L’ennesimo battibecco con Netanyahu, che finora lo ha indotto a fare tutto quello che chiedeva o quasi, incorona una politica estera povera di idee strategiche e ricca di colpi a vuoto

(Mattia Ferraresi – editorialedomani.it) – Una delle misure della disperazione di Donald Trump è l’umiliante pervicacia con cui è costretto a rincorrere gli alleati, che talvolta si aggiungono agli avversari nella lista dei soggetti da tenere a freno. Il caso in questione è naturalmente Benjamin Netanyahu.

Il presidente ha in modo perentorio detto che «Israele e Iran devono immediatamente smettere di sparare», dopo lo scambio di missili del fine settimana. Poi ha aggiunto: «Entrambe le parti, Israele e Iran, stanno cercando di arrivare a un immediato cessate il fuoco! I negoziati finali sulla “pace” stanno procedendo, ma devono sottostare all’ignoranza o alla stupidità che si mettono in mezzo. L’embargo resterà in vigore e in piena forza fino a che un “accordo finale” non sarà raggiunto. Le cose devono procedere rapidamente».

Giusto il giorno prima Trump si era prodotto in un coro di reprimende contro il primo ministro israeliano, che disgraziatamente crede di essere alla guida degli eventi in Medio Oriente, quando invece «sono io che comando», come ha detto nella solita sventagliata di interviste arrabbiate.

Una settimana fa si era prodotto nella performativa esibizione di molte parole con la effe in telefonate infuocate con l’alleato che continua ad attaccare il Libano quando la Casa Bianca intima di smetterla e poi riaccende il conflitto con l’Iran che l’altro tentava invano di raffreddare.

L’ennesimo battibecco con Netanyahu, che finora lo ha indotto a fare tutto quello che chiedeva o quasi, incorona una politica estera povera di idee strategiche e ricca di colpi a vuoto. Nella tempestosa intervista a Meet the Press, finita con il presidente che lascia indignato lo studio, ha perfino detto di non avere «mai garantito niente nuove guerre» – e del resto «perché avrebbe dovuto costruire il più grande esercito del mondo?» – cosa sostanzialmente e tecnicamente falsa, visto che ha passato anni, anzi decenni, a ritagliare la sua identità politica con le forbici dell’isolazionismo e del disimpegno, in aperta opposizione con le avventure militari costruite sui pilastri dell’imperialismo americano.

Il negoziatore Trump ha sempre presentato l’imprevedibilità come una risorsa, proponendo continue variazioni sul tema tattico presentato molti decenni fa da Nixon con la sua “madman theory”. Ma applicata al Medio Oriente l’imprevedibilità trumpiana non produce una leva vantaggiosa, ma uno stallo senza risoluzione. Le tregue annunciate su Truth non sopravvivono al comunicato successivo, e dopo l’ultimo abbozzo di cessate il fuoco Netanyahu ha fatto sapere che l’esercito avrebbe continuato a colpire il Libano meridionale «come previsto», e il ministro della Difesa ha negato l’esistenza di una qualche tregua. Teheran fa lo stesso, e mentre il Trump assicura che i negoziati procedono «molto bene», il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, smentisce qualunque progresso.

Il risultato è che la politica estera di Trump gira a vuoto. L’embargo sui porti iraniani, che il tycoon definisce «la cosa più potente», serve in teoria a strappare un «accordo finale» di cui però nessuno conosce i termini. C’è poi il processo di erosione sul fronte interno, con la Camera che ha approvato, grazie al concorso di alcuni repubblicani, una risoluzione per limitare i poteri di guerra del presidente.

Ogni mossa di Trump è una reazione a uno stimolo precedente, non il tassello di un disegno strategico, e questo suo essere reattivamente in balia di eventi che suscita e alimenta ma non controlla è la cifra della indecifrabile postura della sua amministrazione.