Sempre più partite, per fare sempre più soldi: la formula della Champions ha definitivamente snaturato il calcio di una volta, dove erano i fuoriclasse a dar valore alla competizione

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] Ho assistito l’altra sera con mio figlio alla Finale della Champions League fra Paris Saint Germain e Arsenal.
La Champions è una versione riveduta e corretta della vecchia, cara e mai troppo rimpianta Coppa dei Campioni, per avere più match, più circolazione di denaro che vuol dire però anche più affaticamento degli atleti e un’ulteriore nausea nei confronti del calcio, divenuto un fatto troppo economico. Ci sono in Europa squadre che possono permettersi undici riserve pari ai titolari. Forse l’ultima finale equilibrata fu quella del 1991 al San Nicola di Bari fra Olympique Marsiglia e Stella Rossa di Belgrado. E infatti fu l’ultima volta che una squadra non titolatissima, come la Stella Rossa, trionfò, e oltretutto aveva sul gobbo, almeno psicologicamente, l’imminente attacco della Nato alla Serbia. È ciò che ha reso Djokovic quel formidabile tennista che è stato.
[…] La Finale si è conclusa ai rigori. Una soluzione, quella dei rigori, tanto affascinante quanto crudele per i calciatori oltre che per il pubblico. Pensate a un calciatore che ha giocato benissimo per tutta la partita e poi sbaglia il rigore decisivo. Tutti i compagni gli corrono attorno per confortarlo, ma questo conforto lo fa sentire ancora più colpevole.
Io ero neutrale, oltretutto non avevo nemmeno scommesso, come mia abitudine da sempre, non solo per le Finali. Non conosco i giocatori dell’Arsenal e detesto il Paris Saint Germain dove però ci sono due giocatori che ammiro molto: il centrale Marquinhos, che anche l’altra sera ha salvato un paio di situazioni dal gol sicuro e oltretutto sa aprire il gioco, e Vitinha, centrocampista, che ha tutto del campione, senso del gioco, senso tattico, tiro. Non capisco proprio perché Luis Enrique, il più grande allenatore del momento, che ha fatto del Paris una vera squadra, li abbia sostituiti, non ricordo se nel primo o nel secondo tempo supplementare. Certo loro i rigori non li avrebbero sbagliati, ma poi gli è andata bene lo stesso perché ci ha pensato l’Arsenal a sbagliarli i rigori. Del resto è noto che sono proprio i giocatori più importanti a sbagliare i rigori perché sentono su di sé, più degli altri, la responsabilità. Sbagliò un rigore Van Basten nella finale contro la Danimarca agli Europei del 1992, mentre segnò il carneade Christensen. Sbagliò il rigore Baresi nella Finale contro il Brasile del 1994 a Pasadena. Anche Platini, a mia memoria, ha sbagliato qualche rigore. Il solo a non aver mai sbagliato un rigore è Ruud van Nistelrooy, ma qui entriamo in un’altra storia che ci porterebbe troppo lontano e non possiamo rievocare qui. […]
In quest’aura di sentimenti altalenanti mi sono quindi sentito i commenti del dopopartita: c’era Capello, il mister di tutti i mister (lo chiamano “mister” anche allenatori che hanno quasi la sua età) il simpatico, intelligente e onesto “Billy” Costacurta, stopper per anni del Milan, che una volta ammise di aver perso di vista il suo centravanti perché non era concentrato. Ora in qualsiasi scuola calcio insegnano che tu, campione o schiappa che sia, devi essere concentrato per tutta la partita. C’era anche l’insopportabile Paolo Condò.
Non c’era e non c’è mai stato Giovanni Trapattoni, il “mitico Trap”, che ha rinunciato ad avviare una carriera da commentatore. Il Trap mi è particolarmente caro perché, a differenza dei coach di oggi, non somigliava a un manager. Fischiava con due dita e, poiché era di Cusano Milanino, si rivolgeva ai giocatori in milanese poiché il suo inglese era molto dubbio (“Don’t say cat, if the cat not is in the sac”).
