’intento di Conte Nazario da Lima appare infatti quello di rappresentare l’Italia non come un semplice Stato, ma come una comunità storica dotata di dignità e autocoscienza. In questa prospettiva, il termine “mortificata”non indica solo un danno diplomatico, ma una lesione simbolica dell’immagine che una comunità ha di sé.
Questa impostazione richiama la teoria del riconoscimento di Hegel, per il quale nessun soggetto puo costituirsi senza essere riconosciuto come libero e degno. Il testo puo così essere letto come denuncia di un riconoscimento negato: non solo un problema di rapporti internazionali, ma una frattura nella percezione della comunità come soggetto storico.
La stessa idea è ripresa, in forma contemporanea, da Charles Taylor e Axel Honneth, secondo cui il riconoscimento è condizione dell’identità. In questo senso, la ripetizione del “nostro Paese”non è solo retorica, ma costruzione di autocoscienza collettiva.
Il nucleo del testo non riguarda quindi la sovranità in senso stretto, ma il riconoscimento: la possibilità per una comunità di percepirsi come soggetto storico autonomo, e non come oggetto delle decisioni altrui.
Sul piano politico, questa impostazione consente a Conte di trasformare un episodio contingente in un’occasione di ricomposizione simbolica del consenso interno. La difesa della “dignità nazionale” diventa così anche un dispositivo di aggregazione politica, attraverso cui riaffermare una posizione di rappresentanza del sentimento collettivo.
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Quanto mi piacerebbe che Trump la leggesse e poi la commentasse a modo suo.
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