[…] Il Trap lo puoi ritrovare oggi a Talamone dove ha acquistato una casa che però non sta in riva al mare, ma al di là dell’Aurelia, insomma non una casa da ricchi. Com’è naturale viene spesso avvicinato dai villeggianti, soprattutto sul pratone delle colazioni dell’hotel Capo D’Uomo dove va ogni tanto a farsi un drink. È disponibilissimo, ma soprattutto ha una qualità che ammiro in ogni personaggio importante in qualsiasi settore: non se la dà, come non se la dava, per fare qualche esempio, Indro Montanelli o, per restare al presente, Adriano Panatta che ho ascoltato lo scorso anno alla festa del Fatto Quotidiano. Si parlava di tennis naturalmente, ma lui non se la dava da fenomeno (sulla delicatezza di Panatta ci sarebbe da aprire un altro capitolo che mi riguarda personalmente, ma che per motivi di spazio e di pazienza, dei lettori e di Marco Travaglio, rinuncio a sviluppare qui).
Mi sarebbe piaciuto però che qualcuno dei commentatori avesse ricordato il nome dello stadio in cui si è giocata questa finale: Puskás Aréna. Puskás ha questo palmares: ha segnato 520 gol in 500 partite. Praticamente tu entravi in campo e avevi già un gol all’attivo. Poi, naturalmente, non era proprio così perché magari ne faceva cinque in una partita e in quella successiva nessuno.
Puskás faceva parte del grande Honvéd, una di quelle squadre che, come la ‘Grande Olanda’ di Neeskens e Cruijff, ha segnato la storia del calcio.
[…] Venne la Rivoluzione ungherese schiacciata, con la brutalità si sempre, dall’Unione Sovietica (l’Ungheria, per sua sfortuna, faceva parte del Comecon, l’organizzazione economica e commerciale sovietica per rapinare ai Paesi, che con la forza erano stati costretti ad aderirvi, le loro risorse).
Tutti i giocatori dell’Honvéd fuggirono all’estero e ovviamente, nonostante fossero degli assi, faticarono a trovare un ingaggio. Si salvò Kopa, francese d’origine. Particolare difficoltà incontrò Puskás che aveva una struttura fisica imponente e che, per la mancanza di allenamento, era ingrassato notevolmente. Trovò rifugio nella Fiorentina dove però venne utilizzato raramente, proprio per quel problema. Si trasferì allora in Spagna. In una partita era a centrocampo, marcato dal fortissimo centrale del Madrid, Santamaria, e lo dribblò facilmente, ma di lì alla porta c’erano più di quaranta metri da percorrere. Li fece e, rimasto solo davanti al portiere, segnò con irrisoria facilità, ma poi si accasciò dietro la porta e per il resto della partita fu inesistente.
Recentemente alcuni dei migliori giocatori del mondo avevano organizzato un’esibizione in Argentina. La sfida era concepita così: i giocatori tiravano dal dischetto del rigore, quindi da fermi, tot punti a chi segnava, tot punti, meno, a chi colpiva la traversa o il palo, nessun punto a chi sbagliava. C’erano naturalmente moltissimi spettatori, non solo giocatori, ma anche tifosi, i quali vedendo Puskás grasso come un porco non gli davano alcuna chance. Puskás si mise con le spalle alla porta e, palleggiando, colpì in rovesciata e segnò. È un episodio che ha raccontato Best (morirà poi di cirrosi epatica) che era presente.
Queste cose avrebbe dovuto ricordarle almeno Paolo Condò che, con enfasi insopportabile, se la dà da grande intenditore di calcio.
Visto che è stato citato George Best ricordiamo, per capire cos’era lo sport di una volta e i personaggi fantastici che lo facevano amare dal pubblico, la sua celebre frase ( più o meno ..) la metà dei soldi che ho guadagnato col calcio lo ho spesi in donne, alcol e macchine sportive, il resto li ho dilapidati ….
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